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Bernardine Evaristo
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Bernardine Evaristo racconta la sua famiglia diversa: «Non sono un’outsider radicale»

«Non sono un’outsider radicale: sono presidente della Royal Society of Literature e docente universitaria – ma sto cambiando le cose dall’interno». Una famiglia diversa, quella di Bernardine Evaristo

Bernardine Evaristo all’Ubud Writers and Readers Festival 2023 di Bali si racconta: cresciuta in una famiglia diversa in una società razzista

Bernardine Evaristo arriva per la seconda giornata del festival letterario che da vent’anni si celebra a Ubud grazie all’iniziativa di Janet DeNeefe, australiana che di Bali ha fatto la sua casa. L’incontro si intitola Bernardine Evaristo writing’s journey. Ad attenderla molte persone, nonostante siano le nove del mattino. Con Evaristo sul palco c’è Jenny Niven, direttrice del Festival internazionale del libro di Edimburgo. Quando Evaristo inizia a raccontare la sua storia, che è raccolta nel libro di memorie Manifesto, On never give up il suo inglese preciso, limpido, che non tentenna mai, ci conduce a Woolwich. 

Woolwich, il quartiere «molto bianco» a sud est di Londra nel quale è cresciuta assieme a sette tra fratelli e sorelle, figlia di un padre nigeriano e una madre bianca. La storia di una famiglia diversa in  una società razzista. Il padre era un socialista ma la madre era una donna religiosa che la portava in chiesa tutte le domeniche. «Dai cinque ai quindici anni è stato così, con la confessione al sabato – ricorda Bernardine Evaristo. Io ho studiato in un convento e questo mi ha permesso una profonda immersione nel linguaggio. La mia scrittura ha lì le sue radici, nella Bibbia, che ha una prosa altissima e poetica, pensiamo ai Salmi».

Famiglie diverse: quella di Bernardine Evaristo nella periferia di Londra degli anni Sessanta, una società razzista

Bernardine Evaristo ricorda se stessa da adolescente: «Mi vestivo in modo appariscente, come Boy George. Era uno statement, un modo di affermarmi. Per quanto venissimo da una famiglia non convenzionale per le scelte che i miei genitori avevano fatto, mio padre era un immigrato e mia mamma irlandese. Il passato per loro era stato duro e volevano migliorare la loro condizione. Mia nonna voleva che mia madre sposasse un medico e mia madre a sua volta aveva paura per me, avrebbe preferito che facessi la segretaria». 

La famiglia di Evaristo nella periferia di Londra negli anni Sessanta e Settanta rappresentava un’anomalia. «Era una società razzista e sessista – ricorda. Quando ero piccola non ”stava bene” essere nera perché i neri finivano in prima pagina solo per i crimini. Avevo interiorizzato il razzismo dentro di me senza essere capace di analizzarlo e verbalizzarlo. Mi ero auto educata». Bernardine Evaristo ha iniziato a esplorare le sue radici nere solo a diciannove anni. «Mio padre prima non era stato di aiuto, quando gli chiedevo come era la nonna si limitava a rispondere: She was nice. Con il tempo ho capito che nella sua cultura dei morti non si parla».

Theatre of Black Women, la compagnia teatrale di donne nere fondata da Bernardine Evaristo nel 1982 – diversità e inclusione

Nel 1982, a ventitré anni, Bernardine Evaristo fonda, assieme alle amiche Patricia Hilaire and Paulette Randall, Theatre of Black Women, la prima compagnia teatrale composta esclusivamente da donne nere nella storia della Gran Bretagna. Le parole con cui ricorda quegli anni: «Non eravamo al centro della società, ma di noi stesse». Delineando il percorso dice, senza alcun vanto ma con ferrea sicurezza: «Eravamo ai margini quando abbiamo iniziato, ai piedi dell’establishment artistico e ora siamo al centro. Quarant’anni dopo tutto è cambiato e noi non abbiamo fatto compromessi». 

La dicotomia diversità/inclusione torna spesso nei discorsi di Bernardine Evaristo perché una delle accuse che i suoi detrattori sicuramente le fanno è di essere stata cooptata dal sistema. Anche su questo la sua posizione è netta: «Non posso dire di essere un outsider radicale, visto che sono presidente della Royal Society of Literature e sono professoressa universitaria ma sto cambiando le cose dall’interno». L’agenzia letteraria Spread the word, della quale Evaristo è fondatrice è nata proprio per sostenere i giovani scrittori a basso reddito che non vengono dal network delle solite conoscenze o dal centro di Londra.

Bernardine Evaristo: «Ho avuto una relazione tossica ma non posso descrivermi come una vittima»

C’è un aspetto della vita di Bernardine Evaristo che faccio fatica ad associare all’immagine che ho di lei ma che ritorna in tutte le sue interviste e nei suoi discorsi pubblici, sintomo che per lei occorre parlarne e ancora una volta lo fa con precisione clinica. Si tratta di una sua relazione tossica avuta in passato con una donna e durata dieci anni che le è costata anni di terapia e di letture di auto aiuto che mai immaginerei nella sua libreria di casa. 

«Era una dominatrice mentale che esercitava su di me un controllo psicologico che nessun uomo aveva mai esercitato prima o ha esercitato in seguito. Ci sono stati anche dei momenti belli – ricorda durante l’incontro a Ubud –, abbiamo viaggiato insieme per l’Europa a esempio, e non era una cosa comune per una donna nera a quei tempi. Io ho scelto di stare in quella situazione e non posso descrivermi come una vittima».

Sister outsider di Audre Lorde, il libro per la vita di Bernardine Evaristo

Non stanca di averla sentita parlare da vicino, rientrata dal mio viaggio in Indonesia, sono andata a cercare altre interviste di Bernardine Evaristo per provare a conoscerla meglio. Ho trovato su Arte un programma condotto da Jagoda Marinić, scrittrice e giornalista tedesca. Si chiama Un libro per la vita e quando è stata ospite Evaristo ha portato Sister Outsider di Audre Lorde, poetessa, scrittrice femminista e lesbica figlia di immigrati caraibici negli Stati Uniti. 

Evaristo racconta di come l’attivista fosse per lei e le sue compagne del Theatre of Black Women un esempio, una guida, ma di come l’avesse in qualche modo delusa l’averla incontrata alla fine di un evento a Londra. «Ci trattava come se fossimo le cugine povere alle quali servivano consigli perché il nostro percorso era agli inizi rispetto alla comunità afroamericana negli Stati Uniti. Ricordo che mentre l’ascoltavo dentro di me pensavo: non devi dirmi cosa devo fare». 

Quasi alla fine dell’’intervista Marinić chiede a Evaristo cosa prova adesso che sta seduta nella stanza dei bottoni, se si sente ancora fuori posto come quando era piccola. «No, non mi sento affatto così. Ora sento di appartenere e lo sento da molto tempo. È una sensazione privata che deve essere interiorizzata. Sento di appartenere al mio Paese e se qualcuno pensa altrimenti non mi interessa. Perché so chi sono».

Bernardine Evaristo al firmacopie – l’atteggiamento opposto di Michelle Obama

Becoming, trasmesso da Netflix nel 2020, racconta la vita di Michelle Obama. Alla fine di ogni presentazione del suo libro – eventi in teatri con centinaia di ammiratori – Michelle Obama si ferma, immagino ore, per firmare le copie. A ogni lettore chiede qualcosa, per scrivere una frase, seppur breve, che abbia un senso per chi le sta di fronte. Mentre lo fa sorride, dando l’impressione che il suo interesse per le vite, le passioni e i problemi degli altri sia vero. Non so se questa cosa l’abbia fatta solo “a favore di telecamera” per pochi minuti – voglio credere di no – ma mi ha indotto a fare lo stesso, in quelle rare occasioni nelle quali mi sono trovata al suo posto, firmando i libri che ho scritto. 

Ho ripensato a questo quando Bernardine Evaristo si è trovata a firmare le copie dei suoi libri, alla fine di un incontro a lei dedicato durante l’Ubud Writers and Readers Festival di Bali. Osservandola, nonostante sorridesse e ascoltasse gentile chi le stava di fronte, ho avuto l’impressione che per lei non fosse un momento piacevole e a chi le chiedeva di fare una foto insieme lei rispondeva educatamente di no, che era lì per firmare e le persone stavano aspettando. Per un attimo, questo suo atteggiamento, mi è sembrato antipatico e supponente. Non volevo accettare che la donna e la scrittrice che pochi minuti prima stavo ascoltando con ammirazione potesse non provare piacere nello stare lì seduta a incontrare i suoi estimatori. I lettori leggono, pensavo, e una scrittrice deve esser grata per questo, e se non lo è forse non merita tanto apprezzamento. 

Perché? Mi sono chiesta subito dopo. Perché le persone intelligenti, che con le loro opere e il loro pensiero ci aiutano a comprendere la complessità del reale, devono per forza essere cordiali e affabili? Perché non possono essere schivi e restii al rapporto con gli sconosciuti? Lo scambio culturale non può rimanere semplicemente tale senza per forza diventare un carnevale?

Bernardine Evaristo, prima donna nera vincitrice del Booker Prize e presidentessa della Royal Society of Literature

Cosa ce ne facciamo di una foto e di una battuta scambiata con qualcuno che in realtà con il nostro mondo non ha nessuna relazione? Perché una scrittrice come Bernardine Evaristo deve fingere di essere nostra amica, anche se solo per pochi istanti, quando ha appena finito di raccontarci come ha fatto a diventare ciò che è. Prima donna nera a vincere il Booker Prize nel 2019 per Ragazza, Donna, altro – ex aequo con Margaret Atwood –, per dirne una, e seconda donna ma prima persona nera ad essere eletta presidente della Royal Society of Literature del Regno Unito fondata nel 1820, per dirne due.

Michelle Obama lo fa. Sì. Anche in quanto a obiettivi raggiunti e tetti di cristallo rotti non è da meno. Non è questo il punto, e dobbiamo smetterla di confondere i piani. Dobbiamo ridare all’arte, alla letteratura, al linguaggio e all’intelletto il loro posto nell’Olimpo – perché non siamo tutti dèi, anche se ce l’hanno fatto credere. La nostra parola e il nostro pensiero non valgono semplicemente perché li pronunciamo e diffondiamo. Le nostre parole e i nostri pensieri valgono se per elaborarli abbiamo studiato, abbiamo fatto uno sforzo, e se siamo in grado, quando serve, di cambiarle queste idee, perché oltre a blaterare siamo capaci di riflettere e ascoltare.

Bernardine Evaristo

Bernardine Evaristo è nata a Londra nel 1959 da Julius Taiwo Obayomi, nigeriano, di professione saldatore, primo consigliere nero del Partito Laburista a Greenwich, e dall’insegnante inglese Jacqueline Mary Evaristo.

In italia Edizioni Sur ha pubblicato due suoi romanzi: Radici bianche, una satira che inverte la storia della tratta transatlantica degli schiavi e la sostituisce con un universo in cui gli africani schiavizzano gli europei e Ragazza, donna, altro per il quale ha vinto il Booker Prize nel 2019.

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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