Casa Lana, Ettore Sottsass, Treinnale di Milano
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Essere esclusivi: la smania che omologa tutti e la moda che non è moda

Tutti anti-conformisti ed esclusivi, tutti uguali: la smania di partecipare che massifica; introduzione alla modalogia, una nuova filosofia della moda

Ripensando Claudio Calò e La sfilata di moda come opera d’arte: il rapporto selettivo con il pubblico 

Sono stato, anche io – perché che fai, non ci vai? – a qualche sfilata e annessa festa della settimana della moda milanese. Erano eventi esclusivi, a ingresso controllato, eppure l’impressione era che fossimo tutti lì. Mentre ballavo, vestito da scemo con degli amici, a un evento di K-Way ho visto alcuni miei studenti che mi facevano le foto. Sensazione straniante, ma è la moda bellezza. Se la sfilata di moda ha un qualche collegamento con l’opera d’arte, come dice Claudio Calò nel suo La sfilata di moda come opera d’arte (Einaudi), questo collegamento dovrebbe essere il suo selettivo e inedito rapporto con il pubblico. 

La Quinta parete abbattuta: con Tik Tok siamo tutti produttori, pubblico e attori

Durante la pandemia, la direttrice del Castello di Rivoli Carolyn Cristov-Bagargiev, mi commissionò una ricerca sulla ‘scomparsa del pubblico’: dove si trovava? Anche quando era tra noi, o come adesso nella settimana della moda che è ovunque, cosa guarda e che funzione ha? Questione articolata. Romeo Castellucci da poco con la La quinta parete ha tentato di coinvolgere i suoi studenti in Triennale a Milano in uno spettacolo dove il confine tra pubblico e attori era assai labile: che siano queste conseguenze del modo in cui viviamo? Tik Tok ci ha resi tutti produttori di contenuti, pubblico e attore sono costantemente invertiti, la relazione sembra spezzata. 

Le diversificazioni ordinarie fatte di tatuaggi, orecchini e occhiali da sole: l’omologazione è funzionale a gestire lo status quo e la scomparsa del pubblico radicale

L’omologazione, con le sue apparenti diversificazioni ordinarie fatte di orecchini, tatuaggi e musica trap, è funzionale a gestire ogni cosa; dai negozi al desiderio sessuale, dalle università alle riforme politiche, dalla musica alle immagini in movimento, dall’arte contemporanea prêt-à-porter alla presunta moda radicale che metta una gonna a un uomo e pensa di aver risolto la discriminazione di genere. In altri termini, sebbene nelle varie costituzioni degli Stati occidentali sia detto che, a prescindere da casi particolari e lesivi dei diritti altrui, ogni libertà di pensiero e azione sia tollerata di fatto, l’unico pubblico che questi stessi Stati possono avere è quello composto da fruitori annientati e scomparsi nella loro veste di pubblico radicale. Tutto ciò che supera il bordo del consentito, dal matto all’apolide, dal migrante al terrorista, dallo scomparso all’eremita, va classificato come strano e, ancora una volta, eliminato come vivente, come possibilità alternativa alle vite da ufficio e da quelle capsule da alveare per dormire che chiamiamo appartamenti. 

Libertà d’espressione solo se sinonimo di narcisismo; il capitalismo come stabilizzatore di questo disturbo di personalità

La rimozione del pubblico dalla storia del sapere è una storia violenta, atroce, fatta di produzione di anormali che fuori da questo sistema sarebbero stati benissimo. La presunta libertà di espressione è accessibile a condizione che resti sempre rigorosamente narcisistica, e il capitalismo è la stabilizzazione di questo disturbo di personalità da cui forse anche io sono affetto e più che con la psicanalisi dovremmo combattere con la dinamite. C’è però ovviamente anche un altro versante e cioè il rapporto che la rimozione della profondità di pensiero della storia del sapere ha con le sue presunte alternative: quello che ancora, inutile girarci intorno, assomiglia a ciò nell’antica topografica separava il mondo conosciuto da quello sconosciuto – Hic sunt dracones.

Tutti anti-conformisti ed esclusivi, tutti uguali: la smania di partecipare che massifica; la caduta della moda di rivoluzione anni Settanta e della sfilata artistica

Siamo tutti anti-conformisti ed esclusivi, dunque. La smania di essere partecipi all’evento, di mostrare che ci siamo, massifica tutto: la differenza, pensiero su cui è articolata a partire dallo strutturalismo francese tutta la moda di rivoluzione degli anni Settanta e il sorgere della sfilata artistica, sembra cadere del tutto. Siamo tutti diversi, ma da cosa? L’alterità, appunto, come dragone; il pubblico forte e sconosciuto come assoluto pericolo. L’unica vera libertà che abbiamo dentro i confini della produzione di quella scena che chiamiamo ‘società civile’ – e di cui queste settimane della moda sono la quintessenza – è quella di stare zitti e buoni, uguali ma non troppo ai rispettabili signori del potere, in attesa del giorno in cui riceveremo il tanto anelato invito esclusivo. 

Lo sforzo teoretico sotteso alla moda contemporanea: trasmettere concetti tramite colori fluo e sneakers colorate; tutti uguali, ripetibili all’infinito, non possiamo essere visti più da nessuno 

Leggo centinaia di filosofie ottimistiche e positive della contemporaneità, come quelle operate dai vari maestri che ho avuto negli anni, e per cui ho ancora profondo rispetto – penso a due giganti della filosofia come Maurizio Ferraris o Luciano Floridi –, e provo un senso di sgomento: ma non lo vedono, penso, che sono diventati loro stessi strumenti di ciò che criticavano? La moda contemporanea ha una forte tendenza alla logica, e nell’epoca della scomparsa dei pubblici lo sforzo teoretico sotteso alla moda è trasformare i nostri patemi in matemi, cioè concetti trasmissibili tramite colori fluo e sneakers colorate. Tutti uguali, ripetibili all’infinito, non possiamo essere visti più da nessuno. Al tempo stesso l’originalità liberatoria degli slogan dei trend di oggi – un sovversivo monito al rilancio dell’apparire come esperienza di libertà – è aver inserito in questo sistema la dimensione irriducibile della soggettività dell’uno per uno. 

La moda che rovescia l’idea della divisa con l’anti-divisa: e l’esercito dell’uguaglianza si muove ordinato

Mai la generalizzazione, ecco i pezzi irripetibili. La moda entro il circuito della scomparsa dei pubblici rovescia l’idea della divisa con una sorta di anti-divisa. Ripeto, intorno a noi l’esercito dell’uguaglianza si muove ordinato. Pur sapendo che tutto il congegno che stiamo cercando di costruire non sarà mai sufficiente a svelare il mistero dell’esistenza, sicuramente l’essere vestiti e non nudi pone alcune domande strutturali rispetto all’idea di sguardo dell’altro con cui ci siamo confrontati. Quando incontriamo un abito che descrive un’epoca bisogna dimenticare gli altri. Mai la comparazione. È anche un antidoto contro i rischi di una mistica della moda, un’impossibilità di trattarla, come stiamo facendo adesso, come corollario di una filosofia teoretica. 

La modalogia: la moda analizzata attraverso campi come la filosofia, l’antropologia, gli studi di design, la cibernetica, la letteratura, l’epistemologia

Negli ultimi decenni, gli studi critici sulla moda hanno conosciuto una diffusione che ha aperto l’insegnamento della moda al dialogo con discipline dalla incredibile varietà concettuale: la filosofia, l’antropologia, gli studi di design, la cibernetica, la letteratura, l’epistemologia sono solo alcuni dei campi in cui oggi possiamo rinvenire le applicazioni della moda contemporanea. Questa galassia, che proporrei di riunire sotto il nome generico di modalogia, ha estratto dalla moda contemporanea una quantità così eterogenea di saperi che risulta impossibile parlare di un unico e omogeneo sistema di fashion studies, ma di uno sciame di diverse modalogie, a volte persino incommensurabili tra loro. Nel novero di questi studi vi è ancora un argomento che figura da grande assente: la conseguenza di un conformismo dei costumi connesso a un sistema di potere che omologa. 

Non basta citare Agamben o Haraway in un catalogo

Più intellettuali hanno identificato diversi aspetti della modalogia che potrebbero essere ricondotti alla corrente del pensiero della filosofia della moda – tra questi ha un ruolo decisivo a mio avviso Emanuele Coccia. Ma la loro tendenza, sino a ora, è stata quella di appiattire con eccessiva facilità  tale argomento concentrandosi solo sugli ultimi anni di vita dell’alta moda, concependo la modalogia come inesorabile crepuscolo intellettuale della traduzione di qualche libro storico in una collezione – penso a Alessandro Michele con Agamben o Haraway, tanto per fare esempi noti. La maggioranza di tali analisi ha ridotto la filosofia della moda a una banale serie di didascaliche traduzioni. 

L’anatema filosofico culturale verso la moda, concepita come futile tendenza incapace di condensarsi in un vero e proprio sistema

Basta una citazione in un libretto di sala per dare corpo concettuale a un’opera di ingegno? Probabilmente, sono due i motivi che hanno viziato tale superficialità esegetica: da un lato, la caratteristica impenetrabilità logica dell’estetica contemporanea, eclettica e ombrosa come la fine del mondo che stiamo abitando; dall’altro, il pregiudizio verso la moda stessa, sovente marchiata da un vero e proprio anatema filosofico-culturale, e concepita da molti come una futile tendenza del nostro tempo incapace di condensarsi in un vero e proprio sistema. 

Modalogia: una filosofia articolata su più livelli argomentativi che sfociano nella antropologia

Ciò che interessa in questa sede, a partire dall’idea della iper-necessità di essere nell’evento come per la fashion week, è analizzare come anche la moda sia una risoluzione dell’annullamento del pubblico come parte integrante della scena. Da un punto di vista tematico, la modalogia come vorrei la si vuole intendere in questa sede appare una realtà celata, una tendenza silenziosa, non immediata, e che attraversa tutto ciò che sappiamo delle velleità umane di adornare i propri corpi. Tuttavia, se seguita nei particolari, tale modalogia si rivela una filosofia complessa, originale e articolata su più livelli argomentativi che sfociano nella antropologia: non si tratta di approccio ingenuo, inteso come una qualsiasi estetica rovesciata e rigirata sul fashion, o di una supercazzola radicale, fondata sull’idea di affittare un qualche filosofo per scrivere un catalogo. L’assunto di base della modalogia è che non esista una univocità, ma che tutto si dispieghi in forma reticolare, aprendosi in una galassia di posizioni e approcci diversi, spesso in antitesi tra loro. 

La moda contemporanea all’epoca della scomparsa del pubblico: «per il desiderio, ripassate un’altra volta»

Prendendo in prestito da Jacques Lacan una sua nota esternazione contro comunismo e capitalismo (Il seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi 1959-1960), la moda contemporanea all’epoca della scomparsa del pubblico sembra dirci «per il desiderio, ripassate un’altra volta». Anche le mode apparentemente più attente alle diversità prospettiche contemporanee, quelle legate al queer o alle destituzione dei generi in generale, tendono a sottrarsi dal considerare la questione dell’abito come decisiva per stabilire un ‘futuro migliore’ per l’umanità, e la loro definitiva instaurazione non farebbe che ribadire una nuova e ennesima forma di asservimento: non esiste una società felice, nemmeno in potenza, e tutto ciò che si staglia davanti a noi è solo il disagio della civiltà a cui dobbiamo rispondere adornando a piacere i nostri corpi, che di questo disagio saranno dei manifesti di carne e sangue. 

Il vuoto dietro i proclami rivoluzionari della moda attuale: quale emancipazione attraverso questa rivoluzione estetica?

In secondo luogo, non vi sorprenda allora la severità che in questa sede si vuole tenere verso i proclami rivoluzionari della moda attuale, o nei confronti di tutte quelle tesi programmatiche che prospettano un’emancipazione a venire grazie a una rivoluzione estetica; anche nel clamore del maggio Sessantotto in fondo le mode pseudo-rivoluzionarie sentenziavano con fermezza che chi insorge non farebbe altro che reclamare un nuovo padrone. La Rivoluzione è indissociabile dal suo riferimento al pubblico a cui si sta cercando di rivolgere e, riprendendo Lacan: «non c’è niente di rivoluzionario nel ricentramento del mondo […] intorno al sole» (Lo stordito, Altri scritti).  Come sostiene il filosofo, quella rivoluzionaria è una pura ideologia, un insieme di assunti che non agiscono in alcun modo sul Reale, ma anche laddove fosse possibile insorgere, laddove si producesse un’effettiva breccia nel sistema, tale atto non farebbe che instaurare il dominio di un nuovo padrone.

A quale pubblico si rivolge la moda all’epoca del ‘tutti presenti’?

A quale pubblico si rivolge la moda all’epoca del ‘tutti presenti alla sfilata’? Da chi pensiamo di essere visti nei nostri abiti quotidiani? Fin quando una rivoluzione non è che una possibilità trascende i dati e le costanti della storia, ne supera il quadro; ma, dal momento che si stabilizza, vi rientra e vi si conforma, ne segue il solco; vi riesce così bene che utilizzerà i mezzi della reazione che aveva poco prima condannati.  Ma la moda è soprattutto questo: il fatto che il carattere immondo del mondo permetta comunque un’azione partecipativa attraverso uno schermo di connessioni tra i corpi e gli ambienti che chiamiamo comunemente ‘vestito’; il fatto che sia possibile lasciare aperto uno spiraglio di prassi etico-politica anche in quel desolante vuoto cosmico dell’estetica che Pascal definisce il «silenzio eterno degli spazi infiniti». 

Cosa significa essere o non essere parte di un pubblico nell’era social? Siamo tutti dove si deve essere, tutti uguali e identici

Questa condizione di immersività – in cui tutti siamo ‘dove si deve essere’ diventando tutti uguali e identici – influenza la nostra percezione e comprensione del mondo anche fuori dalla stessa zona, rappresenta una condizione di possibilità fino a poco tempo fa imprevedibile per la moda e la scomparsa del pubblico. Cosa significa in questa cornice essere o non essere parte di un pubblico nell’era social? Il digitale complica la nostra analisi, eppure la rende più forte anche in questo elenco di domande apparentemente senza risposta. Ogni superficie vivente, in questo pianeta, si estende altrove grazie agli arti che comunicano con l’ambiente circostante. Toccare, sentire e ricevere sono le componenti essenziali per qualsiasi forma di vita: apparentemente questa nuova modalità di evento, quella delle stories di Instagram e dei video su Tik Tok, ci fa pensare di avere una parte di tutto ciò. 

Le stories e i video di Tik Tok come estensione sensoriale: pensiamo di avere una parte nello show

La nostra mente è un arto. Milioni di cellule, anche mentali, esistono con lo scopo di portare a casa – e cioè il corpo centrale, l’unico che un tempo andava vestito – le informazioni. Per rendere vero l’ambiente circostante bisogna considerare tale questione come qualcosa che precede il digitale, ma anche che il digitale ha palesato in modo più ampio e complesso. Il palpabile, il corpo vivente che arriva verso l’altrove contaminandosi e rigenerandosi, genera il reale. Il vero del fuori genera verità del dentro. Ma non siamo gli unici a sentire, e in questa sede non ha più senso neanche riferirsi solo ad animali o vegetali. Ora anche la superficie artificiale sta rilevando, il mondo materiale è intelligente e conosce. 

Un’umanità guardata in modo ossessivo senza guardare più niente 

Ogni cosa intorno a noi potrebbe essere pubblico – questa è la spiegazione più sofisticata dei miei studenti col telefono in mano che mi fotografano mentre ballo, anche la tastiera su cui ora scrivo modula il tocco umano e in qualche modo mi osserva. Mi osserva perché media, media perché abilita e genera connessioni prima inesistenti contribuendo al cambiamento del mondo in modo non meno rilevante che un ambasciatore o uno scienziato. Sembra che stiamo partecipando a una sfilata, ma in realtà stiamo scrivendo la storia: una nuova umanità, panoptica, che è guardata in modo ossessivo senza guardare più niente è ciò che siamo. Ciò che diventeremo. 

Leonardo Caffo

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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L’ossessione per Prada: quanto durerà ancora?

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