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Ponte 6 Ottobre
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Vorrei tornare a Il Cairo per scoprire cosa ne è stato della Città del 6 Ottobre

6 Ottobre, città satellite venti chilometri a sud ovest della capitale, molti siriani continuano a vivere qui – Il Cairo che cercavo l’ho trovato raccontato da Denise Pardo nel libro Una casa sul Nilo, Neri Pozza

Città del 6 Ottobre, oggi – Egitto, governatorato di Giza, Il Cairo

Vorrei tornare a Il Cairo per scoprire cosa ne è stato della Città del 6 Ottobre. Molti siriani continuano a vivere e lavorare qui. Alla loro guerra se n’è aggiunta un’altra più vicina della quale preoccuparsi e fingersi addolorati e il loro paese è scomparso dalle mappe. In tutto questo tempo ho pensato che la città che ho visitato e conosciuto non corrisponde all’idea romantica che ne avevo, fatta di bei palazzi, sale da té, incrocio di lingue e culture. La capitale dei miei ricordi non splende. La polvere, il disordine e il caos offuscano la luce, l’aria risulta pesante e la preghiera dei muezzin riesce a coprire qualunque altra voce.

Sono stata a Il Cairo i primi giorni di gennaio del 2016. Il Capodanno l’avevo festeggiato a Istanbul, sotto la neve. A Il Cairo invece splendeva il sole e la giacca non serviva. Era da tempo che volevo visitare la capitale egiziana perché sono da sempre attratta dalle megalopoli, dal traffico, dalla confusione, dalle vite diverse di milioni di persone che ogni giorno si incrociano in un bar, dal fruttivendolo, attraversando la strada, salendo e scendendo da un taxi. Vite che non hanno magari nulla in comune se non quell’istante. Volevo passeggiare sul lungo Nilo, guardare le palme al tramonto e le piramidi all’alba.

Siriani in Egitto e il quartiere 6 Ottobre, città satellite venti chilometri a sud ovest da Il Cairo

Ai tempi stavo lavorando a un progetto sull’adolescenza migrante: ero in contatto con un gruppo di ragazzine siriane che avevano lasciato il loro paese a causa della guerra e si erano rifugiate con le loro famiglie in nuovi paesi. Tra questi, l’Egitto. Rispetto alla Germania, o al Belgio, dove erano migrate le altre protagoniste della storia, andare a vivere in un paese arabo poteva apparire un vantaggio: lingua comune, viaggio più breve, e una certa confusione burocratica che ai miei occhi rendeva più semplice l’integrazione. Semplicemente si arrivava e si ricostruiva una vita. Niente di più lontano dalla realtà. 

Le adolescenti con le quali mi aveva messo in contatto un’associazione gestita da un ragazzo siriano si chiamavano Bayan e Sedra. Bayan era la maggiore, estroversa, temeraria. Sedra più timida, dolce, scriveva poesie e aveva iniziato a seguire un corso di teatro. Vivevano a 6 Ottobre, una città satellite venti chilometri a sud ovest dalla capitale. La loro famiglia era composta da padre, madre, un fratellino e una sorellina più piccoli. Quando sono andata a trovarle mi hanno accolto con un banchetto degno del migliore ristorante di Damasco. Tra tutte le cose che mi raccontarono quel pomeriggio ciò che più mi colpì fu la tristezza del padre nell’aver imposto alle figlie di indossare l’hijab appena arrivate nel nuovo paese. In Siria, mi spiegò, le ragazze non portavano il velo, sarebbe stata una loro decisione indossarlo o meno, ma in Egitto era necessario, secondo lui, per proteggerle. Dagli sguardi e da una cultura che sentivano distante, meno aperta.

6 Ottobre – i profughi siriani avevano ricreato una piccola Siria, quartiere pieno di locali e ristoranti

La sera uscii con loro, andammo in una zona del quartiere piena di locali e ristoranti aperti e gestiti da altri profughi siriani che a 6 Ottobre avevano ricreato una piccola Siria. Il giorno seguente visitai una scuola, anche questa aperta da siriani per studenti e studentesse siriane. Il direttore mi spiegò che il loro sistema di istruzione era migliore, più avanzato rispetto a quello egiziano e volevano mantenerlo. Lì conobbi Bashora, veniva da Aleppo, il padre morto in battaglia, gli occhi azzurri come il cielo de Il Cairo. 

Oggi le “mie” tre adolescenti sono delle giovani donne, Bashora ogni tanto la intravedo su facebook, posta poche cose, le foto quasi mai sono sue, i pensieri vanno spesso verso Allah, si è sposata con un ragazzo che le dedica pensieri amorevoli. Del matrimonio si vede solo un video: lei è di spalle, indossa un vestito bianco lungo e un velo che le arriva alle ginocchia. Non ha lasciato Il Cairo. Bayan e Sedra invece sì, dopo la morte del padre che non ha retto alla fatica dei troppi lavori da fare per portare avanti la famiglia. Alla sua scomparsa è seguita una nuova migrazione e oggi vivono in Germania e in Turchia. Parliamo ogni tanto su messenger: anche loro si sono sposate, entrambe in questi mesi aspettano dei bambini e quell’hijab indossato allora non l’hanno più tolto.

Una casa sul Nilo – il romanzo di Denise Pardo pubblicato da Neri Pozza

Il Cairo che cercavo è quello che ho trovato raccontato da Denise Pardo nel suo libro Una casa sul Nilo pubblicato da Neri Pozza a maggio scorso e che l’autrice ha vissuto durante la sua infanzia prima che, a seguito dell’ascesa al potere di Nasser, l’insofferenza verso gli stranieri da parte degli egiziani costrinse la sua famiglia a trasferirsi a Roma. Nel romanzo, autobiografico seppur con personaggi talmente unici e sfaccettati da risultare fantastici, Pardo ci conduce in una città piena di vita, un eden subtropicale nel quale chiunque aveva trovato accoglienza e rifugio, in particolar modo gli ebrei scappati dalla russia bolscevica. Come Misha e Bobe, genitori di Fanny, e nonni di Denise. 

Scrive Denise Pardo nel libro: A causa della rivoluzione russa e dell’inizio del pogrom sono stato costretto a lasciare Odessa e la bellissima casa dei miei nonni, circondata da un giardino di alberi di sigari e castagni che ancora oggi continuo a sognare. Sono scappato a Costantinopoli, ho attraversato l’Europa fino a giungere a Parigi e infine sono arrivato in Egitto. È stato un lang lang nesye, un lungo lungo viaggio, ma ne valeva la pena per vivere al Cairo, era la città madre dai mille grembi. come Odessa». La voce di Misha era sconsolata.» «Anche come Czernowitz, Misha.» Gli fa eco Bobe prendendogli la mano. Fanny avvicinò la sedia per stare accanto a lui, Sam (marito di Fanny, ndr) accese una sigaretta. «Quello che è succeso ieri mi ha riportato indietro nel tempo quando con i miei genitori camminavamo lungo la Promenade e il Mar Nero domandandoci cosa fare, dove andare. Non credevo potesse succedere ancora dopo che io e migliaia di altri senza patria abbiamo vissuto al Cairo come in paradiso. Fino a oggi almeno.

Il Sabato nero – l’occupazione inglese in Egitto e il Canale di Suez

A raccontare è Misha, e la sua è la reazione a quello che viene ricordato come il sabato nero. Quel tragico 26 gennaio del 1952 durante il quale la città venne travolta da violenti proteste in seguito alla morte di cinquanta agenti egiziani per mano dei soldati inglesi che all’epoca avevano il controllo del Canale di Suez. Fu uno dei momenti chiave della storia moderna dell’Egitto e portò alla destituzione del Re Faruq e al colpo di stato messo in atto dal movimento dei Liberi Ufficiali guidati da Nasser. Con Nasser, che divenne presidente nel 1956, ebbe fine l’occupazione coloniale britannica e moltissime imprese vennero nazionalizzate, tra queste lo stesso Canale di Suez. Nei suoi piani c’era un ambizioso disegno di sviluppo del paese di stampo socialista, seppur con forti interventi dello Stato, che avrebbe ridato dignità agli egiziani ridistribuendo le ricchezze in un paese sfruttato e ridotto alla fame.

Quando parlo con Denise Pardo, le racconto della mia esperienza a Il Cairo e del quartiere siriano. «Il Cairo di allora avrebbe fatto fondere le due culture – osserva – Era da tanto che volevo scrivere questo libro proprio per raccontare un luogo e un tempo in cui c’è stato un modello di integrazione riuscita. Una realtà armonica, seppure con disuguaglianze sociali terribili» L’ascesa di Nasser ebbe tra le sue conseguenze la dipartita della famiglia di Denise, eppure Pardo non può non riconoscere che fu uno dei leader più amati di tutto il Medio Oriente. «Con la sua riforma agraria ha trasformato l’Egitto in uno stato forte e ha dato un ruolo centrale al suo paese nella politica estera. Ma è morto giovane.» 

Le donne protagoniste di Una casa sul Nilo, intervista a Denise Pardo

Le protagoniste di Una casa sul Nilo sono le donne. Fanny Barzel, la madre di Denise; sua madre Bobe – l’unica dei nonni della scrittrice a sopravvivere e a trasferirsi con loro a Roma-; Mireille Baranes, «un’intellettuale libanese maronita che viveva tra i cuscini del suo salotto e i tavolini da caffè» e Kate Lambert, l’insegnante privata inglese che in breve tempo diventerà la più cara amica di Fanny. «Tutte loro – osserva Denise – hanno dovuto reinventare le loro vite varie volte, cambiando paese, lingua, città, con grande capacità di risollevarsi.»  

Sono venticinque anni che Denise Pardo non torna a Il Cairo

«Qualcosa mi trattiene, ho paura di non trovare nulla del paradiso perduto. Ci capitai solo una volta per lavoro, vent’anni dopo il nostro trasferimento a Roma. Feci un lungo pellegrinaggio sulle orme del passato per rivedere i luoghi della mia infanzia. Anche se avevo solo cinque anni quando siamo andati via ho dei ricordi vivissimi che le mie sorelle maggiori non hanno.»  Pardo ha potuto scrivere le sue memorie solo dopo la morte dei genitori perché l’esperienza in Egitto, finita in modo così tragico e repentino, era stata relegata nel profondo della memoria. Parlarne risultava troppo doloroso. Anche per questo il lavoro di ricostruzione di Pardo non è stato semplice. C’è una scena nel romanzo che si svolge una sera d’estate, al mare. Sam, il padre di Denise, inizia a ricordare, cercando di mettere a fuoco in quale momento, per la comunità di stranieri alla quale loro appartenevano «cominciò a farsi largo la sensazione di essere fuori luogo, di vivere in un mondo che non fosse anche il nostro». 

L’estate del 1948 e gli attentati agli ebrei in Egitto

Sam individua l’inizio della fine nel luglio del 1948 con la bomba ai Magazzini Cicurel, uno degli attentati dinamitardi che nell’estate di quell’anno vennero rivolti alla comunità ebraica de Il Cairo causando settanta vittime e duecento feriti. Il padre riporta una conversazione avuta allora con l’amico Hafez, che divenne poi figura di spicco nella cerchia di Nasser, che chiarisce l’incongruenza che molti egiziani iniziarono a provare verso un mondo idilliaco,  senza separazione tra le culture, senza passaporti né nazioni, ma che non poteva ignorare di fondarsi sulla prevaricazione di una parte sull’altra. «È complicato per voi ma lo è anche per noi egiziani – Sono le parole di Hafez – Viviamo in un modello di società apparentemente perfetto ma cominciano a svelarsi le prime crepe. Cosa siamo ora o cosa siamo diventati non è chiaro né a noi né agli altri. Siamo ibridi come voi. Arabi che si comportano come inglesi o francesi o americani. È una nostra scelta o uno specchio imposto da qualcun altro?»

 «Quella sera – ricorda Denise – Avevo registrato la sua voce di mio padre ma poi la cassetta non l’ho più trovata per tantissimo tempo fino a che, tre mesi dopo la morte di mia madre, ho aperto un cassetto ed è saltata fuori. Per ricostruire quel pezzo della nostra vita avevo dei documenti lasciati da mio padre che era ordinato e preciso e poi mi sono affidata ai miei ricordi, tirando fuori quella luce che avevo dentro.»

Patrick Zaki e gli oltre 65mila prigionieri politici di al-Sisi

Negli ultimi giorni si è parlato molto di Egitto per il caso di Patrick Zaki, il ricercatore e attivista egiziano studente all’Università di Bologna che il 7 febbraio 2020 era stato arrestato all’aeroporto de Il Cairo dalle autorità egiziane con l’accusa di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. Il processo si è concluso il 18 luglio 2023, dopo lunghi periodi di prigionia e torture, con la condanna definitiva a tre anni di carcere. Ma il 19 luglio 2023 il presidente al-Sisi gli ha concesso la grazia. Altro graziato è stato l’avvocato e difensore per i diritti umani Mohamed al-Baker, tra i suoi assistiti Abdel Fattah, uno dei leader della rivoluzione del 2011 che portò alla fine del regime del dittatore Hosni Mubarak. Abdel Fattah ha passato otto degli ultimi dieci anni in carcere, arrestato più volte per proteste di piazza o critiche al governo in articoli e post. Fattah è uno degli oltre 65.000 prigionieri politici (secondo la stima dell’ong Human Rights Watch) del governo di al-Sisi e di un paese che non ha più nulla in comune con quello raccontato da Pardo e che, dubitiamo, possa un giorno ritrovare quell’atmosfera di tolleranza e apertura. 

«Il Cairo, Istanbul, Beirut, avevano delle grandezze che già allora non erano comuni con il resto dei paesi – ricorda la scrittrice – So che Il Cairo cerca di recuperare alcuni dei luoghi simbolo dell’epoca come la gelateria Groppi, il Mena House Hotel (del gruppo Marriott, ndr) è stato restaurato, e ora c’è questo grande museo egizio che sta per aprire. Credo sia arrivato il momento di non aver più paura di quello che era stato il Cairo, anche grazie alla convivenza con gli stranieri.»

L’attesa apertura del GEM – Grand Egyptian Museum

Dopo vent’anni di lavori il GEM – Grand Egyptian Museum, sembra finalmente pronto. Un progetto faraonico, come forse è giusto che sia. Il museo più grande al mondo che proietta la civiltà passata nel futuro, a solo due chilometri dalle antiche piramidi e dalla Sfinge di Giza, ospiterà oltre 100.000 manufatti, inclusa la collezione completa di Tutankhamon. Fino a poco tempo fa non aveva nemmeno un sito ufficiale e per il momento è possibile solo fare dei tour su prenotazione. L’accesso è limitato alla Grand Hall, all’area commerciale e ai giardini esterni. Tutti gli altri spazi interni sono chiusi fino all’apertura ufficiale prevista, si annuncia, tra ottobre 2023 e febbraio 2024. Un periodo abbastanza ampio.

Odette Marucci, prima ballerina italiana al Cairo Opera House

Odette Marucci ha 32 anni, è originaria di Napoli ed è ballerina solista del Cairo Opera House Ballet Company, la compagnia di ballo del Teatro dell’Opera del Cairo. Si è trasferita nella capitale egiziana dopo un percorso tra i più importanti teatri italiani accettando l’invito di Erminia Gambarelli, direttrice artistica ed ex ballerina della Scala di Milano. A Odette, Il Cairo ricorda la sua città natale e la descrive così: «Tanto caotica, rumorosa e disordinata. La città ha il suo fascino, un’energia che mi attrae e che mi fa stare bene.» Odette vive a 6 Ottobre da quando si è sposata e mi conferma che la comunità siriana in città è sempre presente e attiva. Le chiedo se sente di godere di una certa libertà e se crede che la sua vita rispecchi quella di una qualunque ragazza egiziana. «Frequento luoghi dove principalmente chi fa parte del mondo della danza o dell’arte ha una propria e libera espressione generale, dal punto di vista artistico e non. Al di fuori credo sia un po’ più difficile.»

Pur portando in scena spettacoli classici, il balletto dell’Opera rappresenta un’oasi di respiro in una società oscurantista. Il giornalista egiziano dell’Associated Press Hamza Hendawi scriveva nel 2017: «Il balletto vive in una bolla in Egitto, rimosso dalla società circostante. La forma d’arte occidentale d’élite è lontana dalle ricche tradizioni egiziane di musica e danza classica araba, per non parlare dell’elettro-beat che spazza la scena della musica pop araba. Il paese è diventato più conservatore e, agli occhi di alcuni musulmani, il balletto è una vera e propria “nudità”. La pressione sociale a conformarsi è opprimente, quindi l’idea di qualcuno che balla sul palco in calzamaglia non è ben vista da molti egiziani. Tuttavia, i giovani che hanno trovato la loro passione nella danza classica non sono certo élite isolate. Sono saldamente radicati nella classe media e medio-bassa, dove sono riusciti a ritagliarsi la propria zona bohémien di diversità e creatività.»

No Mercy del collettivo di danza nasa4nasa, festival Welcome to Socotra ospitato dalla Fondazione Feltrinelli a Milano

Il 30 giugno scorso, in occasione del festival Welcome to Socotra ospitato dalla Fondazione Feltrinelli a Milano, è andato in scena lo spettacolo No Mercy del collettivo nasa4nasa formato dalle danzatrici Noura Seif e Salma Abdelsalam. No Mercy è un’opera che sbatte sul palcoscenico il corpo delle donne e guardandolo non posso che domandarmi come abbia fatto a emergere un’opera di questo tipo nell’Egitto di oggi ed essere ospitato nei festival di mezzo mondo. No 

«Lo spettacolo – mi raccontano le protagoniste – si è sviluppato nel corso di una serie di anni e quindi è cambiato e si è adattato nel tempo. La versione finale che abbiamo portato in Italia è stata creata durante il COVID e il movimento #metoo in Egitto e riflette i nostri sentimenti, il nostro costante “scrolling” ed esposizione ai social media, i nostri corpi che sono uno sfogo. Lo spettacolo esplora la violenza della vita quotidiana, così come l’intimità di essa. È pensato per essere una serie di scene che attirano il pubblico in una vita fittizia, accompagnate da una playlist musicale che cambia rapidamente.»

La danza quindi come espressione di un pensiero sociale e politico? «Pensiamo che il nostro lavoro rispecchi i nostri interessi e desideri. Ma sì, la nostra danza è il nostro mezzo per affrontare, commentare, criticare le nostre vite. Naturalmente vivendo noi in Egitto, risponde a temi che hanno a che fare con la nostra vita lì». Sentite che oggi al Cairo e in Egitto ci sia libertà per le artiste come voi o avete mai sentito qualche tipo di disapprovazione e censura? «Qualsiasi esibizione in Egitto deve passare attraverso la censura. NO MERCY è una performance estremamente sensibile a non oltrepassare il limite ma piuttosto ad esplorare i limiti stessi che vengono imposti».

Che sia la danza, l’attivismo politico o la letteratura, è evidente che c’è una fessura che permette a quella luce che ha ispirato le memorie di Denise Pardo di oltrepassare l’oscurità che avvolge l’Egitto. Forse non è ancora tempo perché il paese torni a essere un paradiso perduto, unione di civiltà diverse, ponte tra l’Occidente e il mondo Arabo, ma quel che è certo è che, seppur distanti geograficamente, egiziani e non, devono trovare il modo di incontrarsi di nuovo, salvandosi reciprocamente e rifondando ne Il Cairo, che già fu approdo di tutti coloro che un paese l’avevano perduto, la capitale di una società apolide nuova, aperta, tollerante, che le troppe guerre e i troppi conflitti stanno riuscendo ad annientare.  

Città del 6 Ottobre 

6 Ottobre è una città del governatorato di Giza in Egitto. È una città satellite, situata adiacente a Giza, e fa parte della Regione del Grande Cairo. La città è stata la capitale dell’ormai defunto Governatorato del 6 ottobre, sciolto nel 2011. Nata come nuova città nel deserto, ospita molti studenti locali, oltre a studenti stranieri provenienti dagli Stati arabi del Golfo Persico, dalla Giordania, dalla Nigeria, dal Camerun, dalla Siria, dall’Iraq e dai Territori palestinesi. La città prende il nome dal giorno in cui scoppiò la guerra arabo-israeliana del 1973.

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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