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Siamo Foresta, Triennale Milano, trae ispirazione da una visione estetica e politica della foresta
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Emanuele Coccia per Siamo Foresta: ogni città è una foresta che ha dimenticato di esserlo

«Tutte le specie condividono un’unica carne: quella della Terra» in conversazione con Emanuele Coccia, curatore del public program di Siamo Foresta, la mostra di Fondation Cartier alla Triennale di Milano

Questo contenuto è parte della collaborazione editoriale tra Lampoon e Fondation Cartier pour l’art contemporain

Tra devozione e rinnovamento: la biodiversità secondo Emanuele Coccia

«Le piante creano il mondo in cui viviamo – letteralmente: lo rendono respirabile e permettono alla luce solare di penetrare la carne minerale di questo pianeta. Chi crea il mondo e lo rende abitabile merita venerazione e culto». Emanuele Coccia – filosofo e scrittore, docente presso l’École des hautes études en sciences sociales (EHESS Parigi) dal 2011 – riconosce nei vegetali le ultime divinità contemporanee, anche considerando le capacità metamorfiche di alcune specie animali.

Fondation Cartier pour l’Art Contemporain e Triennale Milano: Siamo Foresta, una mostra per ripensare il nostro rapporto con la Terra

Emanuele Coccia è curatore della programmazione pubblica di Siamo Foresta, una mostra frutto del partenariato tra Fondation Cartier pour l’Art Contemporain e Triennale Milano. All’interno del Palazzo dell’Arte, una collettiva invita a ripensare il rapporto dell’uomo con le altre specie vegetali e animali. Il pensiero si sviluppa attorno al concetto di foresta, un multiverso egualitario di popoli viventi – umani e non umani. La mostra Siamo Foresta (con la direzione artistica di Herve Chandès e Bruce Albert) riunisce artisti indigeni e non – provenienti da New Mexico, Chaco paraguaiano, Amazzonia, Brasile, Cina, Colombia e Francia – presentando un approccio alternativo rispetto alla deriva antropocentrica: esistono altri punti di vista attorno al concetto di biodiversità. Secondo Emanuele Coccia, «l’idea di natura si è sempre detta simultaneamente in modalità diverse e contraddittorie. Non c’è una sola storia del modo in cui umani e non umani si sono pensati. La mostra vuole soprattutto mostrare questa pluralità».

In conversazione con Emanuele Coccia: oltrepassare il pensiero antropocentrico

L’umanità non si è mai espressa attraverso una sola voce: «accanto a culture che hanno posto l’accento sull’umano ce ne sono centinaia di altre che hanno trovato equilibri più pacifici. Parlare di tracotanza verso la natura dell’umanità intera perché la cultura attualmente egemonica si è dimostrata cieca significa continuare a non voler vedere che esistono sempre mille umanità diverse. In Occidente la tracotanza contro l’ambiente non è un evento storico, quanto un rischio costante per tutti i viventi».

Emanuele Coccia è il curatore del public program di Siamo Foresta

Come sono coinvolti i visitatori rispetto ai temi su cui si focalizza la mostra e quale crede sia il pensiero che soggiace a questa collettiva – tenendo presente che molti degli artisti sono legati al Sud America e a culture autoctone? «La mostra è un’altra tappa del percorso cominciato 20 anni fa da Hervé Chandes, Direttore Artistico Generale della Fondation Cartier e Direttore Artistico di Siamo Foresta, insieme all’antropologo Bruce Albert. Sono stati loro i primi a mostrate l’arte autoctona yanomami in Occidente. In questo caso, la mostra parte da un’esperienza concreta: la residenza che Sheroanawe Hakihiiwe, un artista Yanomami, ha compiuto presso la foresta seminata dall’artista francese Fabrice Hyber. I due artisti hanno condiviso tempo, spazio e pratica artistica, realizzando tre grandi tele a quattro mani. Tutta la mostra intende prolungare questo gesto e questo incontro: fare dell’arte il luogo e l’insieme delle pratiche che permettono a culture diverse di incontrarsi e di pensare. La tela non è più lo schermo di proiezione di fantasmi o fantasie individuali, ma un terreno di gioco nel quale soggetti diversi, culture e cosmologie distanti provano a immaginare insieme il pianeta». 

Siamo Foresta: per un’accezione multiculturale di foresta 

Molteplici specie di piante sono in grado di evolvere e rafforzarsi in uno stesso ambiente. Similmente, Siamo Foresta mette in dialogo artiste e artisti provenienti da luoghi e dimensioni socio-culturali differenti, accomunati dal rapporto con la natura, o meglio da un’idea condivisa di foresta. In che modo questa sinergia creativa offrirà al pubblico un punto di vista altro rispetto a come le urgenze legate alla crisi ambientale vengono percepite e mediatizzate in Europa? 

«La crisi ecologica è una crisi planetaria e non locale: tutto il pianeta deve rispondere, simultaneamente, perché di fronte al clima che cambia la divisione delle nazioni è pura astrazione. Siamo tutte e tutti carne di questo medesimo pianeta e solo agendo in sintonia sarà possibile trovare una soluzione. Quello che Siamo Foresta prova a fare è mostrare che la foresta deve diventare il frutto dell’incontro di culture che non si sono mai parlate nel migliore dei casi o che si sono fatte la guerra. La foresta non è un semplice ecosistema, è il volto che la terra assume ogni volta che tutti i suoi abitanti provano a coabitare assieme».

Emanuele Coccia La vita delle piante. Una metafisica della mescolanza (Il Mulino, 2018) e Metamorfosi. Siamo un’unica, sola vita (Einaudi, 2022). 

«In Metamorfosi, il punto di riferimento è il fatto banale e straordinario, che alcuni insetti possano, a un certo stadio della loro esistenza, disfare il proprio corpo e ricostruirlo, creando qualcosa che somiglia a una sorta di uovo post-natale – il bozzolo – in cui si scolpiscono una nuova anatomia. Ho lavorato attorno a questo fatto mescolando molta zoologia, botanica e tutti i saperi che potevo mobilitare per poter descrivere la vita di tutte le specie da questo specifico punto di vista. Ogni specie è un bozzolo che ridisegna e scolpisce diversamente il corpo della Terra, che trasforma il bruco planetario in una farfalla effimera».   

Emanuele Coccia: La biodiversità rende felici 

Co-esistere, crescere lentamente, curare, adattarsi, farci respirare: così come i benefici delle piante sono innumerevoli, è necessario ripensare all’interno della nostra quotidianità il rapporto con tutte le altre specie, animali e vegetali, per riscoprire una nuova dimensione di lietezza.

«Tutte le specie condividono un’unica e sola vita e una medesima carne: quella della Terra. Non esistono specie o regni più virtuosi o più viziosi: la questione non è emulare le virtù delle une ed evitare i vizi delle altre, anche perché virtù e vizi sono qualità delle azioni individuali, non conseguenze dell’identità di specie. Il problema non è morale. Abbiamo bisogno delle altre specie per essere intelligenti e per essere felici. Un antropologo americano, Paul Shepard, aveva scritto anni fa che il leone è intelligente solo perché le gazzelle sono intelligenti: si muovono, pongono ai leoni ogni giorno nuovi enigmi da risolvere. La mente di ogni specie risiede in un’altra specie. Con quante più specie entriamo in contatto, tanto più siamo intelligenti. La stessa cosa vale per la felicità. Levi-Strauss ha scritto una volta che la cultura è solo il lavoro del lutto della specie umana per non poter comunicare con tutte le altre specie. La gioia che ci danno i cani, i gatti o le piante domestiche lo testimonia: la nostra felicità aumenta esponenzialmente con il numero delle specie con cui siamo in contatto».

Parigi e Milano: due città in grado di accogliere la foresta?

«Parigi e Milano sono due città che stanno provando a ripensare la presenza vegetale nel loro tessuto, ma moltissimo ancora resta da fare. Bisognerebbe assieme rovesciare i termini e radicalizzarli. Innanzitutto non parlare di forestazione urbana, ma di città come forma allargata della foresta. Una foresta non è semplicemente la presenza di un numero indefinito di alberi, ma il luogo in cui la biodiversità esplode: lo spazio costruito dal numero più grande di specie e di forme di vita e che proprio per questo accoglie le abitudini, le idee, le pratiche e i sogni più disparati. Per questo in fondo una foresta è la metropoli multispecifica perfetta. Viceversa, ogni città è una foresta che ha dimenticato di esserlo: possiamo associarci con altri esseri umani se e solo se includiamo in questa associazione mille altre specie da cui dipendiamo non solo per la sopravvivenza fisica, ma anche per il nostro piacere e la nostra felicità quotidiana». 

Arne Næss e il contributo dei più recenti antropologi e pensatori

A partire dagli anni Settanta, il filosofo norvegese Arne Næss promosse un pensiero in difesa della biodiversità che si condensa nell’espressione «ecologia profonda». Si proponeva di rappresentare una terza via rispetto all’antropocentrismo e all’ambientalismo – giudicato da Næss un dualiasmo ‘superficiale’. Come si è evoluta negli ultimi decenni la ricerca attorno a questi temi? 

«Naess ha ispirato una buona parte della cultura ecologica contemporanea, sia teorica che militante. Negli ultimi cinquanta anni la più grande ispirazione per il pensiero ecologico è venuto dal lavoro di antropologhe e antropologi che hanno permesso di accedere a universi speculativi diversi. Penso a Donna Haraway, Bruno Latour, Edoardo Viveiros de Castro, Vinciane Despret, Bruce Albert o Edoardo Kohn. Progressivamente sono le pensatrici e pensatori provenienti da altri universi culturali ad essere diventati punti di riferimento. Per restare nel contesto amazzonico, basta pensare a Davi Kopenawa e Ailton Krenak. Anche il pensiero ecofemminista, da Starhawk a Carolyn Merchant ha dato impulsi notevoli».

Emanuele Coccia e la collaborazione con Fondation Cartier 

Tra le collaborazioni di Emanuele Coccia con Triennale Milano e Fondation Cartier si ricorda quella per Nous les Arbres (Trees) nel 2019. «Ho voluto dare la parola agli alberi: fare dell’arte lo spazio e l’insieme dei dispositivi che permettessero loro di diventare attori della cultura e della città».

Emanuele Coccia 

Filosofo italiano, Emanuele Coccia è docente presso l’École des hautes études en sciences sociales (EHESS Parigi) dal 2011. Coccia si è formato inizialmente in agronomia, prima di dedicarsi alla filosofia e alla filologia. Dopo gli studi a Firenze, dove ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2005, è stato invitato come professore di ricerca dalle università di Tokyo (2009), Buenos Aires (2010), Düsseldorf (2013-2014), e poi Columbia (2015-2016) e Harvard (2022). E autore di La vita sensibile, La vita delle piante: metafisica della mescolanza, Metamorfosi e Vie sensible, La Vie des plantes : une métaphysique du mélange, Métamorphoses e Filosofia della casa (2010, 2016, 2020 e 2021). Ha collaborato in diverse occasioni con la Triennale di Milano e la Fondation Cartier pour l’art contemporain, in particolare per la mostra Nous les arbres (Trees) nel 2019.

La mostra Siamo Foresta

Emanuele Coccia è il curatore della programmazione pubblica di Siamo Foresta, la mostra di Fondation Cartier pour l’art contemporain presso la Triennale di Milano, dal 22 giugno al 29 ottobre 2023 – a questo link è possibile registrarsi al Public Program.

Dal 22 giugno al 29 ottobre 2023, Siamo Foresta sarà ospitata alla Triennale di Milano. Riunendo ventuno artisti di paesi, culture e contesti diversi, per lo più latinoamericani e provenienti da comunità indigene, la mostra ci invita a scoprire nuovi punti di vista sulla contemporaneità alla luce del nostro rapporto con gli altri esseri viventi – animali e vegetali.

«Siamo Foresta trae la sua ispirazione da una comune visione estetica e politica della foresta come multiverso egualitario di popoli viventi, umani e non umani, e come tale offre una vibrante allegoria di un mondo possibile al di là del nostro antropocentrismo», scrive Bruce Albert, antropologo e co-direttore artistico della mostra insieme a Herve Chandès.

Con opere di artiste e artisti come Sheroanawe Hakihiiwe, Fabrice Hyber, Luiz Zerbini, Virgil Ortiz, Adriana Varejão, Joseca Mokahesi, Ehuana Yaira, Solange Pessoa, Bruno Novelli, Alex Cerveny, Cai Guo-Qiang e Ehuana Yairai, la mostra rientra nel programma della Fondation Cartier pour l’art contemporain, che da anni sostiene gli artisti indigeni di tutto il mondo e promuove il dialogo interculturale.

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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