le cave di travertino hanno bisogno di ingenti quantità d'acqua per l'estrazione
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Cava capitale: possibile che il travertino diventi una minaccia per Roma?

A Guidonia gli scavatori estraggono la pietra simbolo della città eterna; ma la bellezza ha un costo: il fiume Aniene inquinato e le case pericolanti

Dal Colosseo al colonnato di San Pietro, la pietra calcarea che porta con sé la storia d’Italia: il travertino

Un bagaglio che, dalla sua estrazione allo scalpello, viene appesantito dal suo pericolo ambientale. A pochi chilometri dalla capitale, 400 ettari di cave divorano il panorama tra i comuni di Tivoli e Guidonia. Sul loro confine il fiume Aniene scorre trasparente finché incontra le acque reflue delle attività estrattive che tingono la sua superficie di bianco. A poca distanza, le scosse che ritagliano i blocchi dal terreno scuotono i quartieri circostanti. Le strade si spezzano, il cemento si frantuma, i muri delle case si crepano a causa della “subsidenza indotta”.

Un fenomeno che si verifica in seguito a ogni movimento di abbassamento verticale della superficie terrestre. Tra le possibili cause si annoverano le attività estrattive e lo sfruttamento delle falde acquifere: imprescindibile per la lavorazione del travertino. Fino ad oggi, i danni riconducibili alle estrazioni sono stati riscontrati in 140 abitazioni. Proprio per questo, nel 2005, la Regione Lazio ha dichiarato lo stato di calamità, finanziando con 62 milioni di euro le attività di messa in sicurezza. Numerosi interventi risultano però mai effettuati e la subsidenza continua a logorare le fondamenta degli edifici.

Lavorazione del travertino: sfruttamento delle falde acquifere e cedimenti strutturali dei terreni adiacenti alle cave

La relazione di Francesco Nolasco, dirigente del Servizio geologico Regione Lazio, non lascia spazio a interpretazioni. Alle imprese estrattive viene imputata la responsabilità di questi fenomeni e il continuo bisogno di acqua costringe gli imprenditori a cercarla sempre più in profondità, fino al di sotto di quartieri abitati. Una possibile alternativa viene da Vezio de Luca, famoso per la riqualifica del quartiere Bagnoli a Napoli. L’architetto propone agli abitanti della zona di Villalba, il quartiere più colpito dalle scosse, di abbandonare le loro case e ricostruire altrove a spesa degli scavatori. I residenti però non ne vogliono sapere.

«L’acqua è l’elemento indispensabile per l’estrazione del travertino», spiega una fonte informata che preferisce restare anonima, ricercatrice della Sapienza che ha collaborato con Legambiente per la sezione del Rapporto Cave 2021 relativo a Guidonia. Infatti, sul crinale che costeggia le cave, dei tubi cerulei risalgono il dislivello per scendere di nuovo nelle profondità della falda acquifera. E dal bacino delle acque, un sistema di pompaggio preleva l’acqua per riversarla nella cava. Un apporto costante, indispensabile per il taglio dei blocchi e la loro pulizia. Le cave appaiono così come piccoli laghi artificiali e ai loro lati dei torrenti confluiscono al centro per l’approvvigionamento necessario. Che la cava sia attiva o meno.

«Anche se non più in uso – continua Paudice – nella cava dismessa l’acqua di falda continua ad affiorare, esponendosi alla possibilità di contaminazione e di inquinamento da parte di agenti esterni. In mancanza del materiale per ricolmare la zona si possono elaborare diversi progetti alternativi che prevedono ad esempio il continuo delle attività estrattive nel rispetto dell’ambiente, ma il nodo resta capire se le amministrazioni sono interessate ad anteporre la tutela ambientale e la salubrità sociale a un’economia ormai insostenibile».

Responsabile dell’attività di vigilanza e controllo sulle cave di travertino è la sezione regionale dell’Arpa 

A questa sono state affidate le rilevazioni dell’acqua dell’Aniene, che al 2019 bocciano con uno “scarso”, ma solo nel 2021 la loro giurisdizione è stata estesa alle cave. La loro attività di monitoraggio avviene su segnalazione del Comune e, secondo la stessa Arpa Lazio: «Per quanto riguarda l’impatto ambientale delle cave fino ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta di attività in merito». In un giro di affari che ammonta a circa 250 milioni di euro, l’impianto di cave tra Guidonia e Tivoli costituisce un centro economico indispensabile per la Regione Lazio.

Infatti l’Italia si posiziona al quarto posto, dietro India, Cina e Turchia, come nazione produttrice di pietre lapidee. Un commercio, quello nello specifico di marmo e travertino, che raggiunge gli 1,2 milioni di tonnellate di export in direzione dei maggiori acquirenti, Stati Uniti e Germania. Anche l’Italia non dimentica però le sue origini. Ne è un esempio l’utilizzo di travertino per la costruzione nella città di Roma dell’Auditorium Parco della Musica e del complesso museale dell’Ara Pacis Augustae.

Il travertino italiano sostituito da pietre artificiali a minore impatto ambientale

Se la pietra romana rimane un simbolo di eleganza, dopo il 2014, anno del suo massimo storico di vendite, vede una continua flessione negativa anno dopo anno. A sostituirla sono le cosiddette pietre artificiali. Secondo il 31° Rapporto Marmo e pietre nel mondo, questa nuova tecnologia conquista una buona fetta degli affari, circa il 23 per cento. A suo sostegno concorrono la maggiore reperibilità, il minore costo e anche il minore impatto ambientale. Costruite una ad una all’interno di stampi, le pietre artificiali derivano da un miscuglio di cemento, sabbia, argilla, perlite e acqua. L’artificialità conferisce loro un vantaggio agli occhi del mercato: l’infinita riproducibilità. Infatti al travertino sono imposti vincoli paesaggistici che impediscono agli imprenditori di ampliare o aprire nuove cave. E le stesse cave hanno una profondità limite, oltre la quale non è possibile spingersi.

Dino Bolognesi, maestro e segretario dell’Associazione marmo artificiale di Rima, comune piemontese della Valsesia

«Basta pensare al verde d’Europa», dice Dino Bolognesi, maestro e segretario dell’Associazione marmo artificiale di Rima, comune piemontese della Valsesia che conserva i segreti del marmo artificiale italiano. «È un marmo che ormai non esiste più perché la sua cava è stata esaurita. Ora lo produciamo solo noi in modo artificiale». Il loro laboratorio, secondo il sito, «si propone di rivitalizzare la tecnica del marmo artificiale grazie a un gruppo di artigiani altamente qualificati». Un’attività di produzione, vendita, ma anche insegnamento che dal Diciottesimo secolo ha anticipato e predetto la direzione del mercato, sostituendo le cave con la tradizione di Rima.

Dalla manifattura, alla ricerca dei colori e il trasporto dei blocchi, a Rima ogni compito viene svolto dagli abitanti del paese, e ha trasformato un piccolo centro di montagna in uno dei siti di produzioni delle pietre artificiali più rilevanti. Gli artigiani di Rima lavorano le pietre da più di due secoli: hanno contribuito ai restauri dell’Hermitage di San Pietroburgo e alla ricostruzione del colonnato di Brera, distrutto dai bombardamenti dei tedeschi. A Rima il marmo artificiale «ha visto il suo culmine dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta. Noi vogliamo tenerlo ancora vivo», puntualizza Bolognesi. Un lavoro garantito dalla collaborazione con «imprenditori da tutto il mondo, dall’Armenia al Massachussets. Anche dall’Accademia di Ginevra i professori vengono a visitarci per insegnare le nostre tecniche agli studenti».

Una pastella di scagliola, colla e colori in polvere: i vantaggi dell’utilizzo di pietre artificiali

Una pastella di scagliola, colla e colori in polvere. Un mix di origine povera per cui, al tempo, veniva usata perfino l’urina dei cavalli. I costi, invece, si stimano al pari delle pietre estratte. «Rispetto al marmo il nostro prodotto ha grandi vantaggi. Siamo in grado di costruire intere pareti a corpo vivo, senza divisioni- racconta Bolognesi-. Questo, rispetto al marmo, garantisce un effetto visivo migliore». Altro discorso per il travertino che «possiamo produrre con costi ridotti perché richiede poco tempo e i buchi che sono la sua particolarità, vengono scolpiti con il sale».

Per il maestro, «le pietre artificiali hanno da molto tempo superato i loro compagni naturali» e la richiesta è in continuo aumento. «A parte i restauri – spiega Bolognesi – ci sono numerose realtà che ricercano i nostri prodotti. Come famiglie che vogliono ornare i muri di casa con il marmo esigendo il colore, le dimensioni, la rapidità e la bellezza allo stesso tempo. Cose che il marmo vero non può offrire». Attraverso una tecnica che «non vogliamo venga dimenticata» e la collaborazione con designer contemporanei, l’Associazione offre anche corsi per trasmettere un sapere che dicono, al contrario di ciò che si possa pensare, «ha sempre fatto parte della storia e della cultura italiana». E che di artificiale, a ben guardare, non ha nulla.

Fonte Anonima 

Ricercatrice, ha svolto un dottorato all’Università Sapienza di Roma in Infrastrutture e trasporti. Oltre a numerose pubblicazioni scientifiche, ha collaborato con Legambiente per redigere il Rapporto Cave 2021. 

Marmi Artificiali 

Associazione istituita a Rima nel 2004 con lo scopo preciso di recuperare l’antica tecnica di lavorazione del marmo. Il Laboratorio si propone di rivitalizzare la tecnica del marmo artificiale grazie a un gruppo di artigiani altamente qualificati. Nell’anno 2006 si è svolta la pratica di registrazione del marchio del Marmo Artificiale di Rima a garanzia della sua unicità.

Lorenzo Sangermano

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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