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Foto di Peter Hujar, 1969
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Siamo fragili – perché vogliamo leggere un romanzo come Una vita come tante?

Il libro che tutti leggono perché vogliono piangere: fenomenologia di Una vita come tante, il caso editoriale che continua ad attrarre il mondo letterario, scavando all’origine della fragilità umana

Un’introduzione della redazione di Lampoon

Il libro A Little Life – in italiano, Una vita come tante – è diventato un’opera teatrale e non un film – il romanzo è una storia sulla fragilità, sulla fragilità umana: James Norton in conversazione con Carlo Mazzoni

Nella conversazione sulla diagnosi di diabete tra l’Editor-in-Chief di Lampoon Carlo Mazzoni e James Norton – pubblicata sull’ultimo numero di Lampoon, The Working Issue – si cita anche Una vita come tante (titolo originale A Little Life). Il romanzo parla di fragilità. Jude, il protagonista, è un uomo fragile. James Norton lo ha interpretato nell’arrangiamento teatrale del 2023.

Una vita come tante parla di maschi, di mascolinità, di fragilità degli uomini. Mascolinità e femminismo. «Il femminismo esiste in relazione agli uomini» ha commentato Norton. «Come gli uomini percepiscono se stessi in relazione alle donne. Una vita come tante parla di uomini, eppure si potrebbe descrivere come un libro femminista di successo. Ridefinisce l’amicizia maschile, il potere maschile alla luce della fragilità. Una cosa che dovremmo fare, e che stiamo iniziando a fare, è affrontare il femminismo dalla prospettiva degli uomini. Si tratta di comprendere il bisogno degli uomini di sentirsi superiori fisicamente ed emotivamente alle donne. Ho avuto molte discussioni sull’amicizia maschile e sulla sessualità.

Hanya Yanagihara parla raramente di sessualità nel suo libro e nello spettacolo la menzioniamo solo una volta –  eppure si tratta di uomini che si innamorano di uomini. L’idea che amare il proprio amico solo in senso emotivo o anche fisico comprometta in qualche modo il proprio potere maschile è superata. Nella storia, Willem è un uomo forte, un attore di successo. Fornisce la guida e la forza di cui Jude ha bisogno. Fornisce l’amore redentivo di cui Jude ha bisogno per uscire dal suo trauma – e questa è la forza di Willem – ma non è una forza maschile». Il potere nasce dalla fragilità. In A Little Life il potere degli uomini deriva dalla loro fragilità.

Una recensione di Mattia Insolia, autore di Cieli in fiamme (Mondadori) per Lampoon

Una vita come tante di Hanya Yanagihara, il romanzo che non smette di infiammare il booktok

Una vita come tante è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 2016 da Sellerio mentre negli Stati Uniti è uscito l’anno precedente, è stato finalista sia al Booker Prize sia al National Book Award e ha vinto il Kirkus, ha venduto tre milioni di copie, passa le mille pagine e l’ha scritto la statunitense Hanya Yanagihara. Nel nostro Paese è un caso editoriale da un paio d’anni – pure grazie ai ragazzi di TikTok che lo leggono per piangere; lo fanno davvero per questo: perché vogliono piangere –, nel resto del mondo è già un cult e io ne sono ossessionato. 

Ragazzi, adolescenti che si riprendono mentre leggono il romanzo Una vita come tante documentando il loro stato d’animo cento pagine alla volta. Video con la descrizione cosa vivevo mentre leggevo questo libro o Leggi con me Una vita come tante immortalano i lettori piangere e struggersi per le vicende raccontate da Hanya Yanagihara. Una messa in scena di emozioni, tristezza e dolore soprattutto. La viralità del romanzo ci fa capire quanto i giovani oggi siano intrappolati nelle loro emozioni, quanto facciano fatica ad esternarle e che la letteratura (cartacea) è ancora un mezzo valido per indagare se stessi. 

La sfilata di Valentino dedicata a Una vita come tante di Hanya Yanagihara – un ideale maschile che abbraccia la fragilità umana

Pier Paolo Piccioli, nella scorsa sfilata di Valentino andata in scena alla Statale di Milano ha omaggiato il romanzo di Hanya Yanagihara. La sfilata intitolata The Narratives, aveva come protagonista il romanzo Una vita come tante, come si è visto anche nella campagna di comunicazione che ha preceduto la sfilata. Le citazioni del romanzo sono state riportate sugli abiti per emozionare e creare un ideale di maschile diverso, che ammette le proprie fragilità umane e abbraccia le proprie sofferenze. «We are so old, we have become young again». Per la sfilata è stata stampata anche un’edizione di Una vita come tante firmata da Valentino. 

Perché leggere Una vita come tante di Hanya Yanagihara

C’è questo romanzo, intricato e doloroso come una tortura condotta in modo scientifico e scrupoloso, a cui penso spesso. Un romanzo che, per certi versi, mi dico non dovrei consigliare, eppure lo consiglio sempre a tutti; l’ho persino regalato a due amici. C’è questo romanzo che in sé ha una sofferenza rude, pesante, patetica e, a pensarci, superflua. Un romanzo che nella sua storia ti ci fa scivolare lentamente e tu, inerme, incosciente, d’un tratto, ti trovi nella pancia del mostro senza sapere quando o come ci sei finito.

C’è questo romanzo che mette paura e inquietudine, strazia, fa soffrire, mostra la luce dorata in fondo al tunnel solo per azzopparti quando sei quasi arrivato. Un romanzo che ho detestato entrambe le volte che l’ho letto ma penso che lo rileggerò sotto Natale. C’è questo romanzo che io davvero non capisco – non capisco perché funzioni così bene, per quale ragione continui ad attrarmi tanto, come sia stato scritto – e che sento la necessità di capire.

La sessualità, tra i temi di Una vita come tante di Hanya Yanagihara

I protagonisti sono quattro ragazzi che si danno molto da fare a New York per costruirsi. Ex compagni di università, sono amici da tanti anni e si aiutano nel percorso verso l’età adulta. Willem è dolce, gentile, benvoluto da tutti, è bello, in modo inconsapevole e vuole fare l’attore. JB è furbo, sa essere cattivo e fa il fotografo. Malcom sembra sempre frustrato, nel suo modo di vivere c’è un malumore che lo sfibra, ma di cui non riesce a far a meno, è architetto per uno degli studi più importanti della città, però le mansioni non lo appagano. Infine c’è Jude, bello come Willem ma molto magro, cupo, parla poco e racconta di sé pure meno, fa l’avvocato, e la sua sessualità è sfuggente. 

Li seguiamo dagli anni successivi alla laurea alla mezza età, mentre sono presi a edificare le loro vite, tra esplorazione sessuale e rapporti tossici, tra impieghi falliti e feste, tra politica e lotta agli stereotipi, ma pian piano viene pure narrato, tramite lunghi flashback, quel che è capitato a Jude da bambino; violenze, abusi che passano per orfanotrofi, casefamiglia e che lo portano a un autolesionismo feroce. E presto a prevalere è lui, Jude, che diviene protagonista.

Descrivere l’esistenza umana attraverso il dolore: il romanzo di Hanya Yanagihara

Sebbene i personaggi principali siano quattro non è un vero e proprio romanzo corale. Le vite dei ragazzi, vengono raccontate, affrontandosi a blocchi separati, da un narratore onnisciente che si focalizza su ognuno in modo scrupoloso, ma dopo il primo capitolo il lettore viene infilato nell’esistenza di Jude, su cui lo sguardo resta incollato fino alla fine del libro: il protagonista è lui. Gli altri nello spazio di poche centinaia di pagine sbiadiscono. La sua non è una vita come tante, anzi. Qual è, quindi, l’esistenza comune a cui fa riferimento il titolo? 

Dapprincipio, mi sono detto Yanagihara l’avesse scelto per antitesi, l’originale è A little life, ma la risposta non mi convinceva. Alla seconda lettura ho trovato una spiegazione che mi è parsa più azzeccata: le vite come tante sono quelle degli altri protagonisti, Willem e JB e Malcom, e Jude, vero personaggio principale, non è che il loro specchio. Così come “Il mare non riflette il mare” – scrive Anna Maria Ortese -, Willem e JB e Malcom non sono capaci, da soli, di raccontare la loro storia, troppo simile a quella di milioni di altre, e per farlo Yanagihara usa un’esistenza più alta, specifica: usa il dolore di Jude come superficie riflettente che dice e al tempo distorce.

La vita tra orgasmo e dolore: la copertina di Una vita come tante di Hanya Yanagihara

Un martirio, quello di Jude, che pare ritratto già in copertina, dove campeggia l’immagine di un giovane che sembrerebbe provare un forte dolore. La foto è di Peter Hujar, scattata nel 1969, e in realtà mostra un ragazzo nel momento di un orgasmo. Quella in copertina non è sofferenza ma neanche piacere, è la fine del godimento: Una vita come tante racconta la fine delle illusioni di un gruppo di ragazzi che, abbandonata la terra della giovinezza, avanza lungo quella dell’adultità.

Fine della giovinezza, del piacere, delle illusioni; in una corsa indefessa. Nel gioco di luci e ombre, nel rimpallo perenne di vite che si lambiscono, che si sfiorano e s’incrociano e s’incastrano il lettore cade, cade in una rete da cui non riesce più a venir fuori. Difatti il grande pregio di Una vita come tante, il dettaglio che più di ogni altro mi fa dannare – da lettore e da scrittore, è questo: è immersivo in modo totalizzante, assoluto; caleidoscopio, ipnotizza e cattura. Una volta cominciato a leggerlo, diventa difficile separarsene. Non succede solo per gli incastri delle vite raccontate, né soltanto per il dolore messo in atto, la storia del racconto, la caratterizzazione di personaggi, posti, scene. Credo abbia a che fare soprattutto con il tempo.

La vita sospesa di Una vita come tante: riusciamo ad immedesimarci nel romanzo di Hanya Yanagihara perché non ci sono riferimenti temporali certi

Yanagihara racconta una storia sospesa, e racchiusa in una bolla. I personaggi vivono in un presente continuo la cui epoca non è definita, potrebbe essere un contemporaneo qualunque: diventano adulti poi invecchiano ma non sul serio, cambiano le loro vite e i loro spazi ma mai radicalmente, fanno quella cosa o quell’altra ma senza avanzare tanto. I piani temporali sono due, il presente del gruppo e il passato di Jude, però non sono davvero specifici. 

Ogni cosa accade in una concatenazione perpetua, che crea un tutto, un ammasso intricato di eventi, privo di tempo determinato. Appunto: la storia è sospesa nel tempo. Un impianto favolistico, tanto, tanto tempo fa in una terra lontana viveva una principessa, che è uno dei punti di forza del libro. La mancata determinazione di un’epoca e di un arco narrativo fanno fluttuare la vicenda in un incanto, un artificio che siamo chiamati ad abitare. A essere sospeso non è solo il tempo, lo sono pure i giudizi.

Perché il dolore ci piace tanto? Il masochismo di Yanagihara in Una vita come tante

Una vita come tante mostra un dolore che difficilmente si è capaci di digerire, e di certo, se ci si riesce, lo si fa con una domanda: perché? Perché Yanagihara fa soffrire così il suo protagonista? Perché si accanisce tanto su di lui, non gli dà pace? Jude trascorre l’infanzia, raccontata in flashback lunghissimi che, in effetti, compongono un romanzo a sé, tra orfanotrofi religiosi, case famiglia e motel, sempre picchiato, abusato, costretto a prostituirsi. Le violenze vengono narrate senza lasciare niente alla fantasia, le immagini di ciò che viene inflitto sono nitide in maniera eccessiva e davvero troppe – e il motivo di una quantità tale di efferatezza il lettore se lo chiede.

La pornografia del dolore in Una vita come tante: violenza, stupri, sofferenza e i tentativi di fuga da un passato doloroso

Jude viene abbandonato quand’è in fasce, poi preso da una confraternita, dove è sistematicamente stuprato dai frati, scappa con uno di loro, che lo obbliga a prostituirsi nei motel, quando la polizia li scopre è dato ai servizi sociali dove viene ancora violentato, è poi affidato a una famiglia e viene ancora picchiato e abusato. Ecco: è tutto troppo. C’è una pornografia del dolore evidente, e una geometria della sofferenza che proprio non funziona, esagerata, sopra le righe. 

Malgrado tutto andiamo avanti – non possiamo farne a meno: s’innesca un meccanismo che ci fa assuefare al suo dolore, e che ci porta a domandarci se una salvezza possa esserci, per questo disgraziato. Non per ragioni narrative, ma esistenziali. Esistono vie di fuga da un passato che ci macella, una salvezza per chi dentro ha sensi di colpa inenarrabili, un perdono per chi sente un sé così marcescente e orrido? La storia di Jude pungola le parti più viscerali di ciascuno di noi, lì dove risiede la colpa: vogliamo scoprire se esiste una salvezza, una felicità nonostante.

Una vita come tante: Yanagihara ci spiega come ricercare la felicità anche attraverso il dolore dell’esistenza e l’amore

Questo romanzo, è un racconto sulla ricerca della felicità nonostante: nonostante il senso di colpa per quel che abbiamo fatto o ci è stato fatto o per come siamo fatti, nonostante l’inadeguatezza davanti chi ci ama e per la vita stessa, nonostante la lingua non sappia formulare le parole per dire ciò che è stato. Ciascuno di noi è abitato dai suoi nonostante, e Jude li accoglie tutti, facendoci sentire meno soli nella ricerca che ognuno conduce di un porto sicuro cui abbandonarci, meta che da chiamare casa, occhi in cui scorgere ciò che tutti chiamano amore. È l’amore tra Jude e Willem, alla fine, ad avvinghiarci davvero.

«Sei Jude St Francis. Sei il mio amico più caro, l’amico di una vita intera. Sei un newyorchese. Abiti a SoHo. Offri assistenza legale volontaria ad artisti, e sei nel consiglio di amministrazione di una mensa per poveri. Sei un ottimo nuotatore. Sai cucinare. Adori leggere. Hai una voce bellissima, anche se non canti più. Sei un pianista eccellente. Collezioni opere d’arte. Mi scrivi messaggi bellissimi, quando sono fuori per lavoro. Sei paziente. Sei generoso. Sei il miglior ascoltatore che io conosca. Sei la persona più intelligente che io conosca, e la più coraggiosa, da tutti i punti di vista».

A parlare è Willem, che si rivolge a Jude – verso la fine del romanzo. Qui, nel modo più onesto concesso alla parola, torna il gioco di specchi di cui parlavo: Willem si annulla di fronte a Jude – che è prima amico, poi fidanzato – e lascia che si veda attraverso sé stesso. L’atto d’amore più grande che si possa fare. 

Il lettore di Una vita come tante è nudo allo specchio mentre legge le proprie debolezze, soprattutto non è solo

Forse la bellezza di questo romanzo, la sua capacità di attrarre e incantare, risiede in questo: nel fare da specchio a chi lo legge – sempre senza tempi e giudizi, e con amore. Raccontando una storia così dura, dolorosa, Yanagihara ci convince a deporre le armi, ad abbassare la guardia – Jude è nudo davanti a te, dice, ti concede di vederlo nei suoi punti più osceni, e di cui si vergogna, quindi tu sta’ tranquillo e non nasconderti e porta a galla i tuoi, di punti osceni. Yanagihara ci convince a leggere questa storia senza alcuna armatura addosso, facendo sì che i dolori, i nonostante che abbiamo dentro, salgano in superficie. E quando quei dolori e quei nonostante sono affiorati, Jude ci fa da specchio: sto soffrendo pure io, dice, proprio come stai soffrendo tu, e va bene – non sei solo.

Non siamo soli.

Mattia Insolia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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