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Piero Gemelli, maggio 2023, Alessandra Lanza
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Piero Gemelli: stratificazioni culturali, fluidità e coerenza di un artista circondato di oggetti

L’artista visivo e architetto, attraverso fotografia, scultura e disegno, restituisce un mondo di kalokagathia: la bellezza coincide con il buono, ogni scelta è ponderata

La casa studio di Piero Gemelli 

Quadri e fotografie in grande e piccolo formato. Statue, lampade, disegni, libri, vasi colorati, maschere africane e soprammobili che arrivano da lontano. Cuscini ricamati da persone care, ninnoli salvati dalla spazzatura o dalla bancarella di un mercatino. La casa-studio di Piero Gemelli è una trasposizione della visione artistica di un architetto che fa fotografia e che mette al centro le accumulazioni culturali.

Un piccolo busto femminile in gesso, rovinato, salvato da una gipsoteca, guadagna un paio di ali grazie a un pezzo di legno ritrovato alcuni anni dopo su una spiaggia della Corsica, trasformandosi in un angelo. «Il legno ha saputo dare un senso a quel pezzo di gesso trovato per caso: questo meccanismo muove il mio fare artistico». 

Il senso della vista non è tutto, con Piero Gemelli

Il primo ricordo visivo di Piero Gemelli. «Sarà stato il viso di mia madre – ma non credo di avere un ricordo visivo specifico, perché non mi fisso più di tanto sulle cose. Non c’è niente che sia così determinante a colpirmi, sono tutta una serie di elementi, e di certo non ho un punto di partenza. Guardare è un automatismo. Posso dire di aver apprezzato la qualità della visione quando ho ‘rifatto’ gli occhi l’anno scorso, con un intervento per risistemare il cristallino danneggiato dall’età: d’improvviso ho visto i colori, ho visto il bianco della luce e ho ritrovato la nitidezza, riappropriandomi di una qualità diversa rispetto a quella a cui mi ero abituato, un po’ opaca, sfocata e sporca». 

«La fotografia da hobby è diventata per me un lavoro. Realizzi che hai una posizione, mentre prima navigavi nell’incertezza – fa anche un po’ parte dell’età. Il passaggio da amatoriale a professionale l’ho fatto tardi, passati i trent’anni, quando ho cominciato a pubblicare per Vogue Italia. Prima facevo le foto, ma aspettavo di cominciare a fare l’architetto. Quando ho finito di studiare architettura mi sono capitate una serie di attività che mi hanno introdotto nel mondo della fotografia, ho pensato di prendermi un anno per dedicarmi a ciò, ma poi sono rimasto». 

Ogni cosa nasce da un contrasto: alternanza e fluidità della ricerca di Gemelli 

«Noi siamo, più o meno coscientemente, alla ricerca di un qualcosa che ci faccia sentire ‘realizzati’. L’ambiente ci condiziona: se questo invece che essere ostile è favorevole e riconosce certi tuoi meriti, diventa una zona di soddisfazione. Si crea un’interdipendenza: quando lavori sei costretto a continuare a lavorare – si raggiunge in ogni caso un livello di saturazione, per cui a un certo punto è diventa troppo». 

Recentemente Piero Gemelli è tornato a parlare della fluidità che ha sempre permeato il suo lavoro. «Inconsciamente è un argomento di cui ho parlato dal 1990, ma non ne faccio un discorso di fluidità: io credo e ho sempre pensato che non c’è niente di stabile e non c’è niente di unico. Ogni cosa è un’alternanza di contraddizioni. Qualunque cosa nasce da un contrasto, da un conflitto tra opposti. È da un polo positivo e uno negativo che si genera energia. Se entri nel discorso maschio-femmina, dentro ognuno ci sono entrambe le caratteristiche. In questa altalena e oscillazione sta il carattere: poi c’è una parte predominante, che però non può prescindere dall’altra». 

Sulla fluidità in campo artistico. «Siamo in un momento in cui la specializzazione sembra essere la soluzione di tutto, lo vedi in medicina. Ti ritrovi uno specialista che teoricamente sa tutto, ma è specializzato in una precisa malattia e questa iperspecializzazione lo porta a isolarsi e a perdere il contatto con la totalità, il concetto che l’organo in cui è specializzato fa parte di una struttura più ampia. Non puoi essere specializzato in una cosa e non saperne abbastanza del resto per poter fare interagire tutte le conoscenze a vantaggio della tua specificità – questo vale per tutto. Io faccio cose, ma non so se queste diventino arte o meno, bisognerebbe chiarire che cos’è l’arte: non è quella che uno si appone da solo come etichetta». 

L’architettura di Piero Gemelli: fare arte significa raccontare sé stessi con coerenza, qualsiasi sia il mezzo

«Se per arte si intende la necessità e la capacità di raccontare se stessi con un lavoro visivo o concreto, in questo caso accettiamo il termine. Se si tratta di raccontare stessi, io potrò farlo coerentemente cambiando mezzi – devo poter avere questa flessibilità. Ci sarà poi qualcosa che in termini tecnici sarà migliore di altro, ma quella che io credo debba essere sempre mantenuta è la coerenza. Se la multidisciplinarietà è fatta di improvvisazione in ogni ambito, resta un’improvvisazione. Il criterio, la discriminante è sperare di avere una linea di continuità. Io l’ho cercata nelle cose che ho fatto, quando ho avuto occasione di rileggere il mio lavoro nel tempo, attraverso età, posizione, situazioni come quella di una mostra o di un libro».

Piero Gemelli procede in un flusso di pensiero: «Sono grato di aver fatto architettura, anche se non ho mai costruito niente – o meglio, inezie con cui non ho inciso nel mondo una mia visione dell’architettura. Il fotografo lavora in due dimensioni e io vedo le cose in tre. Ogni cosa per me ha una sua posizione nello spazio: vuol dire che è una foto posizionata in un punto, ha degli angoli di visione, io so quali sono, ci penso. Quando poi mi trovo a progettare uno spazio espositivo in cui inserire una mia foto, posso creare un percorso che avvicina all’immagine, magari una lettura generale per poi arrivare vicino con dei dettagli». 

Anticipare i punti critici come tecnica di sopravvivenza: Piero Gemelli e una lezione di Bruno Zevi

«Vengo accusato da chi mi sta vicino, quando si presenta un progetto, di evidenziarne i punti critici – è un modo per proteggersi. Un giornalista aveva scritto una sorta di libretto di istruzioni per la vita per i figli liceali: un capitolo che mi è rimasto impresso era quello sulla barca a vela. Diceva che quando la mattina vedi una bella giornata, con un mare calmo, il vento giusto, e decidi di uscire, la prima cosa a cui devi pensare è la peggiore che possa accadere. Se esci in mare con la tua vela e non ti sei preoccupato di avere un equipaggiamento adatto a un cambiamento improvviso del mare o del vento, se il mare si alza, il vento si rinforza e ti rompe la vela, ti rompe l’albero, non torni». 

«Bruno Zevi diceva: volete tutti fare gli architetti, ma non vi ricordate mai quante stanze vanno messe nella casa – prima l’elenco delle stanze. Quando feci l’esame di laurea, un mio compagno di corso portò un progetto di un ospedale, peccato avesse dimenticato scale e ascensori che portassero dalle degenze alla sala operatoria: non è una distrazione, è la mancanza delle basi. Quando devo fare qualcosa, voglio subito scartare le difficoltà».

La creatività è come uno stagno sul cui fondo si depositano le stratificazioni culturali di cui ci nutriamo: Piero Gemelli e una lectio al Maxxi

«A Roma feci scalpore con una lectio al MAXXI in cui paragonai la creatività a uno stagno sul cui fondo giace come melma la cultura che accumuliamo nel tempo. Ciascuno di noi è uno stagno di acqua putrida, apparentemente bello e attraente, ma che nel profondo è un disastro. Tutte le volte che mi viene chiesto di avere un’idea metto in moto, senza rendermene conto, un meccanismo di agitazione delle acque. A volte accade quando ho in mano un oggetto, guardo una persona e mi concentro su un particolare per enfatizzarlo. Questo genera un movimento che porta a galla quello che è sul fondo: a quel punto scelgo ciò che mi sembra più pertinente e affascinante, lo prendo e ci lavoro intorno. Quando ho concluso lo ributto in acqua, insieme alla nuova opera, che contribuisce a un nuovo strato».

la gelosia degli oggetti di cui scegliamo di circondarci devono corrisponderci – le parole di Piero Gemelli

«La mia gelosia nei confronti degli oggetti di cui mi circondo non è tanto legata al loro valore materiale, ma alla loro collocazione nella mia storia, nella mia vita. Di questo [indica un cuscino ricamato sul divano] non mi interessa il valore materiale, ma quello affettivo che gli ho appiccicato addosso. Ogni oggetto, una volta che è stato scelto e che è entrato in relazione con te, soprattutto quando lo fotografi e si crea una lettura e relazione personale, ha una storia. Gli oggetti che mi ha lasciato la mia famiglia, come quella poltrona che ho da quando ero piccolo ed è stata testimone di tutto quello che ho fatto, ha un valore vitale, non potrei mai darla via. 

Quando cerchi di proteggere una cosa in questo modo, lo fai perché in realtà stai cercando di proteggere te stesso. Il problema vero è sempre lo stesso: essere dimenticati. Poi ci sono anche oggetti a cui sono emotivamente legato, ma che insieme sono funzionali allo spazio in cui mi trovo. Nella pretesa di dare un senso alla loro collocazione dell’oggetto, mi capita di tenerli da parte in attesa che si presenti il posto giusto in grado di dar loro dignità e coerenza. Le regole sono poche: coerenza, correttezza e rispetto».

Piero Gemelli

Nato a Roma nel 1952, Piero Gemelli ha intrapreso la carriera di architetto per poi incontrare la fotografia a Milano, dove si è trasferito e vive dal 1987. Preferisce che a definirsi fotografo siano altri. Se proprio volessimo inglobare il suo lavoro che comprende anche la direzione artistica, il design e l’arredamento sotto un unico cappello, come l’essere umano ha sempre necessità di fare per mettere a sistema la realtà, potremmo definirlo artista visivo, che attraverso l’imprinting dell’architettura e il mezzo fotografico, la scultura e il disegno, restituisce un mondo di kalokagathia, in cui cioè la bellezza coincide con il buono, poiché ogni scelta è ponderata e ha una sua ragione d’essere. 

Alessandra Lanza

La casa-studio di Piero Gemelli, maggio 2023, Alessandra Lanza
La casa-studio di Piero Gemelli, maggio 2023, Alessandra Lanza

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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