Lucio Battisti Il tempo di Morire Incontro con Lucio Battisti 1970
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Lucio Battisti non ha mai amato raccontarsi, Lucio Battisti è un mistero

Ricerca e scelte drastiche, sperimentazione e segreto, la parola in corrispondenza al suono – il documentario ripercorre la parabola artistica di Lucio Battisti

Confusione, Lucio Battisti

La mia preferita, anche più di hits come I Giardini di Marzo, la mitica Acqua Azzurra, acqua chiara, di Ancora tu o Il mio canto libero, è una canzone incongrua come un sonetto dadaista: Confusione, del 1973. Woo-woo del sintetizzatore, il basso che cadenza acuti sgranati, scale cromatiche che si incrociano rapsodiche e pazze. Una presa per i fondelli. La metafora del petrolio è anche riferimento ambientalista. L’amore libero è il petrolio, materia il cui valore è universalmente garantito ma anche ambigua e ingannevole. La confusione scaturisce dal bisogno di imbalsamare le emozioni, di fornire etichette e seguire convenzioni trite e assodate. Confusione di Lucio Battisti non appartiene a nessun tempo, sembra concepita oggi, anche se la tematica rimanda agli anni Settanta. Provocatoria ed ironica, sincopata e sconcertante.

Sono abbastanza vecchio da ricordare quando uscirono, quelle canzoni che nei tardi anni Sessanta e nel decennio seguente suonavano alla radio quali messaggi più forti dei tazebao di propaganda politica. La voce era sporca e scavava varchi libertari senza giri di enfasi o perifrasi. Quelle canzoni non si prendevano sul serio ma potevano farti male. Solo canzonette, ma forse non è così. Le canzoni di Lucio Battisti registravano i tic e i nonsense surreali di un Paese in trasformazione, quando dopo la protesta giovanile del Sessantotto sorgeva il terrorismo di destra e di sinistra e si sfaldavano istituzioni e sicurezze tramandate sotto i colpi del qualunquismo. 

Lucio Battisti avrebbe compiuto 80 anni il 5 marzo 2023

Sembra strano che non ci sia più. Lucio Battisti avrebbe compiuto 80 anni domenica prossima. Lucio Battisti, cantautore, compositore, polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico nato a Poggio Bustone, Rieti, nel 1943, incarna una strana modernità e un’ansia di superamento che scorre fino all’estremo album, Hegel, del 1990. Una rarefazione del segno espressivo che è come una ferita aperta. Lucio Battisti è un ossimoro chiuso in sé stesso, a dispetto di un successo che seguita tuttora, una generazione dopo l’altra, grazie all’acquisizione delle sue canzoni a patrimonio della memoria nazional-popolare italiana. 

Le canzoni di Lucio Battisti

Coerenza incoerente, piccole cose che diventano grandi, la poetica del quotidiano. Canzoni impressioniste, pennellate per cogliere una visione. Sembra un haiku giapponese la frase ‘seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi ritrovarsi a volare’. Evocano paesaggi sospesi, sensazioni fuggiasche, sembrano still-life di Giorgio Morandi. Incipit assurdi e rurali ‘la gallina coccodè spaventata in mezzo all’aia…’, l’ebbrezza delle discese ardite e l’elegia della casa trasformata in tempio del ricordo quando una donna se ne va. Esitazione e speranza negata nei Giardini di Marzo che si vestono di nuovi colori. Quel sottile dispiacere da ascoltare sdraiati sull’erba, l’ironia divertita di Una donna per amico, la giaculatoria rabbiosa e il rimpianto di Voglio Anna

Lucio Battisti e la musica del tempo – canzoni di destra o di sinistra

Volatili come foglie nel vento e granitiche come pietre ti si incollavano in testa e sottolineavano il momento che stavi vivendo. Lo capivi subito, anche se eri soltanto un bambino. I grandi le cantavano come inni generazionali, si riconoscevano in quel sottile malessere, nella nevrosi relazionale e nella grana sentimentale, nei gap psicologici, nella bellezza e nell’inquietudine che emanavano dai testi. Le suonavano al mare in gruppo, vicino al fuoco, con occhi sognanti. Chissenefrega se fossero di destra o di sinistra. Bisognerebbe dirlo a coloro che dei concetti pesanti ne abusano per fare marketing della moda, svuotandoli di senso e ai genietti della provocazione one way che si vantano di ignorare chi fosse Giorgio Strehler. 

Gli album di Lucio Battisti nel covo delle Brigate Rosse

Quelli erano testi che volevano dire tutto e niente ma che arrivavano, colpivano il segno, tanto che in quei tempi bui li usavano perfino le Brigate Rosse per i loro farneticanti comunicati rivoluzionari. Ironia della sorte, nel 1978 durante l’arresto di tre membri delle BR, in un covo furono ritrovate quasi tutte le incisioni del cantautore. 

I testi di Mogol per Lucio Battisti – e Pasquale Panella

Lucio Battisti usa la parola in corrispondenza al suono. L’amore al centro, ma le parole rincorrono la libertà, il riscatto, la voglia di vivere, il gioco. ‘Ascoltare significa qualcosa’ era il suo mantra, un codice ermeneutico. Prima metteva giù la musica, la canticchiava in un inglese farlocco. Quindi veniva vestita di concetti da Mogol, che abitava vicino, lavorando insieme. Negli anni Ottanta Pasquale Panella, secondo il suo processo esoterico pieno di riferimento spirituali, filosofici e artistici, sfiderà Battisti a fare il contrario. I testi diventano sempre più incomprensibili e spiazzanti.

Lirismo pop, accenti blues e lisergici, una voce spezzata dal vago accento centro-italico, rauca e tenorile, tendente al falsetto. Tre accordi sulle corde di una chitarra spinti a un virtuosismo astratto e immediato. Facile in apparenza. A Battisti piaceva lavorare la mattina verso le nove, nella quiete della campagna brianzola dove si era trasferito. Niente notti brave, zero eccessi divistici. Silenzio, misura e disciplina.

La vita di Lucio Battisti 

La parabola artistica ed esistenziale di Lucio Battisti risiede in una progressiva sottrazione di sé, gestita per gradi nel corso degli anni, implacabile e come già scritta. È diversa dalla sparizione dagli schermi di Mina, che volutamente, all’acme della carriera, di colpo decide di togliersi di mezzo, sfuggendo all’inevitabilità dilagante del trash per trincerarsi dietro le cortine del mito. Battisti questa sua dimensione criptica inizia a costruirla in sordina fin dagli anni della massima affermazione. È un obbligo, un Diktat nevrotico che lo insidia e gli sale da dentro come la Kundalini. 

Battisti, autodidatta e maniacale

Mattone dopo mattone erige il muro di riservatezza monastica dietro il quale riuscirà a sfuggire a ogni indagine. Elusivo e caparbio si perde nei meandri della sua indagine sperimentale che lo porta a un rinnovamento incessante, spingendosi sempre più in là, frequentando il beat, il rhytm and blues, il folk, il soul, il rock progressivo, la musica latinoamericana, la disco, la new vawe, il funk, l’elettropop, il minimalismo. Lo fa anche a costo di perdere consensi, come puntualmente accade. Autodidatta e maniacale negli arrangiamenti quanto spontaneo nella composizione.

Lucio Battisti, Il mio canto libero

Lucio Battisti non ha mai amato raccontarsi, non voleva comunicare qualcosa che non fosse già dentro la sua musica, rivelato attraverso quelle parole ipnotiche che Mogol e poi il delirio ermetico di Pasquale Panella hanno pensato per quegli accordi semplici e intricati. Pavarotti ha avvicinato il lavoro di Battisti ad alcune composizioni pucciniane. Rappresenta una svolta intimista unica nel contesto cantautoriale politicamente e socialmente impegnato che si sviluppa negli anni Settanta dal Sessantotto in poi. Lucio Battisti è una specie di Gozzano, malinconico e venato di un humour sottile. La sua è metafisica pura, solipsismo e fuga onirica. 

Cancellazione anarchica di una contingenza che gli va stretta, che non lo lascia respirare, ‘in un mondo che non ci vuole più’. Il mio canto libero è una dichiarazione programmatica, l’immensità che viene a galla piano piano. 

Il figlio di Lucio Battisti, Luca Filippo Carlo – dopo la sua nascita cala il sipario

Lucio Battisti rifiuta l’omologazione allo star-system, impedisce ogni condivisione del proprio privato e si sottrae ai processi di piazza. Anticonformista e sdegnoso come un hidalgo non tiene in nessun conto i media, che ben poco lo amano e invasivi contribuiscono al suo allontanamento progressivo da ogni apparizione pubblica. Specie dopo la nascita del figlio, Luca Filippo Carlo, nel marzo 1973, che con una serie di gravi episodi segna il punto di non ritorno. Cala definitivamente il sipario. Si nega a Enzo Biagi e perfino a una richiesta dell’Avvocato in persona, Gianni Agnelli che gli propone di esibirsi al Regio di Torino in uno show sponsorizzato dalla FIAT per il compenso record di due miliardi. Lo accusano di snobismo, di anti-femminismo e di usare la sua auto-esclusione dallo stage per amplificare attesa e mistero intorno al proprio culto. 

Lucio Battisti: il carattere, la voce, le critiche, le stroncature – e la causa ambientalista

Un credo lo aveva: quello ambientalista. Nel giugno 1970 intraprende con Mogol un viaggio a cavallo da Milano a Roma in segno di protesta ecologica. Lucio Battisti risultava antipatico e non faceva niente per non esserlo. Freddo nella sua esitazione a dichiararsi, si trincera dietro un sorriso un po’ sofferente e imbarazzato. Tetragono si chiude nella durezza dell’approccio ruvido, talvolta un po’ paesano. Natalia Aspesi disse che aveva una voce sgraziata, come se dei chiodi gli stridessero in gola. Fabrizio Zampa sul Messaggero nel 1972 lo stronca dopo la partecipazione alla trasmissione radiofonica Supersonic, definendo la sua performance come ‘la sagra della stonatura e dell’improvvisazione’. Per Bocelli risulta ‘non troppo intonato’. Perfino Raffaella Carrà lo strumentalizza dai microfoni di Gran Varietà. Francesco De Gregori, al contrario, lo stima, come ha ribadito. Un apprezzamento reciproco. 

I capelli di Lucio Battisti e il presunto flirt con Zeudi Araya

Negli anni Settanta Lucio Battisti era preso in giro per quella gran chioma di ricci intricati da menestrello hippy in stile Donovan. La stampa specializzata lo tacciava spesso di velleitarismo. Lo dipingeva come una specie di fissato che si credeva la Garbo, proteso in una dimensione sperimentale diventata ossessione. In mancanza d’altro, i rotocalchi gli attribuirono pure un flirt con Zeudi Araya. 

Lucio Battisti era di destra o di sinistra?

Di frequente si vociferava che avesse simpatie di destra, che fosse iscritto al MSI e che avesse finanziato Ordine Nuovo. Si arrivò a dire che la foresta di braccia tese sulla cover de La collina dei ciliegi adombrasse un’adunata di saluti fascisti – invece significava un afflato religioso o forse era un riflesso cechoviano. Se costretto, rispondeva elusivo e lievemente scocciato. 

Noto per la sua parsimonia, affermò che uno tirchio come lui non finanziava proprio nessuno, che aveva ben altro da fare. Scappava a Londra, dove incideva gli ultimi dischi. Di recente, nel novembre 2020, Aldo Giannulli, ex Avanguardia Operaia e Liberazione, ora in forza alla rivista di geopolitica Limes, ritorna sul tema del presunto fiancheggiamento fascista, affermando sulla base di documenti di sua conoscenza che Battisti ha sostenuto alcuni attivisti di estrema destra che avevano guai con la giustizia e sovvenzionato il Comitato Tricolore di Mario Tedeschi. Il mistero è fitto.

Come è morto Lucio Battisti

Resta sconosciuta perfino la ragione della sua morte, un fatto aggressivamente protetto dalla famiglia ad ogni costo, come se fosse il terzo segreto di Fatima. L’intervista di Mogol, il re dei parolieri e sodale per almeno due decenni, apparsa il 2 marzo sul Corriere della Sera, non aggiunge nulla di nuovo a questo plot impossibile da penetrare. Nel 1978 Battisti intentò una causa al quotidiano milanese per invasione della privacy che vinse, ottenendo un risarcimento di 100 milioni di lire. 

La lettera di Mogol a Lucio Battisti in ospedale

Giulio Rapetti, alias Mogol, dopo la separazione professionale dei primi Ottanta è una delle venti persone che furono ammesse ai funerali. Risalendo all’inizio dell’itinerario comune, non ne voleva sapere di collaborare con Battisti, presentatogli nel 1965 dalla talent scout discografica Christine Leroux, che può darsi intravvedesse in lui una specie di Brel italiano. Mogol gli scrive una lettera mentre Lucio sta all’ospedale negli ultimi giorni. 

Lucio Battisti non si è mai sentito a suo agio davanti al pubblico 

Timido era timido, Lucio Battisti. Di rado ha affrontato le arene dei grandi tour concertistici – il secondo e ultimo, accompagnato dalla Formula 3 si tiene nell’estate 1970 –, proclamando in controtendenza negli anni caldi del Folk Studio che la sua musica aveva bisogno del filtro tecnologico più sofisticato e dell’affinamento in studio per declinarsi al meglio. 

‘Intanto non vivi, e, come ho detto, io intendo seguire questa professione, intendo guadagnare, divertirmi, avere successo, ma intendo anche vivere… ..Voglio conservare la mia autonomia, la mia personalità per quanto possibile e una delle cose che ti spersonalizza al massimo sono le serate’.

Lo stile di Lucio Battisti

Quello che contava era il contenuto, non l’apparire. Il contrario di quanto avviene ora, nell’età degli Influencer e della babele semantica in cui si privilegia il packaging abolendo l’esercizio di indipendenza critica. Era il dicembre del 1970 e la strada da seguire era tracciata. Lucio Battisti nel frattempo dichiara di preferire l’olio di ricino di littoria memoria alla televisione. Quell’ultima concessione televisiva, il duetto con una Mina in fourreau nero e trasparenze regalmente cotonata a Teatro 10, alle 21 e 47 del 23 aprile 1972, resta una pietra miliare della Rai e di un’intera estetica italiana. 

Lucio Battisti porta pantaloni a zampa

Una giacca trapezio a revers larghi e cache-col power flower annodato. Le sciarpe folk indianeggianti da freak sulla via dell’ashram facevano tanto Beatles a Rishikesh. Sono una costante del look di Battisti in quel periodo. Impossibile immaginare qualcosa di così travolgente e vero, scarnito dal bianco e nero catodico ed esaltato dalla grafica lineare della scenografia. L’Italia, malgrado tutto traboccava di energia artistica e letteraria. C’erano Arbasino, Testori e Pasolini, Carmelo Bene, Burri, l’Arte povera e Cy Twombly che stava a Roma con Gore Vidal e Talitha Getty. A Spoleto da New York arrivavano il giovane Bob Wilson e La MaMa. Il cinema significava Fellini, Bolognini, Elio Petri e Visconti, nonché Morricone e una pletora di commedie e b-movies che hanno ispirato Tarantino con le atmosfere kitsch e quei cromatismi acidi fluo. 

Pensate alla confusione estetica, alla volgarità banale dell’ultimo palcoscenico di Sanremo, che nella Città dei Fiori i fiori li ha banditi del tutto. Allora le scene erano minimal come i Tagli di Fontana e le texture geometriche di Castellani. Luci fredde e alonate, strutture work in progress, trasparenze e vinile optical. Quel contrasto in black & white aiutava non poco, sminuiva il camp, risultava ieratico. 

Lucio Battisti: l’ultima volta in televisione, il duetto con Mina

Si esibiscono dal vivo insieme, Lucio Battista e Mina Mazzini, presentati da Alberto Lupo. Il duetto si trasforma in crescendo folle, un’iperbole musicale che non dà tregua. Lucio da solo e in playback esegue in anteprima I giardini di marzo. Poi si scatena il confronto a colpi di note. Battisti graffia con la ruvidità vocale, interseca il barocco virtuosismo di velluto della Tigre di Cremona. Contrappunta le agilità e le marezzature jazz e blues di lei, sensuali. Mina, che peccato, anni dopo rifiuterà di cantare Ancora Tu. Entrambi adorano improvvisare, detestano le prove ma gli viene bene tutto, proprio au bout du souffle. Sparigliano, si divertono sfidandosi, spaccano lo schermo come non mai, accompagnati dalla band dei Cinque amici da Milano. Il medley, comprende Insieme, Mi ritorni in mente, Il tempo di morire, E penso a te, Io e te da soli, Eppur mi son scordato di te ed Emozioni.

8 minuti e 23 secondi che passarono quasi inosservati sui giornali dell’epoca. Ormai il duetto e quella televisione sono leggenda. Forse non ci credevano neanche loro due mentre succedeva. Le leggende si sa non invecchiano mai.

Cesare Cunaccia

Mina e Battisti, il Medley Rai del 1972
Mina e Battisti, il Medley Rai del 1972
Lucio Battisti, 7 e 40
Lucio Battisti, 7 e 40
Lucio Battisti Il tempo di Morire Incontro con Lucio Battisti 1970
Lucio Battisti, Il tempo di Morire – Incontro con Lucio Battisti 1970

Lucio Battisti – Nota Biografica

Battisti e Milano e Mogol

Battisti si trasferì a Milano a metà degli anni Sessanta e lì iniziò la sua carriera di musicista e cantautore. Milano era un centro nevralgico per la scena musicale italiana, Battisti stringe amicizia con altri musicisti e artisti, tra cui Mogol, che diventerà suo collaboratore e paroliere di lunga data. La musica di Battisti è influenzata dall’atmosfera dinamica della città e molte canzoni fanno riferimento alla città stessa. Io Vorrei Non Vorrei Ma Se Vuoi cita Piazza del Duomo. Battisti si esibiva al teatro Smeraldo di Milano. 

Mogol, Giulio Rapetti, è stato a lungo collaboratore e paroliere di Battisti Mogol riconobbe il talento di Battisti. Insieme, i due scrissero Il Mio Canto Libero, Una Giornata Uggiosa e Ancora Tu tra i molti altri brani.

Battisti: La riservatezza e i controversi rapporti con giornali

Battisti era critico nei confronti dell’industria musicale italiana e della sua promozione della musica pop commerciale a scapito dell’integrità artistica. Si rifiutava di apparire in televisione o di partecipare a festival musicali, il che lo rendeva bersaglio delle critiche di alcuni media che lo accusavano di essere arrogante e poco collaborativo. Battisti fu coinvolto in una serie di controversie legali con giornali e giornalisti. Nel 1978 citò in giudizio il Corriere della Sera per aver pubblicato un articolo che riteneva lesivo della sua privacy. La causa andò in tribunale e Battisti ottenne un risarcimento di 100 milioni di lire. In un altro incidente, nel 1982, Battisti fu coinvolto in un alterco fisico con un fotografo che lo aveva seguito. Il fotografo sporse denuncia contro Battisti, che fu poi assolto dall’accusa di aggressione ma multato per danni alla proprietà.

Lucio Battisti: il ritiro dalle scene

Lucio Battisti si è ritirato dalla scena pubblica all’inizio degli anni Novanta, all’apice della sua carriera, dopo aver pubblicato il suo ultimo album, Hegel, nel 1991. In alcune interviste, Battisti espresse il desiderio di allontanarsi dall’attenzione del pubblico e di concentrarsi sulla sua vita personale. Poco tollerava quando definiva come un’ossessione dei media e del pubblico per la sua vita privata, che riteneva invadesse la sua privacy. Battisti si ritirò in una piccola città dell’Umbria, in Italia, dove visse una vita tranquilla con la sua compagna, Grazia Letizia Veronese. Continuò a lavorare alla musica e ad altri progetti creativi, ma scelse di tenerli privati e lontani dagli occhi del pubblico. Battisti si è spento nel 1998 all’età di 55 anni.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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