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Una conversazione a sei voci sul design, sul nomadismo e sull’inutilità del decor

Humberto Campana, Atelier Biagetti, e lo studio Zanellato Bortotto: invitati da Louis Vuitton a Palazzo Serbelloni, si sono seduti a una tavola rotonda condotta da Lampoon

Cosa significa essere nomadi oggi? Il tema lanciato e proposto da Louis Vuitton

Essere un nomade significa far parte di una comunità che non si sente appartenere a un luogo, ma che si trova casa nel mondo. Un concetto che trova un riscontro attuale in un contesto snobistico: oggi sentirsi a casa propria in tutto il mondo denota una biografia dove il privilegio di poter viaggiare diventa una consuetudine borghese. Una definizione intellettuale che Louis Vuitton indaga e considera dal 2012.

Objets Nomades furono presentati la prima volta nel 2012 – Louis Vuitton e il concetto di Nomade

Il concetto risale alla fine dell’Ottocento, quando un cliente richiese alla manifattura di Louis Vuitton di realizzare una branda pieghevole, un letto trasportabile. Si trattava di uno special order – ne arrivavano molte richieste alla manifattura di Asnières. Più di un secolo dopo, dal 2012, Louis Vuitton ha invitato designer da tutto il mondo a elaborare il concetto del nomade. Rispetto al viaggiatore, il nomade è quella persona che non può esimersi dal viaggiare. Il nomade non percepisce la stabilità di un luogo stabile, di una tana dove fermarsi: ha bisogno di portare appresso con sé oggetti che possano essere piegati, caricati sulle spalle. 

Humberto Campana, Laura Baldassari e Alberto Biagetti, Giorgia Zanellato e Daniele Bortotto: a moderare la conversazione il direttore di Lampoon, Carlo Mazzoni, che ha avuto luogo il 20 aprile 2023 a Milano 

Carlo Mazzoni:

La pelle è un materiale che si consuma, che cambia con il tempo. La pelle è un materiale che, soprattutto su un oggetto, tende a muoversi, ad evolversi, a invecchiare. L’invecchiamento fa parte di un design. Il tempo fa parte del design. Su fronti opposti, ci sono designer e architetti che usano la plastica, un materiale stabile che rimane intatto e persistente per secoli. 

Giorgia Zanellato:

Si possono raccontare i segni del tempo su tutti i materiali – non credo che il materiale sia un limite – l’abbiamo fatto su metallo, su tessuto, su superfici diverse. Non vedo la plastica come un limite. Non voglio discriminare alcun materiale.

Alberto Biagetti:

Abbiamo usato il vetro. La fonte di luce non si vede, è in alto. Un oggetto dove non vedi la lampadina, non vedevi un filo. Un oggetto di vetro che per noi parla anche di fragilità, e di sacralità. Ci interessava fare scomparire qualsiasi cosa di tecnico a favore di una dimensione più spirituale.

Il concetto di viaggio e di nomadismo – tema della conversazione proposto da Louis Vuitton

Laura Baldassarri:

Ci sono diversi modi in cui possiamo viaggiare: prendendo un aereo o attraverso il proprio smartphone. Nell’idea di viaggio c’è la destinazione, ma c’è anche il punto di partenza. Questa lampada vuole ricordarci il luogo da cui proveniamo, è un totem.

Carlo Mazzoni:

L’estetica degli alberi, di un nido appeso in Brasile, come si collega a un brand francese, borghese, parigino, radicato in una cultura cittadina?

Humberto Campana:

Per essere un paese nuovo, il Brasile ha una tradizione manuale di artigianalità che attinge dagli altri mondi – afro, indigena, italiana, eccetera. L’estetica brasiliana sia la materialità. Abbiamo una tradizione vernacolare dell’Africa indigena che io vedo incontrarsi con l’estetica di Louis Vuitton.

Carlo Mazzoni:

La nostalgia appartiene ai nomadi – o forse, per paradosso, per assurdo, non gli appartiene affatto? La nostalgia e il nomadismo, sono agli opposti o possono convivere?

Laura Baldassarri:

Non c’è nomadismo senza nostalgia. Persone che hanno vissuto e abitano in luoghi lontani rispetto al proprio luogo di origine: tutti portano una sorta di alfabeto che gli appartiene.

Humberto Campana:

Per me non esiste nostalgia. La mia testa è caotica. Creare, creare, creare – per non sentire la nostalgia. Io mi rifiuto di sentire la nostalgia perché diversamente potrei cadere in depressione. 

Design tialiano: Tra nostalgia e romanticismo, ritorna la funzionalità degli oggetti

Alberto Biagetti:

Anche gli oggetti possono essere romantici. Senza un po’ di poesia non succede nulla. Gli oggetti che abbiamo nelle nostre case – anche se per alcuni possono essere inutili, che siano essi costosi, belli o brutti – ce li portiamo dietro anche se li lasciamo alle spalle. Per me una sedia vale quanto un sasso.

Carlo Mazzoni:

Qual è la differenza fra un viaggiatore e un nomade?

Daniele Bortotto:

Il viaggiatore ha un punto di ritorno. Forse non ha un punto di partenza, ma ha un punto di ritorno. Ritorna a casa. Il nomade segue un ciclo, segue le stagioni o altre necessità.

Carlo Mazzoni:

In inglese, al posto di travel usiamo la parola trip – il trip mentale, in italiano diciamo. 

Humberto Campana:

Fellini, Bertolucci, Kubrick: son tutti nomadi. Si rifiutavano di parlare della stessa storia. I viaggiatori sono quelli che vanno all’aeroporto – immigrazione, sicurezza, passaporti. Il nomadismo è non guardare la realtà, perché la realtà è muta in questo momento. Come nomade, mi do la possibilità di sognare, perché se guardo la realtà oggi, non riesco a vivere. Non sono un designer di formazione, sono avvocato. Ho iniziato lavorando con le mani, facendo mosaici di conchiglie. Cerco la leggerezza. Per me creare è una cura. Un petalo è frutto della mia pazzia.

Carlo Mazzoni:

La libertà può far paura, in termini creativi? Può essere terrorizzante?

Daniele Bortotto:

Non c’è mai una vera, completa libertà. C’è un confronto, che sia il partner che hai a fianco, che sia l’azienda da cui ricevi la commissione. Posso osare, ma c’è qualcuno a fianco a me che osa insieme a me, e che è in grado di fermarmi se necessario.

Humberto Campana:

Lo ho paura di me. Quando mi sveglio la mattina, chiedo sempre a San Michele di proteggermi da me stesso.

Carlo Mazzoni:

C’è un libro che si intitola La fatica di essere se stessi, perché quando tu puoi essere qualsiasi cosa che vuoi e non hai un limite fa paura, e fa fatica. Una volta c’erano i codici borghesi che ci davano dei limiti.

Humberto Campana:

Lo sono sistematico, faccio palestra, corro – altrimenti non so dove vado.

Nel 2022, per il design contemporaneo: qual è la differenza tra design e decoro?

Carlo Mazzoni:

Il decoro è qualcosa che viene dopo il design, e che a volte lo sminuisce? 

Humberto Campana:

Il decoro è effimero, ha vita corta. Il design è cosa sacra e spirituale. Il decoro è trend, e non seguo questa direzione. Ho rispetto per il decoro, ma non mi interessa.

Carlo Mazzoni:

Milano è la città del design. I maestri Magistretti, Mangiarotti e quanti altri, hanno disegnato e segnato un modo milanese, italiano che definivano il design diversamente dal decoro. 

Humberto Campana:

Quando ho lasciato l’avvocatura a Memphis, dedicandomi al design radicale c’erano questi maestri che volevano cambiare l’estetica. Io non penso alla funzionalità, penso al sogno, e questi grandi maestri hanno portato minore serietà, un essere più divertenti, più disco. Ho imparato il design attraverso Sottsass, Massimo Morozzi. I radicali sono le mie icone.

Alberto Biagetti:

Il design è una disciplina che porta alla definizione di un oggetto funzionale. Prima parlavo di un sasso: ci si può sedere su un sasso e su una sedia. La funzionalità non esaurisce il design. L’oggetto è psicologico. Se mi chiedi che cosa sia il design, sono anch’io figlio di Sottsass, Mendini, e ci aggiungo pure Andrea Branzi, Gaetano Pesce – di cui oggi tutti parlano come se fosse nato ieri. Persone che lavoravano il legno e il poliuretano; che non seguivano un progetto di qualcuno, di un direttore marketing che arriva e ti dice che cosa è giusto fare, quali sono i mercati, quali sono le categorie. 

Carlo Mazzoni:

Non percepisci una sorta di desiderio da parte del decoro, o dei decoratori, di definirsi designer?

Alberto Biagetti:

Il decoratore lavora a una scena. Vuole interpretare la psicologia di una persona che abita in casa sua. Deve disegnare uno spazio per qualcun altro. Io non riuscirei ad accettare. Io non vivrei in un hotel, piuttosto vivrei in una caverna. 

Il design italiano, la produzione industriale delle grandi aziende, i mercati

Carlo Mazzoni:

Le vostre idee sono poi realizzate da grandi industrie che hanno le capacità produttive. Come giornalista, sto notando che queste aziende tendono a produrre decoro. Forse perché pensano sia commercialmente più efficace? Piuttosto che cercare il rigore apprezzato da chi vuole ridefinire il design.

Alberto Biagetti:

Non è scontato fare design. La prima volta che siamo andati a Parigi per gli Objets Nomades di Vuitton, ho perso una scommessa con Laura. Ero convinto ci sarebbe stato un brief, o qualcosa di simile. Avevamo scommesso cento euro e una cena. Ho perso. Ci dissero di fare quello che volevamo fare, senza categorie. 

Design, decoro: dimensione emotiva, emozionale, artigianale – dimensione funzionale

Giorgia Zanellato:

Noi ci siamo laureati, siamo entrati nel mondo del design intorno ai primi anni duemila. La nostra formazione è stata dapprima italiana e io ho sofferto la parola design, design italiano. Ti insegnano i concetti di forma e funzione. Ho sentito l’esigenza – che poi abbiamo realizzato insieme – di andare oltre la funzione pratica, cercare una dimensione emozionale. 

Daniele Bortotto:

Un luogo comune vede il decoro come qualcosa di divertente, facile – mentre il design è qualcosa di rigido, dentro gli schemi. La differenza è a un livello diverso: il design vuole durare, è un atteggiamento che vuole costruire segni volti a restare nel tempo. Il decoro può essere visto come un’applicazione artigianale al design, e così trova una sua ragione di esistere, così possiamo considerarlo. Con gli Objets Nomades, si tende a sfidare quello che è l’artigianato classico italiano.

Humberto e Ferdinando Campana, tributo, memoria e futuro – l’istituto Campana

Carlo Mazzoni:

L’ultima parola la vorrei lasciare a Humberto. Una carriera che è partita in due e andrà avanti comunque da solo. Volevo chiedere a Humberto se volevi condividere qualcosa di questo con noi, e comunque anche pagare un tributo a chi ha creato, insieme a te, lo studio dei fratelli Campana.

Humberto Campana:

È il primo anno che sono da solo qui. Io e Franando litigavamo, passeggiando a Milano. Questa idea è mia, questa è tua – discutevamo. Fernando ha creato l’Istituto Campana dieci anni fa: un progetto sociale dedicato ai bambini, a persone in situazioni fragili. L’anno prossimo inaugureremo un parco botanico nella nostra città, che io e Fernando abbiamo ereditato della nostra famiglia. Ci sarà una scuola di falegnameria, di tradizioni locali, intrecci. Stiamo lavorando con un gruppo di biologi per ricreare la natura originale. È il sogno di Fernando che sto portando avanti. È difficile essere qui, a Milano, senza di lui.

Carlo Mazzoni

Louis Vuitton, Objects Nomades, Photography shot with LomoApparat Neubau Edition, Lomography
Louis Vuitton, Objects Nomades, Photography shot with LomoApparat Neubau Edition, Lomography
Poltrona Fernando & Humberto Campana,Louis Vuitton, Objects Nomades, Photography shot with LomoApparat Neubau Edition, Lomography
Poltrona Fernando & Humberto Campana,Louis Vuitton, Objects Nomades, Photography shot with LomoApparat Neubau Edition, Lomography

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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