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Julie Mehretu: l’artista afroamericana più quotata sul mercato 

Fuggire dal paese d’origine come parte del processo artistico: l’artista afroamericana più quotata Julie Mehretu riunisce a Palazzo Grassi artisti in fuga in Ensemble – arte delle minoranze e postcolonialismo

Julie Mehretu è l’artista afroamericana più quotata sul mercato

Julie Mehretu è l’artista di origine africana attualmente più quotata al mondo. Un suo dipinto è stato recentemente venduto in asta da Sotheby’s per 9,32 milioni di dollari, battendo tutti i record del settore. Untitled (2001) indaga i recenti conflitti mondiali in un’astrazione su una tela di grandi dimensioni, tipiche dell’artista. Secondo quanto riportato da ArtPrice, nel 2023 sono stati spesi 63 milioni di dollari per le opere di artisti nati in Africa. A guidare la classifica tra i più venduti sono l’artista nigeriana americana Njideka Akunyili Crosby e l’artista sudafricana Irma Stern. 

La vendita di Mehretu ha superato il precedente record detenuto dall’artista sudafricana Marlene Dumas, la cui opera del 1995 The Visitor fu venduta nel 2008 per 6,33 milioni di dollari da Sotheby’s a Londra. A Mehretu Palazzo Grassi, ha dedicato una grande personale, visitabile fino a gennaio 2025. I grandi spazi del palazzo sul Canal Grande accolgono circa cinquanta stampe e dipinti realizzati negli ultimi venticinque anni e opere più recenti, realizzate negli ultimi tre anni. Disseminate tra i lavori di Mehretu sono esposte anche opere di artisti amici che fanno eco al titolo della mostra ‘Ensemble’.

Arte contemporanea africana e identità delle minoranze, la riscoperta del mercato dalla Francia agli Stati Uniti

La scena contemporanea africana sta prendendo sempre più spazio all’interno del Mercato dell’Arte, una tendenza di fondo che orienterà l’ambito culturale dei prossimi anni. La Francia per prima ha compreso il potenziale e da anni ormai in tutto il paese è in atto un lavoro di valorizzazione degli artisti contemporanei del continente africano. 

Negli Stati Uniti si solidifica l’identità delle minoranze attraverso forme di arte nate dalla diaspora pre o post coloniale che ingloba artisti afro-europei, afro-americani o afropolitan. Un’identità transculturale nata dalle mescolanze culturali più diverse. Il fermento culturale nato dalle mostre ha fatto sì che proliferassero anche fiere e aste dedicate all’arte africana a partire da 1-54 Contemporary African Art Fair di Londra. Di conseguenza c’è un notevole aumento dei collezionisti, dovuto anche alla vivacità della scena artistica africana: in Africa nascono costantemente nuove gallerie, soprattutto in Ghana e Costa d’Avorio, e il lavoro di quelle consolidate ha attirato l’interesse occidentale.

Rimandi visivi e percorsi personali analoghi: Julie Mehretu a Palazzo Grassi a Venezia

L’artista esiste solo se in rapporto con l’altro, con le sue idee e la sua sensibilità. Quello che lega gli artisti in mostra non sono soltanto i rimandi visivi tra le opere o l’amicizia a Julie Mehretu ma un trascorso personale comune. Nairy Baghramian, Huma Bhabha, Tacita Dean, David Hammons, Robin Coste Lewis, Paul Pfeiffer e Jessica Rankin provengono tutti da luoghi diversi del mondo, che hanno dovuto abbandonare per proseguire la loro ricerca artistica. 

Iran, Pakistan, Stati Uniti, Hawaii, Australia, Regno Unito, il punto di partenza fisico è solo uno strato nel percorso artistico. Mehretu ha voluto invitare altri artisti all’interno della mostra perché riconosce l’arte come un processo di collaborazione e di condivisione. La dimensione collettiva della mostra mette in relazione le differenze formali delle opere legandole attraverso rimandi visivi, linee comuni. 

Julie Mehretu a Palazzo Grassi a cura di Caroline Bourgeois 

«Al di là delle differenze formali, – spiega la curatrice Caroline Bourgeois – emergono preoccupazioni e linee di forza comuni, che fanno superare l’idea che l’artista basti a se stessa, dimostrando, al contrario, che si trova in relazione con gli altri, con le loro idee e sensibilità. Le loro opere la ispirano ed entrano in risonanza con la sua pratica, con il suo modo di guardare il mondo. Questo è ancora più vero perché, come Julie Mehretu, tutti questi artisti si sono formati proprio a partire dai trasferimenti che hanno subito oppure scelto, sia che abbiano lasciato, per esempio, l’Etiopia, l’Iran o il Pakistan sia che da quei paesi siano fuggiti».

Julie Mehretu da Addis Abeba a New York

Julie Mehretu è nata nel 1970 ad Addis Abeba, in Etiopia, da padre etiope, docente universitario e madre americana, educatrice montessoriana. Fino agli anni Sessanta in gran parte degli Stati Uniti meridionali era vietata la mescolanza razziale e di conseguenza i matrimoni misti. Nel 1967 fu abrogata la legge contro i matrimoni misti, nello stesso anno i genitori di Mehretu si sposarono. Quando Julie Mehretu ha sei anni la famiglia fugge dall’Etiopia a causa di disordini politici e si trasferisce in Michigan, negli Stati Uniti, dove Julie trascorre la sua adolescenza. Mehretu ha studiato in Zimbabwe, a Rhode Island e in Senegal. Ha lavorato e vissuto a Berlino, e ora si è stabilita a New York.

La stratigrafia delle opere di Julie Mehretu

Negli anni alla Rhode Island School of Design a Providence stringe amicizia con l’artista Michael Young che la sprona a cimentarsi nel disegno. Julie Mehretu inizia così a produrre schizzi caratterizzati da mappe aeree di città che mostrano una connessione con il lavoro del padre geografo. Dagli anni duemila, Julie Mehretu comincia a realizzare tele di grande formato sulle quali riporta disegni geometrici fatti di linee rette e disegni architettonici elaborati, inizialmente disegnati con la penna tecnica. Le architetture immaginarie del primo strato del dipinto venivano sigillate da uno strato di acrilico. Negli strati successivi Mehretu pone pennellate di colore, tumultuose e materiche con inchiostro e acrilico, per poi continuare con l’aerografo o le bombolette spray.  Ogni strato rappresenta la complessità del reale, la stratificazione e sovrapposizione di quello che le persone devono affrontare tra discriminazioni, guerre, diversità. 

Stratificazioni e diversità nell’arte di Julie Mehretu 

«Sono abituata a maneggiare la diversità» racconta Julie Mehretu in un’intervista per Vanity Fair «Di questa vita a cavallo di culture differenti mi è rimasta la voglia di “una comune”: ricordo che appena arrivati dall’Africa in America, mi pareva strano che noi neri fossimo in minoranza, che ci fossero così tanti bianchi in giro. In famiglia frequentavamo una stretta comunità di etiopi e poi pian piano Detroit è diventata sempre più multiculturale. Per questo ho chiamato molti amici a esporre insieme a me a Palazzo Grassi. Ogni lavoro è frutto delle chiacchiere con loro, ogni opera è in fondo collettiva. Come artista mi piace essere nel mondo e far parte di un gruppo. Le mie creazioni nascono da legami umani profondi di cui ho bisogno per essere ciò che sono».

La responsabilità politica dell’arte per Julie Mehretu 

La pratica di Julie Mehretu è radicata nell’astrazione ma alimentata dalla storia dell’arte, dalla geografia, dalle lotte sociali, dai movimenti rivoluzionari. L’artista prende spesso ispirazione dai fatti del reale in cui viviamo e ne denuncia l’ingiustizia attraverso l’astrazione. Nell’ultima personale al White Cube, a Londra, Mehretu nelle opere ha utilizzato immagini della guerra in Ucraina e dell’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021. 

Julie Mehretu: Il fallimento della modernità e le promesse infrante 

«Con Paul Pfeiffer, Lawrence Chua e io» afferma Julie Mehretu «abbiamo parlato dei fallimenti della modernità e delle promesse che ci raccontavano quando siamo cresciuti. La maggior parte di noi in questo Ensemble appartiene alla generazione cresciuta durante il primo momento postcoloniale, e abbiamo affrontato le violenze che ne sono derivate: Nairy Baghramian viene dall’Iran, io dall’Etiopia, Huma Bhabha dal Pakistan. Sono luoghi in cui la rivoluzione e le promesse sono state completamente sfruttate e trasformate in dittature militari o religiose repressive. Paul Pfeiffer che ha origini filippine e hawaiane – in parte indigeno americano-hawaiano e in parte filippino– , è entrato in relazione con la storia della colonizzazione per poi frantumarla e ricucire le fratture, cercando di inventare qualcosa di diverso. Tutti questi progetti sono falliti in qualche modo o sono stati sfruttati, ma le promesse delle varie modernità sono ancora parte di un sentimento di pulsione e di fede nella possibilità di qualcosa di diverso. È qualcosa che tutti gli artisti della mostra hanno in comune, anche se si impegnano in modi diversi e distinti».

Julie Mehretu a Venezia

Per Mehretu è la prima grande personale, in Italia e in Europa ma non è la prima volta a Venezia. Il primo incontro con la Fondazione Pinault, che possiede diverse opere dell’artista, risale al 2011. La mostra Elogio del dubbio, sempre a cura di Caroline Bourgeois, ospitava diversi artisti tra cui Roxy di Ed Kienholz, Tatiana Trouvé, Bruce Nauman, Adel Abdessemed, Thomas Houseago e una grande tela di Julie Mehretu. Nel 2019 Julie Mehretu era di nuovo a Venezia in occasione della Biennale Arte – May You Live in Interesting Times, con una serie di otto dipinti che riportavano attraverso gli strati eventi recenti come l’Unite the Right rally, noto anche come disordini di Charlottesville, manifestazione organizzata dai suprematisti bianchi o gli incendi della California.

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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