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Che fine fanno i nostri vestiti?

60 miliardi di chilogrammi di rifiuti tessili escono dai nostri armadi per finire chissà dove, tra l’alibi della beneficenza e il rischio di greenwashing

Stracci, il documentario diretto da Tommaso Santi 

«Di quello che indossiamo non sappiamo niente. Non conosciamo come sono fatti i nostri abiti, da dove arrivano. Soprattutto ignoriamo qual è il loro destino quando sono gettati via. Ogni anno nelle discariche sono bruciati 60 miliardi di chilogrammi di rifiuti tessili: maglioni, giacche, pantaloni, scarpe, cappotti. Vecchi, usurati o semplicemente passati di moda, ma anche enormi quantità di abiti invenduti. Originati da un modello produttivo che fa del consumo eccessivo e della sovrapproduzione i suoi punti di forza»

Questa la riflessione che accompagna Stracci, il documentario diretto da Tommaso Santi e scritto insieme con Silvia Gambi che parte da Prato e fa il giro del mondo per raccontare l’impatto ambientale dell’industria della moda e allo stesso tempo un’esperienza di economia circolare riuscita: quella del riciclo della lana da parte delle industrie tessili del distretto pratese. 

Quanti di quei 60 miliardi di chilogrammi di capi trovano nuova vita? Quante migliaia di tonnellate finiscono invece in paesi dell’Africa o dell’Asia con la scusa magari della beneficenza? 

L’impatto del settore moda e il mito della beneficenza

Oggi la moda vale 2,5 migliaia di miliardi di dollari a livello globale, causa il 20% dello spreco totale di acqua ed è responsabile del 10% di emissioni di anidride carbonica e del 24% dell’uso di insetticidi.

I consumatori di oggi comprano il 60% in più rispetto al 2000, ma l’85% di questi acquisti finisce in discarica, e solo l’1% di questi scarti viene riciclato o rigenerato, si legge sul sito di Rifò, azienda che produce capi invernali di alta qualità partendo da lana, cotone e cashmere riciclati e made in Italy.

La possibilità di donare ciò che non indossiamo più è la giustificazione che alimenta questo meccanismo insostenibile. «Nelle campane di raccolta presenti nelle nostre città – si racconta ancora in Straccisono gettati abiti che non indossiamo più ma che immaginiamo possano essere utili per qualcuno. Donare gli abiti usati è un gesto in sé positivo, ma spesso crea nel consumatore una sorta di alibi: non lo rende più consapevole ma incentiva ulteriori acquisti. Poi non conosciamo davvero qual è il destino dei vestiti che gettiamo».

Vestiti usati: la maggior parte finisce in Africa

L’Africa è il continente su cui viene riversata la maggior parte dei vestiti, spesso di pessima qualità, scartata dai Paesi occidentali. Ogni anno in Ghana, ad esempio, arrivano 130.000 tonnellate di abbigliamento (circa 780 milioni di capi), e il 40% di questi capi si trasforma in rifiuto dopo una settimana dallo sbarco al porto, anche a causa della mancanza di un’industria locale in grado di gestirne la raccolta e il riciclo in modo efficiente.

La situazione è diventata così complicata che alcuni Paesi africani, tra cui il Ruanda, hanno deciso di chiudere le frontiere all’importazione degli abiti usati, assumendosi il rischio di ritorsioni commerciali soprattutto da parte degli USA. L’intento è quello di rilanciare l’industria della moda locale a discapito purtroppo di migliaia di posti di lavoro.

Secondo Litz Ricketts, Co-Founder e Director di The OR Foundation, «Molte persone vedono l’Africa come un bidone della spazzatura. È un posto dove possiamo inviare le cose di cui non sappiamo cosa fare, che non possiamo riutilizzare, che non sono di qualità abbastanza buona per noi: questa è la colonizzazione dei rifiuti, ecco di cosa si tratta»

Humana People to People 

«L’Africa non ha bisogno di vestiti che alimentino le discariche: l’Africa ha bisogno di qualità che si possa tradurre in valore. E in questo è fondamentale il rapporto bilaterale, il dialogo continuo affinché il materiale inviato sia rispondente alle esigenze reali del territorio» spiega Laura Di Fluri, Responsabile Marketing e Comunicazione di Humana People to People Italia.

La Federazione Humana People to People è una rete composta da 29 organizzazioni attive in 45 Paesi tra Europa, Africa, America e Asia impegnate soprattutto nella raccolta degli abiti usati. Nel 2021 questa attività ha raggiunto le 130mila tonnellate grazie a circa 19 milioni di donatori stimati nel mondo, e i fondi raccolti tramite la vendita del materiale hanno permesso di finanziare 1.238 progetti di sviluppo a beneficio di 9,6 milioni di persone. 

In Italia Humana People to People è presente in 42 province e 1.200 comuni con circa 5.000 contenitori stradali

«Negli anni è aumentata la quantità di vestiti raccolti ma ne è diminuita la qualità, il che rende ancora più centrale la fase di selezione. Noi seguiamo tutta la filiera e di questo passaggio in particolare ci occupiamo a Pregnana Milanese, dove tutti i giorni trenta colleghi aprono i sacchetti che la gente ci affida e ne catalogano il contenuto, cercando di ricavare da ogni capo il massimo valore possibile». 

Gli output di questa operazione sono tre: il 67,5% è destinato al riutilizzo come vestito; il 25,5% circa è riciclato per recuperare le fibre e una piccola parte, il 7%, è destinata al recupero energetico. 

Gli abiti che arrivano in Africa attraverso Humana sono donati solo in casi di emergenza. Altrimenti sono venduti a prezzi contenuti per finanziare i progetti. Lo scopo è di creare non assistenzialismo ma occupazione e sviluppo. 

DAPP Malawi

«DAPP Malawi, ad esempio, è una delle nostre consociate a cui inviamo una particolare categoria di abiti, che chiamiamo ‘Tropical Mix’. Questi capi hanno caratteristiche precise: non sono troppo pesanti, per evidenti ragioni climatiche, evitano le fantasie militari, per nulla apprezzate, e gli strappi sui pantaloni, seppur nuovi. I vestiti in velluto, tessuto non particolarmente fresco, è invece molto gradito dal punto di vista estetico. 

DAPP Malawi li riceve, li seleziona e li divide ulteriormente per rivenderli attraverso la rete Humana, che è presente nel Paese con 11 negozi all’ingrosso e 14 negozi al dettaglio, garantendo un lavoro stabile a 300 persone. Le risorse ricavate dalla vendita dei vestiti finanziano poi i nostri progetti sociali sul territorio che riguardano l’agricoltura, lo sviluppo comunitario, l’educazione e la prevenzione di malattie» prosegue Di Fluri.

Acquistare per far durare, ma anche scambiare e rinnovare

Esiste quindi la possibilità che le “donazioni” di abiti diventino parte di una rete virtuosa, ma la strada più sostenibile da seguire resta comunque quella della scelta consapevole dei vestiti da acquistare, per farli durare il più possibile.Se ogni capo fosse indossato mediamente il doppio delle volte, infatti, le emissioni di gas serra si ridurrebbero del 44% (fonte: Ellen Mac Arthur Foundation).

Nel 2021, secondo l’agenzia di rilevazioni Statista, il valore del mercato globale dell’abbigliamento secondhand ha raggiunto i 96 miliardi di dollari, e la stima è che entro il 2026 questa cifra superi 218 miliardi. Sono in aumento, quindi, le persone che considerano l’usato la propria prima scelta, come sono in aumento, anche in Italia, le occasioni di condivisione e i progetti centrati sul recupero creativo di abiti a rischio spazzatura.


Swap party

Gli swap party, ad esempio, sono appuntamenti gratuiti a cui partecipare per cedere vestiti e accessori ancora in buono stato e recuperarne di “nuovi”, evitando sprechi e acquisti inutili. In Italia sono ormai numerosissime le realtà – anche commerciali – che li propongono: da L’Antina a Vigevano (PV) a Giroabito a Verona, passando per il Lab Barona di Milano e la stessa Humana, che nei mesi scorsi ne ha organizzato uno per i dipendenti Condé Nast.

Poi c’è il filone dell’upcycling e del riciclo virtuoso: quello, cioè, che non agisce solo a valle ma che parte a monte, nella progettazione di capi che siano poi nuovamente riciclabili alla fine del loro ciclo di vita.

«Posto che il riutilizzo è la scelta ambientalmente e economicamente più sostenibile, come ci ricorda anche la gerarchia dei rifiuti, quello del riciclo è un processo in cui crediamo e su cui intendiamo impegnarci anche attraverso lo sviluppo di nuove partnership – conferma Di Fluri. «Una avviata di recente, ad esempio, è quella con Candiani Denim. A loro forniamo jeans non più utilizzabili e già privati meccanicamente degli elementi metallici. Filatura Astro, a Biella, li tritura e ne ricava il filato, che poi Candiani utilizza per realizzare un tessuto che combina questo filato con cotone rigenerativo»

Nicky Stecca, Vice Presidente di Rén Collective

In questo panorama che evolve velocemente la questione centrale diventa l’informazione. Quando le parole e gli esempi aumentano, distinguere il greenwashing dalle proposte veramente sostenibili diventa la sfida più difficile. «È innegabile che il greenwashing sia un problema significativo» spiega Nicky Stecca, Vice Presidente di Rén Collective, l’associazione no-profit che dal 2018 supporta brand, micro imprese, professionisti e studenti che vogliono integrare pratiche sostenibili nella propria attività o formazione.

«Secondo uno screening recente della Commissione Europea, quasi il 50% dei siti analizzati è colpevole di greenwashing, e questo ha innescato un processo negli stati membri dell’Unione, dove le autorità nazionali a tutela dei consumatori si stanno occupando di rafforzare la normativa riguardante le pratiche commerciali scorrette e ingannevoli. Nel frattempo, la soluzione per il consumAttore – noi lo chiamiamo così – è l’informazione. Prima di tutto è bene imparare a riconoscere alcune certificazioni che i brand acquisiscono tramite enti terzi per garantire l’allineamento a determinati standard, come la OEKO-TEX che attesta l’assenza di sostanze tossiche nocive, o la certificazione GOTS per i capi realizzati con fibre naturali, da agricoltura biologica.»

A seguito del disastro avvenuto al Rana Plaza (Bangladesh) il 24 aprile 2013, quando 1133 persone sono morte e molte altre sono state ferite nel crollo di un complesso produttivo che ospitava un’azienda tessile, ogni anno, nel mese di aprile, si svolge in tutto il mondo la Fashion Revolution Week. «Fashion Revolution vuole essere il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente – commenta Marina Spadafora, coordinatrice di Fashion Revolution Italia – Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo

Stracci 

Documentario diretto da Tommaso Santi e scritto insieme a Silvia Gambi, prodotto nel 2021 da Kove in collaborazione con Solo Moda Sostenibile. 

The OR Foundation

Agenzia internazionale che intercetta e valorizza alternative sostenibili e circolari al modello dominante della moda.

Humana People to People Italia

Organizzazione umanitaria di cooperazione internazionale che finanzia e realizza progetti nel Sud del mondo e che contribuisce alla tutela dell’ambiente anche attraverso la raccolta, la vendita e la donazione di abiti usati.

Rén Collective

Network che educa e diffonde sul territorio italiano informazioni e approfondimenti sulla sostenibilità nel comparto moda.

Maddalena Cassuoli

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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