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Gucci Fall 2018 – Alessandro Michele
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Duecento uscite per Valentino – Alessandro Michele è il drago della moda

Cultura ruvida, bestiari e il non aesthetically correct nel debutto di Alessandro Michele da Valentino: un corpus di duecentosessanta immagini, colpo di coda da drago della moda

Avant les débuts: House of the Dragon o House of Fashion?

Lunedì 17 giugno, quando la fashion week maschile di Milano era quasi conclusa, Alessandro Michele – Direttore Creativo di Valentino succeduto a Pierpaolo Piccioli lo scorso 28 marzo – ha fatto capolino nella kermesse con una pre-collezione dal titolo Avant les débuts: Prima degli Inizi. Un lookbook di duecentosessanta immagini, posto a premessa di quanto succederà nel primo capitolo della rinnovata narrazione valentiniana. Anche un resoconto di quanto Michele ha appreso in questi mesi, tra gli archivi romani della Maison e la sala di regia. Lo stesso giorno si attendeva in Triennale la sfilata Uomo per la Primavera Estate 2025 di Gucci, la casa di moda dove Michele ha trascorso otto anni come Direttore Creativo, prima che gli succedesse Sabato de Sarno: una concomitanza forse voluta, un colpo di coda da drago della moda. 

Sempre lunedì 17 giugno, terzo accadimento della giornata, usciva la nuova stagione di House of the Dragon, spin-off della serie HBO Il Trono di Spade, trasposizione sul piccolo schermo dell’omonima serie di carta di George R.R. Martin. La sotto-trama di House of the Dragon verte – in estrema sintesi – sulla storia di casa Targaryen – anche nota come Casa dei Draghi – ovvero la più potente dinastia regnante dell’universo immaginifico di Westeros. Un melodramma familiare e umano, un circuito di violenze che, infine, porterà all’estinzione della casata, uno sguardo attento alla sessualità, e uno spettacolo di fantasie psichedeliche. Al centro, la figura fantastico-mitologica del dragone, variamente descritto dalle culture di oriente e occidente come animale magnifico o crudele. Una figura chimerica, con testa aguzza, fauci spalancate, lingua a punta di dardo, ali di pipistrello e corpo di spire, il drago è, nell’universo di animali fantastici tracciato da George R.R. Martin, l’emblema di una magnificenza dall’estetica orrifica, imperfetta, ruvida. Un ibrido culturale, una bizzarria che ammalia. Simbolo di peccato e paganesimo in età cristiana – basti pensare alle pale d’altare delle nostre chiese raffiguranti la lotta di San Giorgio col drago – creatura benefica secondo la cosmologia orientale, fantasia della ragione secondo la narrativa di genere fantasy.

Fuor di metafora, e sostituendo l’appellativo di of Dragon con of Fashion, la consequenzialità degli eventi di lunedì 17 giugno trova sintesi nella constatazione che Alessandro Michele è il Drago nella nostra House of Fashion. 

Avant les débuts: la Pre-Spring 2025 di Valentino diretta dallo stilista-dragone Michele

Un climax di intenti riversatosi in una collezione senza genere, commistione indifferente di codici maschili e femminili. Con tali termini Alessandro Michele ha definito il suo preludio orgasmatico da Valentino. Un corpus di lavoro denso e vischioso, dove in molti hanno faticato a vedere dove terminasse Alessandro Michele e dove iniziasse Valentino. O, almeno, quei molti che del Valentino ante Pierpaolo Piccioli sapevano poco. Figlio di un’età da febbre dell’oro, Valentino Garavani è sempre stato un massimalista incallito – il minimalismo è, a suo dire, un insulto al genere femminile – un sostenitore dell’artificio, del ricamo sontuoso, del taglio sartoriale e delle lavorazioni complesse.

È l’arsenale di tesori in cui Michele si è immerso negli ultimi due mesi, e da cui ha tratto una collezione certo distante dall’opera ‘in levare’ di Piccioli, ma fedele alla favola del primo Valentino. Le silhouette retrò, le cascate di perle, i tessuti appesantiti da trame di brillanti, la commistione di floreale e di animalier, tra Hollywood e Cinecittà, si spiegano alla luce delle collezioni di fine anni Sessanta di Valentino. Da queste, Michele ha tratto le parole che più si confacevano alla sua natura di stilista-dragone: l’ipertrofia, il gigantismo, l’alterazione, l’illusione. «Citare vuol dire riabilitare, trasformare. Chi lo nega annienta totalmente l’atto creativo» spiegava Michele nel 2017, a riconferma che il suo lavoro non scaturisce mai dal nulla, sempre da altro da sé. 

Valentino Pre Spring 2025, dal lookbook di Alessandro Michele
Valentino Pre Spring 2025, dal lookbook di Alessandro Michele

Nel Paese delle Meraviglie di Alessandro Michele 

Alessandro Michele possiede trentacinque edizioni di Alice nel Paese delle Meraviglie. Lo ha ammesso in un’intervista del 2020 alla critica di moda Cathy Horyn, laddove parlava dell’opera letteraria di Lewis Carroll come di «una sorta di esperienza psichedelica dell’infanzia». Che Michele sia sempre stato affascinato dall’età dell’infanzia e dei sogni lo dimostrano la qualità bambinesca di certi suoi tagli: la leziosità dei colletti, sempre presenti nelle camicie da college americano più che da business man, le stampe cartoon, i berretti con pompon, i pullover rimpiccioliti o la tenerezza di pizzi da armadio delle bambole. Sul medesimo bagnasciuga da cui la protagonista della favola di Carroll osserva distratta il mondo reale, si trova anche lo stilista, un’Alice un po’ cresciuta. 

La sola vista dell’universo adulto suscita ad Alice un istintivo «Che noia!». All’inizio della favola la noia è tale da farle chiudere gli occhi: è  allora che le si apre un mondo nuovo, fatto di conigli bianchi orologio-muniti, cappellai matti e bruchi parlanti. È lo stesso mondo di libertà in cui divaga Alessandro Michele, confermato da alcune affermazioni nel dietro le quinte dell’Autunno Inverno 2020/2021 di Gucci, valide per la sua intera produzione creativa «Gli abiti da bambino sono irresistibili, il problema è che non c’è mai la taglia. Allora, se tu fai la taglia… ». La narrazione degli ensemble da passerella si era allora risolta in una provvidenziale sindrome di Peter Pan, ben compresa nella constatazione secondo cui «Se sei piccolo ti è permesso di sognare, di vestirti in modo diverso… perché non è più permesso mettersi il cappello da Principe [Azzurro] fuori dalla data di Carnevale?».

Alessandro Michele, fra boschi incantati e musei dell’impossibile

Di contro alle convenzioni di un tempo calendarizzato, che ci vuole in maglioncini rossi a Natale, in abiti di paillettes a Capodanno e in abiti principeschi a Carnevale, Alessandro Michele indaga le follie dell’età adulta – quella che Alice, infine, rifiuterà – e la infonde di tenerezza. La sua, non è una moda con i piedi per terra, quanto una moda che vola nel tempo, fra passato e presente, fra realtà e finzione: «Perché non sono veramente sicuro di cosa sia reale e cosa non lo sia. Dipende dalla tua prospettiva. La moda è un pezzo di questa grande storia. Dico sempre che è qualcosa che sta nel mezzo. È come il buco in cui entra Alice». Il buco di Alice diventa, in termini di moda, il canale entro cui Michele introduce il suo mare magnum di ispirazioni. Non si tratta, tuttavia, di un reliquario da collezionista, né di un deposito di carabattole, quanto di un percorso di immaginazione. Nel saliscendi fra boschi incantati e musei dell’impossibile, Michele non fa distinzione fra la prossimità del presente e la lontananza del passato remoto: un vaso miceneo e un vaso di design di Gaetano Pesce possono collocarsi sulla stessa linea del tempo: «Tutto quello che mi ispira e che cito, che sia di ieri o di quattro secoli fa, mi accade allo stesso momento davanti agli occhi, quindi è presente. È il mio presente, è la mia contemporaneità, ed è la sola cosa che voglio e che posso raccontare». 

L’iconografia del dragone nelle collezioni di Alessandro Michele

Della predilezione di Alessandro Michele per l’iconografia animale abbiamo specifica traccia dalla pre collezione Primavera Estate 2017. Presentata nell’abbazia londinese di Westminster, in essa si squadernava un inventario da zoo delle fiabe, tra orsi, api, tigri e dragoni ricamati su kilt scozzesi. Nel rimescolare le carte del tempo, Michele fondeva Rinascimento e Cina, abiti cinquecenteschi e orientalismi, teste mozzate e corpi di drago. Un Frankenstein di stili che prosegue nell’Autunno Inverno 2018, variamente descritta come disturbante o fantasmagorica. Vi era l’uroboro, animale simbolico a forma di drago-serpente che inghiotte la propria coda, un cucciolo di drago portato a mo’ di accessorio da braccio e una testa umana speculare alla modella di cui completava il look. Un post-umanesimo cui Michele dà il titolo di Cyborg, laddove per cyborg si intende un automa dalle inesauribili forze fisiche e mentali, ottenuto con l’innesto di organi sintetici su corpi umani. Un’estetica del diverso, infine, che non si accontenta di bellezze facili, che riporta il tradizionalmente mostruoso allo stadio di una bellezza infantile, come il cucciolo di drago-accessorio che tanto ha fatto parlare di sé.

Alessandro Michele, il non aesthetically correct e la cultura ruvida del drago 

Se per Alessandro Michele vale la regola del «nulla è come sembra» – perché dietro ad ogni sua scelta vi è sempre una spiegazione filosofica, una radice umana, una ricerca di senso – vale allora la pena chiedersi se i bizzarri siano davvero gli abiti di Michele, e non il mondo rimasto in superficie, estraneo al suo vortice di fantasie. La domanda è: sono anomali gli indumenti aperti alla complessità di un mondo fluido, o i benpensanti, depositari di norme antiquate, fedeli alla bontà delle apparenze? I fruitori di una grammatica di moda casa-e-chiesa, o un guardaroba fatto di presenze atipiche, fuori canone, come Ellie Goldstein, la modella affetta dalla sindrome di Down scelta per la campagna beauty di Gucci nel 2020? L’atto creativo di Michele si risolve così in un generale horror vacui, dove nulla viene tolto, ma casomai aggiunto, fino alla proliferazione più totale. La tela, così compiuta, è tutt’altro che armonica: «la mia idea di moda ha a che fare con l’imperfezione, non con la perfezione». 

In un mondo così aesthetically correct, così ossessionato dal culto della perfezione, Alessandro Michele è la creatura mitologica. Da Gucci prima, e da Valentino oggi, la fantasia di Michele  consiste in un ripescaggio di morfologie distanti, variamente tratte dai mercati dell’antiquariato e dalle ville della Roma antica, da erbari e bestiari, da zoo di animali paradossali e dai soffitti affrescati di chiese sconsacrate. Un database di suggestioni pressoché infinito, traducibile nella formula – già ammessa dal primo Valentino – del more is more. La linea di divergenza fra i due massimalisti della moda si colloca forse qui. In una cultura della Grande Bellezza da un lato, dove la consapevolezza del sapere, per sua stessa ammissione, troppe cose, trova pace in superfici lisce, perfezionate. In uno strabordare di cose, ugualmente troppe, dall’altro, senza alcuna pace né perfezione. La Grande Bellezza di Michele è quella di una cultura ruvida, priva di armonie, discorde come la cultura del drago che si porta dentro. 

Gucci Fall 2018 – Alessandro Michele
Alessandro Michele per Gucci Fall 2018
Valentino Houte Couture Primvavera 1966
Valentino Houte Couture Primvavera 1966

Stella Manferdini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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