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Raphael Gualazzi foto Alessandra Fuccillo
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Dreams, il nuovo album Raphael Gualazzi – cinema e jazz, dagli Usa all’Italia

Il pianoforte elettrico di Ray Charles, la funzione educativa del jazz nel Novecento – la saudade all’italiana, Vivaldi e Nino Rota e John Williams: Dreams il nuovo album di Raphael Gualazzi

La musica jazz e la sua funzione educativa negli Stati Uniti del Novecento

Stati Uniti, 1931. La Leo Schlesinger Productions, quella che poi sarebbe diventata Warner Bros. Cartoons, inizia a produrre la serie di cartoni animati Merrie Melodies. È la sorella di Looney Tunes. Ci sono anche gli stessi personaggi: Bugs Bunny, Daffy Duck, Porky Pig. Tra le differenze che saltano subito all’occhio tra le due serie c’è lo spazio che viene dato alla musica. In Merrie Melodies è protagonista, alla pari dell’animaletto al centro di ogni puntata. Spesso quello che suona è musica jazz, ormai uscita dalle colonie afroamericane. 

La segregazione razziale era però ancora realtà. L’alfabetizzazione dei neri d’America era lontana. «Il jazz ha avuto una funzione educativa fondamentale all’inizio del secolo scorso. Quasi l’80% degli afroamericani, soprattutto nel Sud degli Usa, sono stati alfabetizzati attraverso Merrie Melodies e attraverso la musica jazz in generale: così imparavano l’inglese», spiega Raphael Gualazzi. Lui è nato in un momento storico diverso e in un luogo molto lontano dal Deep South statunitense: 1981, Urbino. Pianista, cantante e,compositore, la sua musica si fa però portavoce della fusione tra il lascito di una cultura lontana e della tradizione italica. Jazz, pop, soul, blues.

Raphael Gualazzi – la sperimentazione artistica, la musica jazz italiana e internazionale, il cinema. Dreams per CAM SUGAR

Lo scorso 6 ottobre è uscito il suo ultimo album, Dreams. L’etichetta discografica è CAM SUGAR, quella che nel catalogo ha le colonne sonore cinematografiche di Ennio Morricone, Piero Piccioni, Stelvio Cipriani, Armando Trovajoli. Artisti che nella loro carriera hanno sperimentato con diversi generi, anche riscrivendo la storia della musica per il cinema. E della musica jazz italiana. In tutto questo trova spazio Dreams, forse uno dei lavori più cinematografici nel repertorio di Gualazzi. È un album architettonicamente complesso, che già dal titolo rimanda a suggestioni oniriche tipiche della settima arte.

 «Ancora prima di avere la fortuna di poter lavorare insieme a CAM SUGAR – spiega Gualazzi – ricordo che all’università ho avuto il piacere di musicare cortometraggi muti di qualche autore minore americano. La prima bella esperienza che ho avuto con SUGAR è stata la colonna sonora di Un ragazzo d’oro di Pupi Avati. Era il 2014». E quello con il cinema è un rapporto che continua. Gualazzi ha curato le musiche per Mi pequeño Chet Baker – presentato al Festival del Cinema di Roma 2023 – di Mauro Diez, il racconto di una notte nella vita di un tormentato trombettista.

Da qui, la sperimentazione artistica e una riflessione sull’influenza del cinema nella musica di Gualazzi: «I film mi hanno sempre ispirato. Penso a La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore, Ray su Ray Charles, Shine di Geoffrey Rush, Great balls of fire! su Jerry Lee Lewis, i film su Charlie Parker e James Brown. Hanno tutti musiche incredibili. Ma anche soltanto pensando ai cartoni animati: sono pieni di jazz. Lo assorbi da piccolo e ti entra nel cuore».

Amarcord, Per un pugno di dollari, Spielberg e John Williams: il cinema, le colonne sonore e il jazz nell’ispirazione di Raphael Gualazzi

Stringendo il campo alle colonne sonore che più hanno plasmato il suo percorso artistico, Gualazzi cita subito le musiche scritte da Nino Rota per Amarcord di Federico Fellini. «Il film stesso rappresenta la mia cultura di provenienza: l’urbinate e il Montefeltro sono molto vicini alla Romagna del film. Poi ha dei temi bellissimi. C’è quella sensazione di saudade all’italiana per cui non abbiano una traduzione dal brasiliano. È anche per raccontare la saudade in note musicali che ho scritto Malinconia di averti per Dreams». Poi ci sono i film western: «Anche con la loro tipica violenza e tossicità, dal punto di vista musicale hanno regalato temi memorabili. Basta pensare a Per un pugno di dollari». 

Gualazzi ricorda la tradizione degli anni ’80, come quella dei film di Steven Spielberg con le musiche di John Williams: «Se pensiamo a come venivano usati gli effetti speciali oggi sorridiamo. Dall’altra parte, quelle colonne sonore sono immortali». A stimolarlo è però soprattutto il fondersi di culture, come tutta la sua discografia spiega da sé. «In generale quando il jazz come quello di Trovajoli e Piccioni nella tradizione italiana si fonde con un heritage afroamericano reinterpretato nascono composizioni dal fascino unico. Onorano quello che è successo nella storia d’Oltreoceano».

Dreams di Raphael Gualazzi, da Vivaldi all’African Funk – sperimentazione artistica e  musicale

E questo è quello che succede in Dreams. Gualazzi lo definisce una «raccolta di ispirazioni» che nasce da «un’esperienza spazio-temporale complessa». Lo fa in diversi modi. A livello musicale accompagna le suggestioni Usa del suo repertorio a un approccio più vicino al classicismo e al neoclassicismo italiano. In Vivido il tramonto, il primo singolo estratto da Dreams, l’arrangiamento di archi di Stefano Nanni si avvicina alla musica vivaldiana. La poetica richiama quella di Sergio Endrigo. I Won’t Lie – dove la voce di Gualazzi si accompagna a quella della scozzese Emma Morton – si rivolge a sonorità vicine a King Oliver e Louis Armstrong. Il brano è stato registrato in ensemble: basso, tuba, gran cassa, cornetta, clarinetto, pianoforte e così via hanno suonato tutti insieme nello studio di Riccione di Daniele Marzi, dove è stato registrato l’album.  Altre tracce hanno sonorità più vintage, legate alla tradizione funk e African Funk. Riportano alla luce strumenti originali come i pianoforti elettrici Wurlitzer (quello che suonava Ray Charles), Fender Rhodes e Clavinet D6.

«L’album poteva chiamarsi Dream. Invece ho scelto Dreams, al plurale, a rappresentare le infinite strade dove la musica può portarci», sintetizza Gualazzi. Che dice di aver confermato un approccio multiforme per un motivo pratico. «Sono anche io che devo avere il piacere di riascoltare quello che creo senza annoiarmi. Trovo leggerezza e piacere nella varietà, fa parte di quello che sono dal punto di vista della scrittura e nel guardare a diversi strumenti. Ora suono il pianoforte e l’ukulele. In futuro chi lo sa»

Dreams di Raphael Gualazzi, oltre la sperimentazione artistica, l’introspezione e temi sociali

Anche guardando a cosa raccontano le tracce di Dreams si nota la predisposizione dell’artista a trattare temi che in un certo senso uniscono spazi e tempi diversi. L’album, racconta Gualazzi, «si ispira a una varietà di colori e a una serie di questioni che prima mette sul tavolo introspettivamente e poi in modo condiviso». Si parla – tanto – di amore. Ma anche di grandi temi sociali.

Per fare un esempio: Living in a white man’s world, living in a white man’s privilege, canta Gualazzi in Soul Affirmation (scritta da Emma Morton). È uno «spunto di riflessione sul razzismo imperante, il privilegio che – nella mia visione personale, non seguo nessuna tacita ideologia – deve cessare: siamo tutti esseri umani e, quale che sia il nostro cammino, abbiamo tutti il diritto di avere le stesse opportunità ed esprimerci al meglio, di vivere i nostri sogni». In Addiction Waltz si parla di dipendenza. I’m drunk and lonely on the inside, so drunk and lonely on the inside. Gualazzi cita l’alcol, ma il brano potrebbe riferirsi a qualsiasi altro tipo di dipendenza tossica: I feel my addiction – so much more than what they see. Can feel my addiction – too late to play again. Still acting a fiction – it won’t leave me alone. Forse non sarà la funzione educativa di Merrie Melodies, ma un collegamento c’è.

Perché allora Dreams? Perché per Gualazzi è la parola più adatta per «descrivere un sentimento che sento mio ma che è comune: in questo mondo che ha subito tante ferite, il sogno – a occhi aperti, quello liberatore, terapeutico, esoterico – diventa importante nella misura in cui con la fantasia si ristabilisce contatto con la propria natura presente e pragmatica». Nella sua visione, astraendosi dal presente, «anche passato e futuro sono sogni, perché non esistono più o devono ancora esistere».

Raphael Gualazzi – la lingua inglese e la lingua italiana in musica

Un altro profilo di contaminazione nella musica di Gualazzi è l’alternare musica cantata in italiano a brani in inglese. Alla pari degli strumenti, è un metodo in più per esplorare diversi ritmi. «L’inglese è pragmatico, onomatopeico nell’uso che viene fatto della lingua. Si usa molto la forma monosillabica, il soggetto diventa verbo. È ritmico, ha un approccio migliore ai brani più veloci. L’italiano non avrebbe nemmeno bisogno di musica: è già musica. Quando scrivo in italiano punto su tempi più lenti, ballad che lascino il giusto spazio alla lingua. Per celebrarla e lasciarla respirare, senza che la musica le sia di costrizione».

Raphael Gualazzi

Raphael Gualazzi è nato a Urbino l’11 novembre 1981. Nel 2011 ha vinto la categoria Giovani al Festival di Sanremo con Follia d’amore. Pianista, arrangiatore, produttore e compositore, da sempre fonde sonorità jazz, blues e soul con elementi più vicini alla canzone d’autore italiana. Ha pubblicato sette album in studio. L’ultimo è Dreams, uscito il 6 ottobre 2023. Numerose le collaborazioni, dalle voci agli arrangiamenti e la scrittura: Emma Morton, Stefano Nanni, Mamakass, Tony Canto, Pippo Caballà, gli Yorker. Da novembre è in tour nei teatri italiani.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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