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Overground e Underground: cosa rimane oggi della Milano punk anni ottanta?

Milano anni Ottanta, la crisi del movimento studentesco e operaio, le pulsioni punk e new wave, i club, la pubblicità e la musica. Stefano Ghittoni racconta Milano Off, 1980-198X

1980-1985: la Milano underground mai raccontata prima

«Sono stati seminali, non solo per noi che li abbiamo vissuti ma anche per la città. Dopo il 1977 c’è stato un momento di stasi, con la crisi politica e sociale sono arrivate le droghe pesanti, soprattutto l’eroina che ha massacrato una generazione. L’entusiasmo era finito e c’era delusione. Alcuni si buttavano sulle droghe, altri andavano in India, qualcuno diventava un combattente armato», racconta Stefano Ghittoni. Sappiamo tanto della ‘Milano da bere’, quella degli anni Ottanta: la città degli affari, dei manager, di Berlusconi e di Craxi e degli aspiranti tali, emblema del Partito Socialista italiano. Sappiamo meno del movimento punk antagonista. In quegli anni le ideologie si esprimono in un nuovo individualismo che modifica lo spirito collettivo. Il tessuto sociale riannoda i suoi fili in maniera radicale: tra occupazioni, edonismo, nuovi spazi, nuova socialità e controcultura. 

Milano Off 1980 – 198X: racconto di una città invisibile; i testi di Ivan Cattaneo, Nicola Guiducci, Patrizia Di Malta, Marina Spada, Francesco Frongia

«Sentivo l’esigenza di raccontare un periodo storico di Milano che è stato significativo per la mia formazione culturale. Un periodo che sembrava non essere esistito, se non nei racconti orali delle persone», spiega Ghittoni. Il libro è un racconto corale di quello che hanno vissuto gli autori: da Ivan Cattaneo a Nicola Guiducci; da Patrizia Di Malta a Marina Spada. «Chi ha partecipato ha ancora delle cose da dire. Francesco Frongia, regista del Teatro dell’Elfo e fra gli autori di MIlano OFF, lo ha definito una via di mezzo tra una cosa di moda, una fanzine e un catalogo d’arte. Non c’è nostalgia», racconta il curatore. 

Dal Vidicon al Virus, la rivoluzione Punk di Milano come spinta per il cambiamento

Il punk nasce a metà degli anni Settanta, negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Fu una rivoluzione estetica e musicale. I giovani indossavano vestiti strappati, capelli corti, spettinati e colorati, indumenti sadomaso-fetish, giubbotti e pantaloni in pelle, catene, borchie, spille da balia, lucchetti usati come collane, svastiche al solo scopo di scandalizzare, lamette. Lo scopo era provocare. Do it Yourself (DIY), cioè fallo da solo, il mantra. Uno dei punti di riferimento del movimento punk italiano fu il centro sociale occupato Virus di Milano, attivo tra il 1982 e il 1985, che di fatto fu la continuazione del Vidicon. Tra i maggiori animatori del Virus c’era Marco Philopat, che poi raccontò in versione romanzata nel suo libro Costretti a sanguinare la storia e l’atmosfera del Virus. Pur muovendosi in canoni definiti il punk promuoveva la creatività. «Un esempio sono le Slits, gruppo femminile che mischiava punk, reggae e si vestiva comprando abiti usati nei mercatini di Londra – spiega Ghittoni. In quel periodo si era consci e orgogliosi di quello che si faceva. Oggi qualunque gruppo che ha fatto mezzo disco viene già brandizzato eliminando di fatto una parte cospicua della propria creatività e personalità. Negli anni Ottanta stilisti come Vivienne Westwood furono in grado di cogliere gli stimoli socio-culturali plasmandoli con una libertà che non era omologazione». 

L’antagonismo, lotta di classe e politica: come il movimento punk ha cambiato il ritmo di Milano; l’esperienza del collettivo di Stadera di Mario Zerbini

La società contemporanea, attraverso il mercato, riesce a inglobare tutto ciò che devia dalla ‘norma’ rendendolo inoffensiva, la fa diventare standard. Negli anni Ottanta, come spiega Ghittoni, non era così. L’antagonismo estetico si muoveva nella città modificandone il ritmo. Non c’erano più le manifestazioni di piazza che avevano contraddistinto la decade precedente. Ci si incontrava e si creavano centri di ritrovo spontanei. «Il punk all’inizio non è stato capito, in modo ignorante si diceva che era una musica reazionaria, fascista. Solo in un secondo momento chi era interno ai movimenti di lotta di classe e politica ha cominciato a capire che questi ragazzi non erano né reazionari né tanto meno fascisti. Nel libro questo passaggio è raccontato in maniera accurata grazie all’esperienza del collettivo di Stadera di Mario Zerbini. Prendendo dei finanziamenti dalla Provincia, hanno iniziato a organizzare delle rassegne musicali e hanno aperto un centro culturale in piazzale Abbiategrasso dove si mescolava musica elettronica e post-punk». Mario Zerbini è stato uno dei protagonisti del movimento del Settantasette; con il Collettivo Stadera ha attraversato gli anni Ottanta come operatore culturale e poi come fondatore e rappresentante del movimento dei Verdi a Milano.

Il Plastic, la fiera di Senigallia, i centri sociali e Radio Popolare, i negozi di dischi come Tape Art

I luoghi: le Colonne di San Lorenzo, il Plastic «che era a Milano ma poteva benissimo essere a New York», il Bar Jamaica, «luogo ibrido perché attraeva diverse persone, le più diverse, le più improbabili», la fiera di Senigallia di via Calatafimi «dove andavi a comprare bici rubate o speravi, invocando la sorte, di recuperare la tua»; il Vidicon o il Viridis, luoghi alternativi, a volte occupati, dove si sviluppò una visione autoctona del punk e della new wave. Poi c’erano i negozi di dischi come Tape Art, la casa occupata in Corso Garibaldi e gli studi radiofonici «dove si sperimentava davvero» come accadeva a Radio Popolare. «Ci siamo riappropriati del ballo. La discoteca era considerata un posto di destra e per contro sono nate le prime discoteche rock. Ascoltavamo tutti Radio Popolare. All’interno del palinsesto c’erano trasmissioni che sono diventate storiche: Glamour di Claudio Belforti e Paolo Rumi, tra gli ideatori dell’Altro Martedì. La ‘Rubrica Giovani’, pensata da Paolo Hutter e condotta da Alberto Rossetti. Alberto era anche uno dei dj del Viridis insieme a Paolo Rumi e Melo». 

Il movimento del Settantasette, la generazione precaria prima del precariato e l’inizio della Milano Metropoli, la pubblicità, la moda e la musica

Milano in quegli anni era una città giovane ma non ancora una metropoli come Londra, Berlino, o Amsterdam. «In quel periodo sono state gettate le basi per far diventare Milano una metropoli. È cominciata la grande trasformazione degli spazi sociali e urbanistici. Sono nati nuovi lavori insieme a una visione nuova del mondo del lavoro. Cercavamo di inventarci un lavoro che tenesse conto delle nostre emozioni, delle nostre pulsioni e volevamo essere proprietari della nostra vita. Volevamo un lavoro più creativo che superasse il lavoro salariato». Il movimento del Settantasette contestava il sistema dominante dei partiti e dei sindacati, mettendo in discussione anche la tipologia delle organizzazioni che gli stessi studenti si erano dati fino ad allora. «La nostra generazione ha scelto di essere precaria prima del precariato. Noi volevamo stare bene e non chiuderci in fabbrica dieci ore al giorno. Con la pubblicità, la moda, la musica è nata una visione diversa del lavoro. Sono nati linguaggi nuovi. Oggi di quel periodo è rimasta l’internazionalizzazione. Il merito non è solo nostro, ma è indubbio che adesso Milano sia una città meno provinciale, con una grande forza sociale, inclusiva pur con tutte le contraddizioni del periodo storico che stiamo vivendo». 

Milano è ancora una città underground?

Esiste ancora una Milano che produce iniziative culturali, spazi sociali, club ma l’anticonformismo sociale, artistico e culturale degli anni Ottanta non appartiene più al periodo storico. «Milano è una città viva. Ci sono molti concerti, ultimamente sono stato all’Alcatraz a sentire Einstürzende Neubauten e al Fabric per i Mogwai, per esempio. Frequento Cox 18 e Germi, dove faccio anche delle serate come dj. Milano rimane una città in bilico tra overground e underground. Con molte librerie e spazi espositivi, ufficiali e non; cinema, come il Beltrade, il Mexico, il Cinemino. Milano rimane una città viva: è una città giovane, ha bisogno di spazi che si creino e si modifichino in continuazione».

Stefano Ghittoni

Dj e un produttore musicale e radiofonico. Dal 2012 produce il programma Comizi D’Amore su Radio Popolare Milano. Attualmente incide dischi dietro le sigle The Dining Rooms (su Schema Records dal 1998), Tiresia e Le Petit. In gioventù è stato cantante del gruppo psichedelico Peter Sellers & The Hollywood Party, fondatore dell’etichetta Crazy Mannequin Records e del negozio di dischi Ice Age Muzik Store. Milano Off 1980/198X, racconto collettivo della Milano underground di quegli anni, è la storia della sua formazione culturale, delle situazioni e delle pulsioni che hanno influenzato il suo percorso artistico.

Francesca Mandelli

Milano, Colonne di San Lorenzo 1982, Foto di Federico Orsi
Milano, Colonne di San Lorenzo 1982, Foto di Federico Orsi
Soundcheck dei Confusional Quartet al Vidicon 1980, fotografia di Cesare Gualdoni.webp
Soundcheck dei Confusional Quartet al Vidicon 1980, fotografia di Cesare Gualdoni.webp

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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