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Dettaglio Luigi Caccia Dominioni Ph. Paola Pansini
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Hot tubes: il design milanese della grande borghesia

Borghesia illuminata e architetti di Milano – la metamorfosi dell’interno borghese in uno speciale di Lampoon: Franco Albini, Gianfranco Frattini, Luigi Caccia Dominioni, Cini Boeri, Claudio Salocchi, Nanda Vigo

A Milano, la metamorfosi dell’interno borghese: la grande borghesia commissiona agli architetti in città e stabilisce un workshop di dialogo e sperimentazione

Dagli anni precedenti la Seconda guerra mondiale fino alla soglia degli anni Ottanta, in Italia continua a svilupparsi una concezione di architettura moderna che ha come epicentro Milano, grazie alla committenza di una grande borghesia colta e ispirata da valori di eticità, di condivisione e rinnovamento. A questo milieu sociale corrispondono architetti capaci di comprendere lo Zeitgeist, declinando estetiche ed esigenze del vivere lo spazio in forte cambiamento, senza dimenticare forme di rappresentazione tradizionali. 

Forse non erano poi tanti come si potrebbe pensare, quei borghesi illuminati e permeati da un respiro europeo, come osserva una voce critica. Riuscirono comunque a fondare una piattaforma proiettata verso esiti futuri e ad aprirsi a un dialogo con architetti e artisti, compagni di sperimentazione che vivevano e lavoravano nella città lombarda come in un grande workshop collettivo. Facevano sistema, condividevano temi nodali in un dibattito vivo e fattivo. Le idee circolavano e si allargavano a cerchi concentrici virtuosi anche tramite rapporti d’amicizia e si travasavano dalla sfera del privato al pubblico. Mutava l’aspetto della trama urbana in corrispondenza alla metamorfosi dell’interno borghese, che sembra cercare altre strade di interpretazione stilistica e materica rispetto a una certa ortodossia di Piero Portaluppi, che domina la temperie milanese fino al quinto decennio del Novecento. 

Franco Albini

Villa Pestarini in via Mogadiscio. Rientra nell’alveo delle numerose relazioni professionali intessute con la borghesia milanese – famiglie quali i Falck e i Caprotti, i Vanzetti e più tardi con i Brion

Con Villa Pestarini – ‘la villetta’, come la chiama nelle sue carte progettuali – in via Mogadiscio a due passi da Piazzale Tripoli, Franco Albini (Robbiate 1905 – Milano 1977) segna nel 1937-8 un raggiungimento permeato da suggestioni dell’avanguardia tedesca e scandinava. Il progettista si riferisce alla Casa a struttura d’acciaio che egli stesso, con altri giovani architetti aveva realizzato due anni prima per la V Triennale, su impulso di Giuseppe Pagano, allora direttore della rivista Casabella. Pagano definisce questo progetto quale esempio di ‘razionalità artistica’. 

Villa Pestarini è l’unica casa che Albini erige a Milano, senza la collaborazione di altri architetti, prima del secondo conflitto mondiale. Una commissione che incarna la critica al linguaggio razionalista e la reinterpretazione del rapporto tra architettura e industria perseguito dai pionieri della Modernità. Rientra nell’alveo delle numerose relazioni professionali intessute con la borghesia milanese – famiglie quali i Falck e i Caprotti, i Vanzetti e più tardi con i Brion. L’edificio, diviso in due piani, è nettamente separato in due fasce, due volumi parallelepipedi longitudinali, l’uno che si affaccia verso la strada, l’altro che guarda sul giardino interno. Lo spazio, ricercato e scenografico, è immerso in una fluidità dinamica. Gli ambienti si possono lasciare comunicanti o essere divisi grazie ad ante scorrevoli e tende in tessuto pesante. La scala assurge a perno dell’intera composizione planimetrica, in contrapposizione con la parete retrostante traslucida. 

Per Albini – scrive Edoardo Persico nel 1932 – l’ambiente è determinato dalla forma degli oggetti che vivono nello spazio secondo la loro particolare stereometria. I dettagli e l’uso del colore sono attenti. Cambia la pavimentazione a seconda delle zone: marmo bianco di Carrara per ingresso e il corridoio, parquet a listelli per il living, pietra nera per la scala di servizio e i bagni, cotto per la terrazza e il balcone laterale. Molti gli arredi su misura, a cominciare dall’armadio per gli sci in legno di pero ebanizzato e all’appendiabiti in ingresso, fino al camino in beola bianca con nicchie a lato e vetrine soprastanti in cucina. I bagni risultano astratti e lontani da qualsiasi superfetazione o intento decorativo nella loro eleganza basica e lineare. Li caratterizzano partizioni in vetro e rivestimento a mosaico avorio o azzurro pallido giocati in purezza per campi geometrici, che si impaginano sulla pietra nera. Luminosi e già high-tech ricordano quello minimale che Albini concepisce per la minuscola Stanza per un Uomo, 27 mq. complessivi, in occasione della Mostra dell’Abitazione della VI Triennale di Milano nel 1936.

Villa Pestarini, bagno, Franco Albini, 1937-8. Ph. Paola Pansini
Villa Pestarini, bagno, Franco Albini, 1937-8. Ph. Paola Pansini

Gianfranco Frattini

L’appartamento-studio di Gianfranco Frattini a Portofino, pensato come l’interno di un natante proiettato sull’acqua e affacciato direttamente sul porto, fu disegnato nel 1971

Gianfranco Frattini, architetto e designer (Padova 1926 – Milano 2004) allievo di Gio Ponti, nel cui studio farà pratica, fa parte della generazione che costituisce il movimento italiano di design. Aiuta a capire la ponderata e filosofica maniera di procedere nella progettualità di Frattini, una frase che più volte ripete: è pericoloso innamorarsi della prima intuizione. A ognuno si accende una lampadina che però a volte abbaglia e basta. L’appartamento-studio a Portofino, pensato come l’interno di un natante proiettato sull’acqua e affacciato direttamente sul porto, fu disegnato nel 1971. 

Gli spazi ridotti e contenuti dal soffitto basso, sono articolati e modulati su differenti livelli in modo da vincere questo limite. Si alternano griglie retro-illuminate, volte e vele appena accennate, in una ritmicità che conferisce un senso arioso e raccolto alla volumetria. L’ uso sapiente delle fonti di luce ne accresce la profondità dinamica e funzionale. Pezzi d’arredo fissi e rivestimenti parietali contribuiscono a stabilire un tracciato regolatore del volume, ne imprimono i percorsi e la fruizione. Frattini qui reinventa e declina in una dimensione ridotta elementi topici della sua poetica. Una tana d’architetto di 40 mq.di superficie a Portofino, giusto a fior d’acqua. A lungo sognata in un luogo prediletto, diventa il pensatoio e il buen retiro di Gianfranco Frattini. 

Emanuela Frattini Magnusson sul padre Gianfranco Frattini: materiali, colore, luce. Quando c’era una borghesia illuminata

«Mio padre – racconta la figlia, Emanuela Frattini Magnusson – coltivava un affetto per Portofino e aveva sempre desiderato una finestra sul porticciolo. Un ricordo netto che mi riporta all’infanzia. L’appartamento incarna quelle affinità e tipologie di progetto in cui eccelleva, definendo lo spazio con un’acribia spinta fino all’ultimo dettaglio. Come una barca, è ammobiliata in mogano dal pavimento in teak con giunte di pece. Gli arredi sono fissi, proprio come accade in una barca. Ci si entrava solo scalzi. Una poesia di legno, materia che lui, nato nelle botteghe brianzole, ha esplorato con Pierluigi Ghianda, maestro ebanista sperimentale che affianca anche Gio Ponti, Cini Boeri, Claudio Salocchi e i fratelli Castiglioni. Con Ghianda stabilisce un sodalizio e un’amicizia che ha generato anche il tavolo in faggio Kyoto del 1974, un miracolo di perfezione con la sua texture di 1705 incastri e 1600 fori quadrati, nonché diversi allestimenti». 

Oltre al legno, Frattini ha spaziato nella plastica, nei metalli, nel vetro e nell’argento. «Mio padre aveva radici lombarde e amava la sua Milano, di cui parlava il dialetto. Allora la città era prodiga di ispirazioni e roccaforte di una borghesia illuminata, etica e pronta a guardare avanti con libertà progressista. Gli imprenditori scommettevano sul nuovo e investivano molto, a differenza di oggi. A Padova mio padre c’era nato solo per caso.  Milano era la base, ma Portofino il luogo del cuore dove fuggiva non di rado in solitudine per riposare, resettarsi e immaginare nuovi progetti. Ci passava molto tempo, talvolta scompariva all’improvviso e nessuno sapeva dove fosse. In origine lo spazio era un’antica cappella dismessa con volte a vela ed elementi in ardesia, che lui ha mantenuto e messo in valore. Nella parte centrale, sopra la zona letto, un contro-soffitto ospita apparecchiature tecniche. La luce diviene un motivo del progetto. L’illuminotecnica, come il colore, era un aspetto che curava molto, da solo o con tecnici specializzati quali Livio Castiglioni (con cui crea la lampada Boalum, un serpente di luce infinita in PVC flessibile traslucido rinforzato da terminali in resina, che risale al 1979. Detestava ogni forma di ostentazione ed eccesso, perseguiva un design stringato ed essenziale, connotato da uno spirito intimo e interiorizzato. La sua metodologia di progetto – conclude Emanuela – parte dal risolvere la pianta, con tutti quegli allineamenti necessari su cui era intransigente. Poi era la volta dei materiali, dell’uso del colore e della luce. Penso che avesse già tutto ordinato in testa, sotto controllo fin dalle prime battute di ogni successiva avventura progettuale».

Gianfranco Frattini - la casa-studio che si affaccia sul porto di Portofino, 1971. Ph. Paola Pansini
Gianfranco Frattini – la casa-studio che si affaccia sul porto di Portofino, 1971. Ph. Paola Pansini

Luigi Caccia Dominioni

Luigi Caccia Dominioni (Milano 1913 – Milano 2016), architetto, designer e urbanista, è una istituzione milanese, lungo una vita che supera il secolo. Nasce in un’antica famiglia aristocratica e durante gli studi al Politecnico, allora Regio Istituto Tecnico Superiore, stringe rapporti con Livio e Pier Giacomo Castiglioni – con il quale nel 1937 vara uno studio professionale – Cesare Cattaneo, Giannino Bernasconi, con Castellani, Lattuada e Comencini – non ancora registi cinematografici – con Zanuso e i futuri BBPR. Si forma sulla lezione di maestri come Luigi Moretti e Piero Portaluppi. 

Due progetti di Luigi Caccia Dominioni per la borghesia a Milano: via Gesù e piazza Carbonari

Nel campo del design esordisce nel 1938 con alcuni modelli di apparecchi radio per Phonola, poi perfezionati e presentati alla Triennale di Milano nel 1940. Terminata la guerra, cui partecipa da ufficiale dell’esercito, apre il suo studio nel 1946. Nel 1947, con Ignazio Gardella e Corrado Corradi Dell’Acqua, fonda Azucena, produzione di design artigianale – il nome verdivano viene dal dachshund di Corradi, noto melomane. La sua ampia produzione architettonica, mirata ad armonizzare le preesistenze con un linguaggio sospeso ed icastico, non rinuncia a evolvere costantemente nell’impiego di nuove forme ed apporti tecnologici e inizia con la ricostruzione della casa di famiglia in piazza Sant’Ambrogio, rasa al suolo dal bombardamento alleato dell’agosto 1943.

I due progetti che figurano in questo itinerario, entrambi concepiti nei primi anni Sessanta, possiedono finalità e anime differenti, quasi antitetiche. L’uno è la totale ridefinizione di un palazzotto tardo-settecentesco di quattro piani in pieno centro cittadino per conto di una famiglia altoborghese con cinque figli. Il secondo, eretto ex-novo, è un edificio inserito in una zona periferica da rivalutare a livello urbanistico e consta di una tipologia variata di appartamenti in vendita. 

La casa al 13 di via Gesù, commissionata nel 1960 e portata a termine due anni dopo, nasce per volere di Piero Bassetti, imprenditore tessile e uomo politico che fu Presidente della Regione Lombardia e della moglie Carla, coppia per cui l’architetto aveva già sistemato la precedente residenza in via Bigli. Era destinato a un giovane e cospicuo nucleo familiare, ad espletare funzioni rappresentative, dotato della zona giorno al quarto piano mentre al primo erano situati gli uffici e il centro studi del proprietario. 

Daria Caccia Dominioni, figlia di Luigi, ne racconta la genesi dei due progetti 

Racconta Daria Caccia Dominioni, figlia di Luigi: «Mio padre decise di svuotare lo spazio interno dietro l’allungata facciata su via Gesù, serrata tra due edifici e quindi cieca su due lati. Trova una soluzione ardita e con estrema autonomia di ristrutturazione sfrutta la spazialità verticale collegando i quattro piani, tra loro sfalsati in altezza, con una scala ellittica illuminata da un lucernario esagonale che si incunea nella copertura. Un’altra scaletta di servizio innestata sul fianco collega cucina, pranzo e guardaroba. Quella linea curva che è una costante anche di altri progetti, domina l’impianto planimetrico». Con libero estro spaziale e una verve geometrica dal ritmo sostenuto, Caccia compone un arazzo di ambienti a pianta pentagonale, ellittica e di svariate morfologie irregolari. Gli arredi, che in origine dialogavano con complementi di design ed equilibrati inserti antiquari, furono ricavati all’interno di nicchie e rientranze, sfruttando ogni possibile spazio disponibile. Perfino l’ascensore era pentagonale. Due librerie semicircolari assecondavano la curvatura del salone adiacente alla sala da pranzo. In nome della synthèse des arts, l’architetto si avvale del contributo di Francesco Somaini, che disegna ed esegue mosaici pavimentali, doccioni, vetrate e lastre tagliate a fuoco. 

«Nel 1998 la casa, passata in proprietà a una famiglia che vive principalmente a Zurigo, necessita di una nuova interpretazione. Ho seguito da vicino questo nuovo intervento che papà affrontò con maggiore libertà di azione, rimanendo fedele all’imprinting anni Sessanta. Eravamo molto legati e con me condivideva la sua voglia di dare il meglio, che lo ha contraddistinto fino alla fine. Da vero Lombardo non dormiva sugli allori ed evolveva ogni giorno, con dedizione esemplare. Viveva il suo lavoro come servizio con rispetto delle esigenze e delle attese dei committenti. Cercava di mantenere in uso il più possibile il bagaglio di arredi, memorie e dipinti che i clienti si portavano dietro. In questo caso ebbe carta bianca, arrivando a scegliere autonomamente tutti i dipinti, oggetti e pezzi di antiquariato. Il suo stile ha una connotazione duratura ma non sembra mai datarsi e perdere di identità rispetto al trascorrere del tempo. Furono introdotti materiali, temi cromatici e illuminazione più avanzata, ma il segno rimase quello d’origine». 

L’edificio per abitazioni di varia tipologia in piazza Carbonari 2, sorge in un’area urbana che nel 1960, quando viene progettato, era in forte espansione. A pianta quadrangolare, una copertura dal profilo in apparenza casuale che segue una linea spezzata rispondendo a un vincolo del piano regolatore, otto piani fuori terra e una facciata in litocemento lucido crème caramel. Le finestre sono collocate liberamente e un doppio bow-window aggettante sboccia agli ultimi due piani del fronte nord-est. Le piante interne, prive di pilastri angolari, si presentano assai complesse e irregolari, soddisfacendo alle richieste personali dei committenti. L’unità residenziale nasce da un accordo che i costruttori stipulano con il Comune, che pretese un incremento dell’area a verde per concedere l’aumento d’altezza. Uno dei due ascensori è inserito sul filo esterno del fronte con accesso diretto alle abitazioni. Il vano scale ottagonale ricalca la pianta a diamante della costruzione. L’energia cromatica si accende nelle tinte sang-de-bœuf e nei materiali in voga in quegli anni. Un mosaico di Francesco Somaini perturba il pavimento nel living del grande flat, ne esalta la dimensione volumetrica mutevole e dalla circolarità morbida.

Luigi Caccia Dominioni – Cucina della casa di via Gesù, 1962 e rinnovata nel 1998 Ph. Paola Pansini
Luigi Caccia Dominioni – Cucina della casa di via Gesù, 1962 e rinnovata nel 1998 Ph. Paola Pansini
Dettaglio Luigi Caccia Dominioni Ph. Paola Pansini
Dettaglio Luigi Caccia Dominioni Ph. Paola Pansini

Cini Boeri

Cini Boeri è l’epitome di un femminismo che non rinuncia alla femminilità e ricercatezza

Cini Boeri, ovvero Maria Cristina Mariani Dameno, coniugata Boeri (Milano 1924- 2020), architetto e designer che inaugura il proprio studio dal 1963, è stata allieva di Gio Ponti, mentore e vero padre putativo di alcune delle personalità nodali che si succedono in queste pagine. Fu inoltre collaboratrice di Marco Zanuso appena terminati gli studi universitari. La cifra creativa di Cini Boeri è sempre tesa a privilegiare la funzionalità del progetto rispetto al lato estetico, oltre a incentrarsi sull’autonomia dell’occupante delle abitazioni che progettava. Partigiana, temperamento politico e pugnace, donna di eleganza rarefatta e concisa che tanto ha influenzato la moda Made in Milan – Armani e Prada in particolare. Epitome di un femminismo che non rinuncia alla femminilità e ricercatezza, è stata uno spirito indipendente e libertario, anticonformista e autonomo. Gli Anni Settanta e la fine del decennio precedente segnano raggiungimenti creativi che fanno epoca. 

Racconta Anna Paracchini: Cini Boeri era una donna coerente e generosa di consigli e mille sottili attenzioni

Divorzia dal marito alla fine degli anni Sessanta. Come confida un’amica e cliente, Anna Paracchini, Cini Boeri era una donna coerente e generosa di consigli e mille sottili attenzioni. Aiutava di nascosto, entrava nel vivo di emozioni e problematiche in punta di piedi, mai invasiva. Poteva essere chiusa e implacabile. «Sapeva sedurre – anche non volendolo» – ricorda Anna Paracchini. «Il suo charme era irresistibile. Quando entrava in una stanza uomini e donne si concentravano su di lei, attirandoli come una calamita nella sua orbita energetica. Era sensuale, con un pizzico di mistero. L’ho conosciuta quando avevo diciassette anni ed è rimasta un esempio per me, ben prima che progettasse questa abitazione dove vivo, nel 1988. Mi aveva promesso: la casa te la farò quando tu e tuo marito avrete i soldi e ti regalerò il progetto. Più che una cucina, qui ha inventato un crocevia conviviale in grigio e nero, superando ogni mia perplessità sulla fruizione e destinazione rappresentativa. La cucina, separata dal living da una partitura di vetro – è diventata il fulcro non solo per la famiglia, ma anche per gli amici dei miei figli». 

«Anche Cini spesso riceveva in cucina, con una cura dell’apparecchiatura proverbiale, quasi matematica, che però componeva in un attimo. Cene che davano vita a progettualità e sconfinamenti culturali, prodighe di amicizie e immaginari. Mi ricordo che tra gli eccessi ideologici e l’estremismo militante del Sessantotto, Cini, che in quanto donna ha dovuto lottare molto per affermarsi, mi disse che dovevo essere sì femminista, ma senza abdicare mai alla mia vera arma, la femminilità. Tra le ultime memorie che ho di lei, una mi è particolarmente cara, quando mi disse che si rivedeva in me, riempiendomi di orgoglio. Un dono conoscerla e viverla, la sua libertà al femminile, la consapevolezza e il rispetto di cui era portatrice».

I due appartamenti milanesi disegnati da Cini Boeri in momenti diversi, situati in via Donizetti e via Smareglia

I due appartamenti milanesi disegnati da Cini Boeri in momenti diversi, situati in via Donizetti e via Smareglia, testimoniano alcune delle costanti progettuali da lei applicate e la cura del dettaglio portata al massimo. Le case le tagliava su misura per chi doveva fruirle nel quotidiano. Prevale il binomio rispetto e condivisione, in queste due case – destinate rispettivamente a una coppia di amici e alla famiglia di uno dei figli.

Rossella Citterio, moglie di uno dei figli di Cini Boeri, Sandro

Sottolinea Rossella Citterio, moglie di uno dei figli di Cini Boeri, Sandro, come Cini avesse subito accolto con rispetto il suo bisogno di avere una stanza da letto tutta per sé. «Le dissi, se vogliamo che il matrimonio duri occorre creare terreni demarcati e personali. Lei ascoltò e assentì, Non era di certo la classica suocera e andò oltre, prevedendo cellule autonome con suture d’incontro che fanno da filtro e collante insieme. Aveva un senso della privacy sacro e totale, che forse veniva dalla sua educazione di esponente della buona borghesia meneghina. La cucina qui è il trait-d’union più spiccato e un organismo comune e distributivo, piena di luce e circoscritta dal vetro che non ostacola la percezione spaziale in ogni aspetto».

«In entrambe queste case si manifesta il suo processo di progettazione». Spiega Antonio Boeri, architetto e nipote di Cini Boeri, uno dei soci dello studio CMQ. «Cini partiva sempre dai suoi ideali di libertà e autonomia dello spazio che poi derivano dalla sua vicenda personale. Ha dovuto farsi strada come donna in un mondo dell’architettura maschile e chiuso. Ha combattuto per emanciparsi. Dolce, accogliente e sensibile, era anche netta di carattere, caparbia e cristallina. Ha applicato l’approccio libertario a un’idea di casa borghese (perché i suoi clienti erano in quel target). Cini Boeri enuclea un’idea di collettività all’interno dell’abitazione e di dialogo tra gli abitanti, bilanciata sull’altro lato dal mantenimento della privacy e dell’autonomia di ognuno».

Interviene il nipote di Cini Boeri, Antonio Boeri, architetto – la libreria di CMQ architettura

Prosegue Antonio Boeri: «La sua etica, la sua ideologia, la sua storia le esprime tramite la compressione spaziale, la suddivisione degli spazi degli ambienti, l’alternarsi di livelli e controsoffitti. Con il suo modo di progettare, Cini si basava su una lettura antropologica dello spazio. Immaginava le abitazioni pensando agli abitanti, alle famiglie, calandosi fin dentro i loro modi di esistere. Coi miei due soci di CMQ architettura qualche anno fa abbiamo realizzato un intervento nell’appartamento di via Donizetti progettato da Cini Boeri. Non avevamo intenzione di intaccare l’identità della casa – lo definirei un intervento per aggiunte, sfumato. Focus: la libreria. L’intento era di unire due ambienti che a livello spaziale erano divisi – la zona giorno e la cucina. La libreria crea un link. Semplice, leggera, in legno e rivestita in laminato alluminio. Con dei tondini in acciaio a sezione triangolare per farla sembrare più leggera, nonostante l’ancoraggio a parete. Si va a restringere sul fronte per poter diventare sempre più lieve».

«La lezione di mia nonna che cerco di tenermi dentro è comprendere come sono i clienti e quali siano le loro esigenze. L’atto progettuale non può prescindere da questo passo. Mia cugina Giulia Boeri, appassionata dell’avventura esistenziale e professionale di nostra nonna, con me ha abbracciato un programma comune per valorizzarne la figura. Giulia ed io siamo i due direttori dell’archivio Cini Boeri. Con noi c’è anche Cristina Moro, curatrice. Tanti i progetti in corso. Ad aprile c’è una mostra alla biblioteca al Parco Sempione. Stanno per essere rimessi in produzione alcuni pezzi storici, ed è in fase di produzione un documentario. Con Dino Polverino, storico collaboratore di mia nonna, ci stiamo occupando di un progetto che le stava particolarmente a cuore: il restyling della Loggia dei Mercanti, già ora il maggiore museo della Resistenza a cielo aperto».

«Ogni settimana, Cini organizzava cene dove invitava tra le dieci e le quindici persone. Faceva incontrare noi nipoti ragazzini con il mondo degli adulti. Mescolava clienti ed esponenti della borghesia milanese con artisti, designer e intellettuali. Una cosa triste è che molti dei suoi appartamenti sono stati frazionati, devastati mi viene da dire e che tanto lavoro e tensione creativa siano svaniti nel nulla».

Cini Boeri – Cucina della casa in via Smariglia, Milano – Ph. Paola Pansini
Cini Boeri – Cucina della casa in via Smariglia, Milano – Ph. Paola Pansini
Cini Boeri - dettaglio camera appartamento in via Donizetti, 2006. Ph. Paola Pansini
Cini Boeri – dettaglio camera appartamento in via Donizetti, 2006. Ph. Paola Pansini

Claudio Salocchi

Claudio Salocchi attraverso il racconto del figlio Tommaso Salocchi. Un interno borghese tuttora funzionale

«In quella che è stata l’abitazione personale di Claudio Salocchi, progettata nel 1969 – testimonia il figlio Tommaso Salocchi – troviamo anche nel bagno e nella cucina qui fotografati le caratteristiche che tracciano la ricerca del suo lavoro come designer e architetto. Corrispondendo al suo obiettivo di identificare un’architettura moderna e anticonformista, ma anche fatta di equilibrio e armonia tra forma e funzione. Salocchi destruttura la tipologia tradizionale di bagno lunga e stretta, con l’inserimento di tagli a quarantacinque gradi accentuati dalla forma pentagonale della vasca e dello specchio, e dall’uso del rivestimento in lastre in vetro di ampia dimensione. Porzioni di opaline non trasparenti ma lucide e riflettenti, igieniche e colorate in modo tenue sono state tagliate a casellario. La superficie lucida impostata a tutta altezza smaterializza le pareti allargando lo spazio e trasformando l’ambiente in una sala da bagno moderna ed essenziale, dove anche la pulizia quotidiana diventa elemento multisensoriale».

«Nel locale cucina Salocchi applica il suo modello di arredo componibile S60 – un progetto del 1968, il primo risultato di una collaborazione lunga cinquant’anni con il marchio Alberti Cucine. S60 introduce nuovi standard ergonomici e del lavoro domestico. Apice di questo itinerario è il progetto del MetrOsistema, programma di contenitori multifunzionali che consegue il Compasso d’Oro nel 1979. In questa composizione di cucina a L, ancora perfetta dopo cinquant’anni di uso, possiamo notare le maniglie in estruso plastico integrate negli sportelli in laminato, le plafoniere nascoste nei sottopensili, i blocchi modulari in acciaio per l’acqua e per i fuochi e tanti altri progetti nel progetto. Tutti elementi che fecero di Salocchi un designer industriale all’avanguardia, tra gli anni Settanta e Ottanta. Il risultato, qui come in altre parti della casa, risulta ancora integro e godibile sia dal punto di vista funzionale che in ambito estetico. Mio padre Claudio era anche un cuoco appassionato, come sua moglie. Oggi sono io a portare avanti questa tradizione e la cura della casa».

Claudio Salocchi (Milano 1934 – Milano 2012), designer e architetto formatosi presso il Politecnico di Milano, al debutto della sua carriera ha insegnato all’Istituto Professionale di Stato del mobile dell’arredamento di Lissone, come poi allo stesso Politecnico di Milano e in seguito alla facoltà di Valle Giulia di Roma La Sapienza, in qualità di professore di Composizione Architettonica. In architettura, il suo lavoro di progettista si è meglio espresso nella riqualificazione di costruzioni precedenti, non di rado con il tramite e la mediazione dell’arte contemporanea. Salocchi incarna una visione progettuale che anticipa forme, tecnologie e sperimentazioni su materiali che si imporranno quali tendenze parecchi anni dopo. Persegue una strada personale e svincolata da influenze del tempo. Ha spaziato sulla scena internazionale nel campo dell’industrial design, dell’architettura e dell’interior design. Spirito indipendente, e arduo da classificare, a partire dagli anni Sessanta si lega in esclusiva ad alcune aziende che esordiscono o emergono in quel periodo. 

L’illuminotecnica è un tema centrale. L’imprenditoria italiana allora si concedeva – con lungimiranza e prendendosi rischi economici – delle aree di ricerca e sperimentazione. Una strada dalla generosità progettuale che faceva da humus per le sperimentazioni dei giovani designer, legati da rapporti di amicizia con gli industriali dell’epoca, attraverso una modalità di compenetrazione e investimento che oggi è un po’ perduta. Salocchi partecipa in prima fila al dibattito sulla luce grazie all’esperienza con Lumenform, origine di alcune serie modulari in vetro soffiato come la lampada da terra Zea del 1968, il sistema da soffitto e parete Onda. A queste si aggiungono l’essenzialità dello stelo in estruso di alluminio della Fluo, che regge un tubo fluorescente e il metafisico modello da tavolo Tulpa del 1971.

Gli anni Novanta sono teatro di una relazione con la produzione artigianale, nel contesto del cambiamento di rotta produttivo che si imprime all’industrial design. Claudio Salocchi instaura allora uno stretto dialogo con la Bottega Gadda e con il Maestro Pierluigi Ghianda, virtuoso del legno brianzolo, in un rimando di assonanze tra design e architettura. Recupera il senso del Genius loci, mentre dà vita a serie limitate e dedicate di oggetti.

Claudio Salocchi, cucina a Milano – ph. Paola Pansini
Claudio Salocchi, cucina a Milano – ph. Paola Pansini

Nanda Vigo

Intervista ad Allegra Ravizza, Presidente dell’Archivio Nanda Vigo

«Con Nanda abbiamo cominciato a lavorare nei primi anni Duemila, sulla base di affinità di ricerca culturale e di interessi artistici comuni» – racconta Allegra Ravizza, Presidente dell’Archivio Nanda Vigo, di cui è vice-presidente Marco Meneguzzo. «Nella costituzione dell’Archivio che porta il suo nome abbiamo seguito in toto ogni suo desiderio – tra cui quello basilare di operare a titolo gratuito per mantenere integra ogni autonomia. Nanda Vigo, donna di rara intelligenza, era padrona di un talento multisfaccettato che applicava solo per lavorare. Era una stacanovista. Abbraccia la sua strada senza più arrestarsi fin dall’età di quattro anni, quando è folgorata dalla rifrazione della luce sulle vetrate davanti alla geometria razionalista della Casa del Fascio di Terragni a Como. Il suo nome completo è Fernanda Enrica Leonia Vigo, nata il 14 novembre 1936 nel capoluogo lombardo. Non era stato facile uscire dal guscio ovattato di una tipica famiglia della buona borghesia, che aveva tutt’altri programmi in serbo per la sua vita. Figlia unica, annovera artisti tra i suoi avi. Il suo primo studio, mentre si divide tra Milano e l’Africa orientale dopo gli studi all’Institute Polytechnique di Losanna, lo apre nel 1959».

«Nanda non era una passeggiata. Poteva essere molto antipatica. Non aveva pazienza e si scocciava subito. Era pratica, concreta e fin troppo veloce di cervello. Amava l’intelligenza quanto detestava stupidità e piaggeria. Modesta e stringata di parole, dotata di humor, si definiva un garzone di bottega di Gio Ponti e Lucio Fontana, cui si affianca nel 1959, mentre frequenta con assiduità le avanguardie basate a Milano. Era anche generosa e prodiga di contatti con gli altri artisti e con gli artigiani che aveva scelto per lavorare con lei. Organizzava mostre e incontri, prendeva la sua macchina e si spingeva da sola fino a Düsseldorf dove la caricava di opere che poi portava in Italia. Adorava gli animali, cani soprattutto, di ogni tipo. Fino a quando glielo permisero, negli anni Ottanta tenne in casa anche un boa constrictor e un odioso orsetto lavatore. La natura era il suo principale interesse, che la legava all’Africa. Protagonista di eco-battaglie prima che fosse di moda, era angosciata dalle sorti del pianeta e i problemi inerenti l’inquinamento crescente. Prevedeva la fine del mondo a causa della stupidità umana. Aveva paura di questo futuro. Per questo decise di non avere figli. Altra ispirazione della sua esistenza erano i film di fantascienza. Del La generazione di Nanda era cresciuta con il mito della luna e la fantasia che fosse abitata da strane creature extra-terrestri, prima dell’allunaggio americano del 16 luglio 1969. Una deriva onirica che la accumuna a Lucio Fontana. La direzione essenziale è la luce – quel conflitto e armonia antitetica tra luce e spazio che è l’ambito teorico da cui nel 1964 ha origine Il Manifesto Cronotopico. Quello di Nanda è uno sfondamento spaziale e un viaggio interstellare».

«Di Piero Manzoni si era innamorata come ci si innamora a vent’anni – fu una relazione che causò problematiche post-mortem e rallentò la sua indipendenza. Era geloso e non voleva che Nanda imboccasse la propria strada espressiva (strano per un temperamento libertario e provocatorio come era Manzoni). Fu la prima a portare la minigonna a Milano mentre imperversavano twin-set bon ton e filo di perle, e attirava l’attenzione di altri uomini. Alterchi anche violenti accadevano costantemente, come testimoniano amici dell’entourage».

La casa di Nanda Vigo a Lugano, 2015

«La mia casa è l’ultima opera di Nanda Vigo, progettata tra il 2014 e il 2015. In origine era un amorfo edificio residenziale tipicamente elvetico, affacciato sul Lago di Lugano. Questo era forse il suo unico pregio: la veduta panoramica. Nanda, quando la chiamai a vederla, ne rimase entusiasta. Era il contesto naturale che l’aveva sedotta, quel protendersi a volo d’uccello sull’acqua e il rigoglioso giardino di montagna che la incastonava sul retro. Un bosco. Le dissi che avrei voluto qualcosa che ricordasse la sua Casa Gialla a Milano, pensata per una cliente che detestava la nebbia padana. Il risultato finale è giocato sul bianco e nero, una specie di iceberg astratto. Decise lei quello che andava bene. A differenza di altri architetti, non le piacevano le ingerenze dei committenti in corso d’opera. Solo nel living ci sono due pouf colorati che reinventò custom made sulla base dei suoi Blocco per Driade. Il bagno ospiti lo ha ricavato da un angusto sgabuzzino con lavatrice di un metro per due. Un rivestimento a zig zag in resina bianco e nero, texture geometrica ad elementi spezzati e sincopati, ingenera il ritmo dell’anamorfosi, con una vibrazione trompe-lœil vagamente op, scardinando la spazialità tanto ridotta. C’è perfino la doccia con un piatto mirabilmente scavato nel pavimento che sembra alzarsi ondulato, da cui l’acqua non schizza tale la sua precisione»

«La mia stanza da letto è concepita come un’astronave fluttuante, ma è il bagno padronale il cuore della composizione intera. Qui Nanda Vigo si libera dal Diktat delle piastrelle, e dal binomio marmo di Carrara e Nero africano – troppo costoso per le mie finanze. Si adatta a intervenire con una resina Gobbetto che sarà foriera di risultati magnifici. Frattali nero ossidiana in campo candido che si riflettono nel soffitto rivestito di specchio che tutto amplifica, annullando i limiti edilizi, smussando gli angoli e cancellando i confini solidi della scatola. Un esempio del suo concetto di arte totale: gli inevitabili apparecchi sanitari li ha nascosti in una nicchia. La volumetria deflagra, si dilata. Stai nudo nell’acqua della vasca dal senso catartico, come insegnano varie religioni, avvolto dalla vibrazione anamorfica che pulsa intorno e da effetti stranianti di luce. Anamorfosi e acqua alchemica come nei grotti manieristi, frutto della mente di artefici propensi al magico e al soprannaturale. Esattamente come Nanda. La ringrazierò sempre per questa casa che ha inventato per me con la sua superba ossessione di libertà. Mi mancano molto il suo senso critico e la sua verità anche brutale e spiazzante».

Nanda Vigo, bagno per casa a Lugano, 2015. Ph. Paola Pansini
Nanda Vigo, bagno per casa a Lugano, 2015. Ph. Paola Pansini

Cesare Cunaccia

Hot tubes

Il progetto Hot tubes è stato pubblicato nel numero 29 di Lampoon – The Boiling Issue. La redazione ha selezionato interni originali realizzati da designer del Novecento. Le fotografie sono state realizzate da Paola Pansini. 

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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