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Anselm Kiefer, ninphs mountains
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Anselm Kiefer a Napoli: Voglio vedere le mie montagne – für Giovanni Segantini

Ha aperto al pubblico la personale di Anselm Kiefer presso la Galleria Lia Rumma a Napoli: Kiefer scoprì le montagne di Segantini da studente, tra chiaroscuri e tonalità liquide

Anselm Kiefer, Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale a Venezia, Biennale 2022

Dopo l’installazione del 2022 dentro la Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale a Venezia, che prendeva linfa da un pensiero del filosofo veneto Andrea Emo Capodilista, Kiefer si concentra di nuovo sulla parola, vi si immerge e la trasfigura in eroica e corale dimensione pittorica. Ha aperto al pubblico il 12 febbraio Voglio vedere le mie montagne – für Giovanni Segantini, la personale di Anselm Kiefer presso la sede napoletana della Galleria Lia Rumma. Una serie di tele materiche realizzate dall’artista tedesco – nato a Donaueschingen nel 1945 – che muove dalle ultime parole pronunciate da Giovanni Segantini, pittore sospeso tra simbolismo e divisionismo, prima di morire nel settembre 1899 sullo Schafberg, in Engadina, a soli 32 anni. Un flusso d’ispirazione che rimanda a un lavoro di Joseph Beuys, che il giovane Kiefer ha incontrato all’Accademia di Düsseldorf durante gli anni di formazione. 

Voglio vedere le mie montagne – für Giovanni Segantini: Anselm Kiefer alla Galleria Lia Rumma di Napoli

«Il titolo spesso non è la spiegazione dell’immagine – afferma Anselm Kiefer– piuttosto è un’allusione». Nei sette dipinti in mostra a Napoli si succedono paesaggi montani, sipari di cime compatte ed evanescenti in chiaroscuro che si saldano a cieli drammatici, vette stagliate su fondali di infinito aureo, tonalità liquide e ambrate o azzurri nebulosi dai riflessi siderali. Echeggiano dell’opera di Segantini, ma al contempo sembrano calate nello sguardo visionario di Friedrich Nietzsche. Tra i boschi engadinesi di Sils-Maria, Nietzsche pose le basi di quel concetto dell’eterno ritorno dell’eguale, la pietra miliare di Also sprach Zarathustra. Massicci montuosi fantastici e reali, ipnotici e densi di presenze sospinte dai venti e fuse nella consistenza delle nuvole, carichi di presagi, ombre inquiete e oscure minacce. Rocciosi manieri di fiaba, colossi irenici e sfumati, quanto tragici scenari di un epos greco miscelato a plumbee mitologie germaniche. La natura come metamorfosi e chimica emotiva, resa attraverso stratificazioni cromatiche quasi minerali e turbolente aggregazioni che assommano pigmenti a polifonie di materie diverse.

Per Anselm Kiefer la natura è un’incessante metamorfosi, non manca una traccia interrotta su cui tornare e dalla quale ripartire

Il fantasma di Zarathustra, che si palesò a Nietzsche sul lago di Silvaplana, riconduce all’idea dell’eterno ritorno di matrice ellenica presocratica e riconosce nel tempo una ciclicità, un continuo ripresentarsi di realtà ed accadimenti che non può trovare soluzione. Per Kiefer non manca mai un ‘non finito’, una traccia interrotta o incompiuta su cui tornare e dalla quale ripartire. Emulsioni, olio, foglia d’oro, gommalacca, sedimenti di elettrolisi, carboncino e reperti tessili. Concrezioni cromatiche residue e telluriche che si accumulano e deflagrano, scavate, incise ed esplose, frammentate e compatte come muraglie. Nubi gonfie di pioggia e stelle di ghiaccio, pulsanti dall’interno di luminosità elettrica, correnti indefinite e sfuggenti. Kiefer l’alchimista è perennemente in cerca di qualcosa da contrapporre a ciò che esiste, inseguendo un nuovo ordine del mondo. Il suo approccio creativo è un moto in fieri, una fenomenologia in trasformazione, o meglio, di trasmutazione e metatesi. 

Le influenze di Giovanni Segantini in Anselm Kiefer: l’ansia di redenzione attraverso la natura e il senso di caducità

«L’arte è come un percorso sulla cima di una montagna – racconta Kiefer – si può cadere a ogni istante da una parte o dall’altra». Anselm Kiefer ha scoperto Segantini quando era studente e per un breve periodo si è interessato al simbolismo. Più che la tecnica del pittore di Arco, trentino di nascita ma tedesco di sentire e di lingua, elvetico, anzi grigionese, di residenza, lo aveva colpito il senso di caducità. Soprattutto quell’ultimo emblematico desiderio di vedere le montagne che è il filo conduttore di questo ciclo narrativo esposto a Napoli. Le montagne di Anselm Kiefer, che dal 2007 vive e lavora in Francia, tra Parigi e Croissy, sono la rappresentazione del processo infinito. Appaiono tetragone e inscalfibili, mentre sono soggette a movimento e transizione, consunte dall’erosione e scosse alle viscere dal sollevamento dei continenti. «Come la pittura di Anselm», commenta la compagna dell’artista, Manuela Lucà-Dazio.

Manuela Lucà-Dazio: le opere in mostra alla Galleria di Lia Rumma sono opere che Anselm Kiefer ha lasciato riposare e sedimentare per poi immetterle in una dimensione altra

«Le opere che si possono vedere da Lia sono in parte vecchie opere che Kiefer ha tirato fuori da depositi e modificato, rifatto e distrutto. Ha riscritto la loro storia ed energia, ne ha modulato il significato come su un palinsesto. Le ha lasciate riposare e sedimentare per poi immergerle in un ciclo espressivo circolare». Le temps revien. Sulla superficie pittorica, a coronamento di paesaggi di cime possenti, cupe ed estranianti nella luce di un crepuscolo wagneriano che scivola nella tenebra, ricorre il Leitmotiv di Segantini: Voglio Vedere le mie montagne. Allegoria e allusione appunto, monito e impeto di speranza, brivido di redenzione e appartenenza. Un vaticinio, un mantra, un po’ come il Mehr Licht finale di Johann Wolfgang von Goethe. 

L’opera Die Windsbraut, la Sposa del Vento

Le parole galleggiano sulla texture che vuole sfuggire alla tela, si stagliano su quel magma in solidificazione che compone strati in aggetto con foga espressionista e commossa. Inviti e confronti inattesi e misteriosi. Die Windsbraut (la Sposa del Vento), si richiama al titolo di un dipinto di Oskar Kokoshka che raffigura l’artista austriaco al culmine della sua contrastata relazione con la femme fatale Alma Schindler Mahler. I due sono a letto, l’uomo insonne, occhi sbarrati e lividi, la donna addormentata. Li circonda una tempesta terribile, che probabilmente si riferisce a una traversata nel Golfo verso Napoli, nel 1913, funestata da condizioni meteorologiche avverse. O forse è la semplice metafora di un rapporto complesso e tormentato, avvelenato dalla gelosia del pittore verso una donna indipendente e sensuale. Per Kiefer la Sposa del Vento diventa un landscape sferzato da correnti impetuose. Una nuvola frastagliata e barocca tiene il centro della composizione. Nel meandro che la intesse affiorano sagome che potrebbero dirsi umane o sovrannaturali, corpi fluidi ed emanazioni del subconscio, proiezioni di sé, frattali e doppi psicologici. 

Napoli e Capri, da Böcklin a Kokoshka fino a Joseph Beuys

È strano come di colpo tornino vivide alla memoria tessere di un mosaico culturale sbiadito e sconnesso, che ha Napoli e Capri quale epicentro. Montagne negromantiche e fatali come quella de l’Isola dei Morti di Arnold Böcklin (1880-86), epitome della Capri decadentista fin de siècle; gli affreschi scialbati con cui Kokoshka, durante un lungo soggiorno caprese ai primi del Novecento, aveva riempito ogni parete interna ed esterna di Villa Monacone al Pizzolungo, che aveva preso in affitto dal muratore Ciro Spadaro. Capri battery si chiama quell’opera del 1985 in cui Joseph Beuys ha collegato due limoni ad altrettanti bulbi di una lampadina quale metafora dell’energia di trasformazione e del potere di guarigione della natura. 

Palazzo Donn’ Anna a Posillipo, residenza di Lia Rumma

Palazzo Donn’Anna a Posillipo, nave barocca protesa nel mare da Cosimo Fanzago nel Seicento, è oggi la residenza di Lia Rumma, all’ultimo piano spalancato sul Golfo e il Vesuvio. L’art dealer vi ha dato un dinner in onore di Anselm Kiefer e del suo ritorno a Partenope. Era un luogo, quella taverna sul mare, dove si riunivano artisti e intellettuali in particolare germanici, svizzeri e mitteleuropei, come ricordano gli affreschi che Hans von Marées ha lasciato nel 1873 nella sala da musica – attuale biblioteca – della Stazione zoologica Anton Dohrn nella Villa Comunale di Napoli. Friedrich Nietzsche, che visita Capri da Sorrento, dove con Paul Ree trascorre l’intero l’inverno 1876-77, traccia il collegamento di Napoli con l’Engadina e Segantini. Coincidenze? Pulviscolo di ricordi incarnati dalle vette engadinesi e dall’estrema epopea di Segantini ripensati da Kiefer. Magari tutto ciò è soltanto un’illusione, un ulteriore depistamento ordito dal Maestro, ermeneuta e depositario di semantiche sovrapposte, di storie ed evocazioni che sfidano ogni Zeitgeist.

Cesare Cunaccia

Anselm Kiefer, Voglio vedere le mie montagne da una citazione di  Segantini
Anselm Kiefer, Voglio vedere le mie montagne da una citazione di Giovanni Segantini
Anselm Kiefer, Die Windsbraut
Anselm Kiefer, Die Windsbraut, La sposa del vento

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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