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Perché la paura fa bene ai bambini e anche agli adulti

Come la letteratura per l’infanzia è diventata vittima delle incertezze dei grandi e del bisogno rassicurante di un lieto fine

The Story of the Goblins Who Stole a Sexton – fiaba di Charles Dickens

Quando ero piccola, con mia madre leggevamo sempre un riadattamento di una fiaba di Charles Dickens, The Story of the Goblins Who Stole a Sexton, contenuta in una raccolta di Antonio Gramsci dal titolo L’albero del Riccio. C’era qualcosa di inquietante e spaventoso in quel testo: i folletti, le notti buie e un protagonista che si aggirava tra tombe e alberi agitati dal vento. Ogni cosa fremeva di vita e sapeva di morte. Oggi una fiaba ambientata tra le pietre tombali di un cimitero in una gelida notte di Natale sembrerebbe stonare in una raccolta per bambini. Un adulto, un bravo genitore rabbrividirebbe alla sola lettura del titolo. Ma da quando la letteratura per l’infanzia ha bisogno di essere rassicurante e per essere apprezzata da chi la compra – gli adulti – si vede obbligata a proporre contenuti emozionalmente corretti? 

Narrativa per l’infanzia, temi ricorrenti

Le storie per bambini più conosciute hanno da sempre giocato un ruolo chiave nell’elaborazione di emozioni e temi spesso scomodi, anche se profondamente umani. Il pericolo, la paura, la morte, l’abbandono, l’amore sono al centro della narrativa per l’infanzia da quando esiste questo tipo di letteratura. Pensiamo ad Alice, che deve scendere sotto terra per vivere le sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Si tratta in realtà di una discesa agli inferi che non potrebbe essere più catartica. Il tema dell’allontanamento da casa è al centro anche di un altro capolavoro per l’infanzia, Peter Pan. Ci sono poi Pinocchio, Cappuccetto Rosso o Hansel e Gretel. 

La presa in carico da parte dei loro autori delle emozioni e riflessioni tipiche dell’infanzia nelle situazioni più diverse, sono ciò che ha contribuito a renderle opere indimenticabili e senza tempo. Oggi però si conquisterebbero un bollino rosso. E il problema non è dei bambini, ma di una comunità di adulti sempre più impaurita e in difficoltà rispetto ai propri compiti. Una comunità che spinge verso la rimozione di contenuti ritenuti difficili per i più piccoli, privilegiando libri sull’empowerment o che pretendono di insegnare una morale facile e alla portata di tutti. Se ciò che identifica la buona o cattiva letteratura per l’infanzia è l’appropriatezza, ciò che viene giudicato appropriato o meno dipenderà proprio da una certa idea di infanzia che negli anni è andata mutando, sepolta da visioni, idee, certezze proprie di una sensibilità adulta. 

Giorgia Grilli, docente di Scienze dell’Educazione all’Università di Bologna

«Il bambino – scrive Giorgia Grilli, docente di Scienze dell’Educazione all’Università di Bologna, e autrice del volume Di cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l’infanzia come critica radicale è quanto di più irriducibile all’adulto si possa dare. Prima di diventare individui civili i bambini sono creature ancestrali». In essi scorgiamo l’infanzia stessa del genere umano e la sua prossimità a quanto c’è di arcano nell’esistenza, nella natura, nel ciclo della vita e della morte. Proviamo per esempio a parlare di morte con un bambino e a farlo, viceversa, con un adulto. Quello che verrà fuori sarà un discorso sorprendentemente diverso. L’infanzia è però anche un’età molto malinconica. «Io ero profondamente infelice da bambino», ha ammesso Maurice Sendak, autore del capolavoro Nel paese dei mostri selvaggi. Abbandoniamo quindi l’idea che abbiamo dei bambini come creature candide e zuccherose, lontane da qualsiasi contatto con ciò che riteniamo sconveniente o proibito o, ancora, doloroso. 

Carla Ghisalberti, esperta di letteratura per bambini

«In un passato neanche troppo remoto l’ingerenza nei confronti dell’infanzia era molto meno invasiva, se non altro perché non esistevano tanti strumenti di controllo che rendessero possibile ‘monitorare’ le 24 ore di un bambino», spiega Carla Ghisalberti, esperta di letteratura per bambini dal 1997, anima della casa editrice Orecchio Acerbo e del blog Lettura candita. «Oggi mi pare di cogliere un atteggiamento diffuso di iperprotezione nei confronti delle possibili ‘paure’ che possono provare i bambini», continua. Di fronte alle difficoltà, gli adulti tendono a sostituirsi al bambino nell’agire quotidiano: dall’allacciarsi le scarpe e mettersi una giacca alla scelta di un libro. «Molti adulti, senza per questo voler generalizzare, vivono in un perenne stato di ansia nei confronti dei loro piccoli, passano il tempo a cercare di occupare le loro giornate e i loro pensieri, ma soprattutto a respingere al mittente qualsiasi cosa potrebbe turbarli. Comprese le storie»

Affidarsi a narrazioni in cui tutto va bene, tutto è subito chiaro e spiegato in maniera dettagliata, sembra più rassicurante. In tal modo si evitano ‘scomodità’ emotive, si possono tacere spiegazioni, si lasciano indietro le domande e le curiosità. «I bambini di un tempo, invece – aggiunge Ghisalberti –, sapevano che “il bosco va attraversato” e riconoscevano come naturale e insopprimibile l’attrazione verso l’ignoto, non retrocedevano di fronte alla paura, affrontavano il turbamento, il pianto. Non necessariamente in modo consapevole, ma sentivano che era loro compito misurarsi con tutto questo, per poi poter dire-il-mondo, con cognizione di causa e per costruirsi un proprio immaginario, necessario come l’aria che si respira».

Libri buoni vs libri cattivi 

«I libri per bambini scritti con fini espressamente pedagogici, così come i titoli che rispondono a precisi calcoli commerciali, non sono mossi da interesse, curiosità, attenzione, attrazione per l’infanzia in sé, per come è, quale età autonoma con propri bisogni, sogni, timori, desideri, punti di vista e pensieri che, per quanto a noi estranei, chiedono di essere notati, presi in considerazione, indagati, immaginati», scrive ancora Grilli. La vera letteratura per l’infanzia è quella che si interroga su cosa essere bambini possa voler dire e i veri autori di libri per bambini non temono di scrivere racconti in cui questi ultimi possano riconoscersi anche per ciò che di angosciante, misterioso, doloroso o spaventoso vivono. Senza per forza impartire ricette o consigli da seguire. Anzi, sollevando domande e creando scompiglio. 

«Nella letteratura per l’infanzia – afferma Grilli –, quando è tale, il pianeta infanzia è una scommessa, un guanto di sfida, che gli adulti decidono di lanciare a sé stessi e di affrontare, un’esplorazione che non si sa quali sorprese possa riservare, ma che comunque invita a partire, come si parte per terre straniere». Terre inesplorate e scomode.

Virginia Portioli, editor di Lupoguido

«I bambini interagiscono con noi senza filtri, sono autentici e per interloquire con loro è necessario adottare lo stesso grado di onestà», dice Virginia Portioli, editor di Lupoguido. «Questa chiamata alla responsabilità – aggiunge Portioli – e alla non banalizzazione, ci offre la possibilità di affrontare tutte le varie sfaccettature del reale, compresi i temi che sembrano impronunciabili». Nascono così volumi come Piccolo Sonno, una storia in cui amore e morte si intrecciano indissolubilmente, al confine tra sogno e realtà, oppure come Voglio un’altra mamma, frase per niente consolatoria e rassicurante che è diventata addirittura il titolo del volume italiano. «L’edizione originale canadese titolava Joseph Fipps», racconta Portioli. «Ma volevo che fossero chiari il pensiero e le emozioni del bambino, anche se disturbanti. I libri devono scrutare anche in quegli angoli bui, fatti di rabbia e smarrimento». 

Di editori coraggiosi, in Italia, ne restano pochi, e alcuni grandi capolavori per l’infanzia nel nostro paese non sono mai neppure arrivati. Come The sad book, opera del geniale autore inglese Michael Rosen (uno dei suoi libri più famosi, A caccia dell’orso, ha venduto circa dieci milioni di copie in giro per il mondo) che affronta con delicatezza un discorso di dolore e tristezza: quello della perdita di un figlio giovane da parte di un padre (lo stesso autore). O, ancora, come The Dead Bird di Margaret Wise Brown, il racconto di una giornata di gioco interrotta dal ritrovamento e dal successivo seppellimento di un uccellino trovato senza vita. 

«Non riusciremo – dice sempre Giorgia Grilli parlando di questi due volumi –  a proteggere i bambini evitando di affrontare con loro determinati discorsi: pensarlo è paternalistico e rivela quanto poco si sia disposti a prenderli sul serio, a vederli per quel che sono, con un loro mondo già emotivamente intenso, prima e al di là di noi».

Perché la paura fa bene ai bambini (e anche agli adulti)

La paura è un’emozione che ogni bambino si trova ad affrontare fin da piccolo. Perché ne faccia esperienza in sicurezza prima che nella vita reale, servono fantasmi, orchi, mostri, streghe, la natura e gli animali più selvaggi. Perché privare allora i più piccoli di un’alleata fondamentale come la letteratura per l’infanzia? La letteratura, da sempre, ha una vera e propria funzione antropologica: fa di noi quello che siamo in quanto uomini. Non è accessoria alla crescita, è fondamentale. Non consentire alle nuove generazioni occasioni di incontro con la letteratura e con i temi che da sempre approfondisce significa perpetrare una vera e propria deprivazione antropologica prima ancora che culturale. In un intervento intitolato Senza fate e senza maghi (aprile 1972), contenuto nella raccolta Vita immaginaria (1974), già Natalia Ginzburg avvisava: «…le vere e belle fiabe sono in verità inoffensive. Esse sono situate nell’unico luogo dell’universo dove non esiste offesa, cioè nei regni della vita fantastica. Quando mettono paura, è la paura salubre e liberatrice della fantasia, paura di cui lo spirito ha desiderio e alla quale si protende come a una fiamma che lo riscaldi». 

Giorgia Grilli

Insegna letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bologna ed è cofondatrice del Centro di ricerche in letteratura per l’infanzia del Dipartimento di scienze dell’educazione”Giovanna Maria Bertin”. È membro di numerosi comitati scientifici e gruppi di ricerca internazionale e ha tradotto numerosi testi di saggistica e di narrativa. Tra i suoi volumi ci sono La letteratura invisibile (Carocci, 2011) e Libri nella giungla (Carocci, 2012). Nel 2006 ha vinto il Premio Andersen per la miglior traduzione con La comica tragedia o la tragica commedia di Mr. Punch di Neil Gaiman.

Carla Ghisalberti

Si occupa di letteratura per l’infanzia dal 1997. Nel 2003 ha fatto nascere l’associazione culturale “Mi leggi ti leggo”, che promuove e accende la passione per la lettura e gira per scuole, biblioteche e librerie. Dal 2013 lavora  nella redazione della casa editrice Orecchio acerbo. Dal 2011 cura un blog dal nome Lettura Candita

Virginia Portioli

Cacciatrice di storie e di illustrazioni sofisticate e originali, si prende cura a tutto tondo della casa editrice milanese per ragazzi Lupoguido, nata all’interno della Guido Tommasi Editore. Il nome Lupoguido si rifà a quello dell’editore, unito all’emblema per eccellenza della letteratura per l’infanzia: il lupo. Nel 2018, Un giorno nella vita di Dorothea Sgrunf, si è aggiudicato il Premio Andersen nella categoria Miglior libro mai premiato.

Rosa Carnevale

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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