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Copertina libro Stephanie LaCava, Ho paura che ti interessi il mio dolore
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Stephanie LaCava e l’insensibilità congenita al dolore

Il dramma della vita non è soffrire, ma non sentir niente: intervista a Stephanie La Cava sul suo ultimo romanzo per edizioni e/o, Ho paura che ti interessi il mio dolore – la salvezza è nella sofferenza

Cos’è la CIP, insensibilità congenita al dolore – ne soffre la protagonista del romanzo di Stephanie LaCava

Margot ha la CIP – insensibilità congenita al dolore. Chi soffre di CIP è incapace di avvertire sensazioni di dolore traverso il tatto, come anche il caldo e il freddo. È la prima volta, per mia conoscenza, che viene raccontato un personaggio affetto da CIP. Margot, causa la sua malattia, tratta il suo corpo come uno strumento, non soltanto per esplorare il mondo: è il grimaldello di cui ha bisogno per aprire le porte chiuse davanti a sé. Nel farlo, parrebbe non curarsi di ciò che le accade – appunto, perché non può sentire niente. La sensazione, leggendo, è che s’infili in situazioni che sa bene fin dal principio che non finiranno bene, anzi, e che si provochi del dolore emotivo coscientemente.

In Ho paura che ti interessi il mio dolore – edito da edizioni e/o – Stephanie LaCava esplora le traiettorie di abuso e desiderio, trauma e redenzione, sguardo e celebrità. Racconta una storia di corpi e famiglie, e della battaglia di una giovane donna per affrancarsi dalle costrizioni di entrambi. 

Racconta Stephanie LaCava: «Non potendo avvertire il dolore fisico, la protagonista s’induce una sofferenza emotiva, sentimentale, e lo fa intrattenendo relazioni tossiche, che lei stessa sa fin dal principio che non potranno causarle altro che dolore. Un meccanismo che mettiamo quasi tutti in atto, spesso involontariamente – e aldilà della condizione di Margot, aldilà della CIP – era di questa sorta di automatismo che volevo parlare. Quando ci buttiamo a capofitto in una relazione, in generale in una situazione che fin dal principio sappiamo non potrà portare a niente di buono, stiamo in realtà cercando di sentirci vivi. Il dolore, spesso, è uno strumento d’indagine del mondo molto accurato. Non è qualcosa di sano, certo. Il dramma della vita, a mio avviso, non è soffrire, ma non sentir niente – da qui la CIP di Margot. Provare del dolore ci valida, in qualche modo, ci fa sentire al mondo, ci dà l’idea di rimarcare la nostra presenza sulla Terra, nella vita».

Stephanie LaCava

Margot Highsmith è figlia di due rocker ricchi e famosi. Giovane, ma ha già esperienza del mondo, delle relazioni, dei rapporti, sia tossici, sia sani. Fa l’attrice a New York e studia in un college presigioso – da cui però è stata appena espulsa per possesso di droga. Una faccenda che sembra essere più una liberazione, per lei, che è stata inoltre lasciata da poco dal Regista, un uomo assai più avanti d’età che nella relazione ha sempre assunto comportamenti narcisistici e manipolatori. Confusa e depressa, sentendosi una reietta della propria vita, prende un aereo e vola verso il Montana, dove, nella casa vuota di una sua amica, decide d’isolarsi, sola in mezzo ai boschi, per capire – capire cosa vuole e di cosa ha bisogno, capire chi sia lei stessa, di che materiale sia fatta.

Stephanie LaCava

«Margot è lo stereotipo della ragazzina americana» – inizia a raccontare Stephanie LaCava. «Figlia di gente ricca, è bella e ha un forte attaccamento a sé stessa. Per la sua intera esistenza ha dovuto recitare un ruolo che adesso, nel momento in cui decide di lasciare New York per poche settimane, le va stretto: è sempre stata una personaggia secondaria della sua stessa vita: nell’infanzia e adolescenza era “la figlia di”, essendo nata da una coppia famosa; nella prima età adulta – quella che sta abitando oggi – è “la fidanzata di”». 

«Si tratta di una condizione specifica, da una parte: sono poche le persone che hanno per genitori delle celebrità, sono poche, ma neanche tanto, quelle che s’infilano in relazioni tossiche in cui devono sottostare. Dall’altra parte, è una condizione che appartiene in larga maggioranza alle donne. Margot sente di non aver mai avuto mai il controllo della propria storia. Abbandonando New York, senza dir nulla a nessuno, intende prendere in mano la sua vita».

Stephanie LaCava

I figli d’arte, come Margot, appunto, negli Stati Uniti sono chiamati nepo babies – che, letteralmente, significa: figli del nepotismo – e da qualche anno se ne fa un gran parlare, soprattutto negli Stati Uniti, in effetti, per la fioritura, rapida e infestante, di cantanti, di attori, di musicisti che hanno intrapreso una carriera, in certi casi ci hanno solo provato, simile a quella di un genitore famoso – Lily Collins figlia di Phil Collins, John Washington figlio di Denzel Washington, Colin Hanks figlio di Tom Hanks e ancora tanti altri. Quello che però traspare dal romanzo è che a Margot della propria condizione di privilegio non solo non interessi niente, me anche, anzi, lo viva più come una prigione che una fortuna.

«Non conoscevo questo termine – nepo baby – prima di scrivere il romanzo. Solo dopo, una volta pubblicato, leggendo le recensioni e parlando con i lettori, l’ho sentito. Da allora ne parlo in continuazione. Quel che è un nepo baby lo sapevo: negli Stati Uniti ce ne sono tanti e volevo raccontarne una proprio perché m’interessava la figura. A interessarmi era soprattutto l’idea di una donna che sentisse il desiderio, l’esigenza di appropriarsi della propria vita. Se ho scritto di una figlia d’arte, è anche perché mi interessano certi apparati della cultura americana. Per anni ho lavorato a Vogue e alcuni segmenti della vita culturale statunitense, quelli che avevano a che fare con la rivista, li ho visti, vissuti da vicino. Ho anche vissuto in Francia per un lungo periodo, cosa che mi ha permesso di guardare il mio Paese da una certa distanza: allontanandomi di qualche passo dagli Stati Uniti, ho potuto studiarla con un occhio più clinico. Margot viene anche da questo: dal desiderio di scrivere l’America attraverso gli occhi di una donna che il suo Paese non lo rigetta, ma non lo ama».

Stephanie LaCava

Prima di Ho paura che ti interessi il mio dolore Stephanie LaCava ha scritto altri due libri, entrambi, proprio come questo, definiti spesso “feel-bad books” – storie che fanno star male i lettori e che, nella lettura, scatenano emozioni grigie. Negli ultimi anni di questo genere di libri ne sono stati pubblicati molti, e si è trattato di romanzi fortunati, penso a Una vita come tante, Hanya Yanagihara, e Brevemente risplendiamo sulla terra, Ocean Vuong, Un amore senza fine, Scott Spencer. Sono romanzi dalle tinte scure, che pungolano i dolori che ciascuno di noi si porta dentro e che magari per questo motivo – aldilà della qualità letteraria, non sempre eccelsa – stringono una sorta di sodalizio, con queste nostre sofferenze, per cui dal libro in questione quasi non riusciamo a staccarci.

«Non sono il tipo di scrittrice che cerca di compiacere i propri lettori, e non ne sarei neanche capace, onestamente. La mia scrittura è istintiva. Non mi siedo davanti al computer con un’idea strutturata, una direzione specifica, lascio che la storia, e i miei stessi personaggi, prendano il sopravvento raccontandomi quel che hanno da dire. Nelle mie intenzioni non c’era di sicuro, scrivendo Ho paura che ti interessi il mio dolore, quella di far sentire il lettore a disagio, scomodo, di farlo star male o carezzare la sua sofferenza e se questo succede, mi dico, è perché si crea un ponte, una connessione tra i dolori della mia protagonista e quelli di chi legge, ma è qualcosa che ha una radice naturale, istintiva. Il mio obiettivo, quando scrivo, è raccontare una storia in cui è incuneata una scheggia, un pezzo di chi sono, tutto qua. Ho provato a scrivere seguendo una direzione specifica, tentando di muovere verso un’emozione ma non ne sono stata capace e ho abbandonato il progetto».

Stephanie LaCava: le persone che hanno i capelli rossi provano il dolore fisico più degli altri

La CIP è una condizione rara, e di cui si parla poco, specie in letteratura. La sua personaggia, ormai, sa gestirla e anzi la usa, come dicevamo, per fare esperienza del mondo in una maniera che agli altri, per ovvie ragioni, è preclusa. Nel suo abitare la vita, però, proprio per via della sua malattia, parrebbe esserci una sorta di desiderio di autodistruzione. Margot persegue il dolore.

«La CIP l’ho scoperta per caso circa dieci anni fa. Stavo sfogliando una rivista quando, tra le pagine, ho notato un articolo su questa malattia. Ad attrarmi è stata la foto a corredo, altrimenti non credo che mi avrebbe interessata, onestamente: una donna con i capelli rossi, esattamente come i miei, ritratta a mezzo busto. Sa, le persone che hanno i capelli di questo colore provano il dolore fisico più degli altri: è scientifico, è così. Non si sanno le ragioni, ma è un dato clinico. Quando ho partorito il mio primogenito, ad esempio, mi hanno somministrato il venti percento in più, rispetto all’usuale, di antidolorifico, giusto per questa ragione. Ecco, quella donna in copertina mi ha ricordato questa faccenda, mi ha riportata al dolore che noi dai capelli rossi proviamo con più forza, e mi ha attratta e negli anni ci ho pensato ancora e ancora. Più mi volte mi sono chiesta se una condizione come quella di Margot, la CIP, possa risultar essere una benedizione, per certi versi, e in qualche misura me lo chiedo nel libro, ma, come dicevo, sono arrivata alla conclusione, scrivendo, che il vero dramma della vita, in fondo, è non sentire nulla. Soffro di una forte depressione dall’età di undici, se potessi scegliere quale sofferenza cancellare dalla mia vita sceglierei quella psicologica».

Le relazioni tossiche nel romanzo di Stephanie LaCava Ho paura che ti interessi il mio dolore

Le relazioni tossiche sono un altro grande pilastro di questo romanzo. Margot, nel corso degli anni, ne ha avute diverse – alcune prettamente fisiche, sessuali, altre che, nel loro modo decisamente malsano, hanno avuto pure una componente sentimentale -, ma quel che ha, ha avuto nell’ultimo periodo, con il Regista, sembra esser stata la più importante per lei. Eppure, nonostante tutto, nel romanzo non viene mai nominato, viene sempre e solo chiamato così il Registathe Director, nell’originale -, dettaglio che, per alcuni versi, svilisce la sua carica emotiva all’interno della storia: lui è solo il ruolo che ricopre.

«Io e le mie amiche, già da molto tempo, quando parliamo degli uomini che frequentiamo, spesso, lo facciamo riferendoci a loro con dei nomignoli: nella maggior parte dei casi, ad esempio, usando i nomi che hanno sui Social, ma pure utilizzando il loro lavoro, dettagli fisici o caratteriali. Da una parte, credo sia proprio di noi Millennial: siamo così abituati, ormai, a vivere nei Social, soprattutto Instagram, che ormai il linguaggio di internet è il nostro – è avvenuto una sorta di travaso. Dall’altra, come dice lei, la mia intenzione era, in effetti, vuotare il Regista di qualsiasi connotazione emotiva, sentimentale. Per questa ragione, spesso Ho paura che ti interessi il mio dolore è stato definito un libro femminista e io ancora non riesco a far i conti con la cosa. E non perché mi dispiaccia ma perché per me essere categorizzata, in generale, è fonte di sofferenza: non voglio – ecco tutto. Anche perché spesso, soprattutto dal MeToo in poi, il femminismo viene sfruttato per ragioni di marketing e io non vorrei far mai niente del genere».

Stephanie LaCava

L’ultimo punto del romanzo credo sia l’eredità, percepita più come un fardello che come qualcosa di positivo. Margot deve portare con sé diversi pezzi dell’eredità dei genitori: la CIP, anzitutto, e poi la celebrità e un’infanzia solitaria. Con questi lasciti sembrerebbe non saper cosa che fare, se li porta appresso, anzi: addosso, come un vestito che non le sta bene, che sente stretto.

«Possiamo ereditare la bruttezza di chi ci ha generati o cresciuto, mi è chiaro da sempre, e con questo romanzo ho cercato di far i conti, scendere a patti con la faccenda. I traumi, sia psicologici sia fisici, possono essere trasmessi in modo diretto: uno studio qualche anno fa ha svelato come i discendenti dei sopravvissuti ai campi di sterminio portino in loro il trauma dei genitori, dei nonni, dei bisnonni. A volte ci vengono trasmesse in modo naturale, come avviene per i traumi fisici, queste eredità, a volte inconscio, quando sono traumi psicologici che vengono riversati nell’educazione che ci viene impartita, a volte, ma credo sia raro, con contezza. A volte la catena viene spezzata, quando un genitore si decide a non mettere in moto i meccanismi che hanno governato la famiglia da cui viene, andando in terapia, scendendo nelle profondità del proprio dolore ed è una salvezza sia per sé stesso sia per chi ha accanto, per chi ama. Non lo so, cosa dobbiamo farci con quel che ci viene tramandato, però so che il dolore dev’essere sempre traversato: ignorarlo, per quando spesso sia più semplice, non porta mai a niente».

Stephanie LaCava 

Stephanie LaCava in Ho paura che ti interessi il mio dolore edito da Edizioni E/O esplora le traiettorie di abuso e desiderio, trauma e redenzione, sguardo e celebrità. Con una scrittura chirurgica, asciutta e poetica al tempo stesso, racconta una storia di corpi e famiglie, e della battaglia di una giovane donna per affrancarsi dalle costrizioni di entrambi, annunciandosi fin dalle prime pagine come una delle voci più intense degli ultimi anni.

Mattia Insolia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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