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Batsheva, Spring Summer 2023
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Un viaggio etnografico del vestire religioso ebraico, da Gerusalemme a New York

L’abbigliamento degli uomini haredi dettato dalla Torah, mentre quello delle donne segue le regole dello tznius: modestia e umiltà, Parrucche, scamiciati floreali, cappelli fedora e scialli

È consigliabile avere sempre in borsa uno scialle, quando si visita Gerusalemme

In estate serve a proteggersi tanto dal sole quanto dall’aria condizionata che viene tenuta a temperatura minime in ogni pubblico esercizio. In inverno serve a proteggersi dalle folate di vento che arrivano dai punti più alti della città. Infine, serve a coprire collo e spalle quando si lascia la parte ovest per visitare i quartieri di Gerusalemme Est, come Sheikh Jarrah, Beit Hanina, Shuafat, e la parte nord della Città Vecchia, dove ci sono i quartieri musulmani, il suk arabo e le moschee con la mezzaluna.

Per salire alla spianata delle moschee ci si copre anche la testa. In generale, a Gerusalemme, è meglio anche avere le gambe coperte, con dei pantaloni o una gonna lunga. I luoghi sacri e i quartieri religiosi sono sparpagliati ovunque e si rischia sempre di doverne, o volerne, attraversare uno anche solo per andare dalla Via Dolorosa alla Porta del Perdono, dove tra ripide scale di pietra e porte di legno colorate, vivono i Domari, gli zingari del Medio Oriente.

Ma cosa succede se si entra in un quartiere di Gerusalemme Est con le spalle, le gambe o le braccia scoperte? Niente. Non si viene né fischiati, né aggrediti o insultati. È molto più pericolosa l’aria condizionata. Ci si copre per rispetto. Diverso invece il discorso per i quartieri ortodossi di Geula e Meah Shearim. Lì, le regole sono altre.

GEULA – Ristoranti, musica e telefoni kosher

Il termine haredi deriva da una parola ebraica che significa ‘tremare’ e implica una costante consapevolezza e timore di Dio (Isaia 66:5). Un tempo il termine haredi era usato per definire tutti gli ebrei ortodossi, mentre oggi i membri della comunità haredi contemporanea usano questo termine per indicare uno stile di vita caratterizzato da maggiori restrizioni religiose rispetto a quello di altri ebrei osservanti. Nel quartiere di Geula si trovano ristoranti di cucina tradizionale, negozi di parrucche, sinagoghe e un’importante yeshiva (scuola ebraica che si basa sullo studio della Torah) con un’aula studio da 10.000 posti. C’è musica a Geula, musica yiddish fatta con strumenti a corde, e ci sono i telefoni cellulari kosher, senza accesso a internet.

Tra le strade e i ristoranti di Geula, è ambientata la serie televisiva Shtisel. Gli uomini haredi di Geula hanno la barba lunga e i peot (cernecchi) fatti crescere fin dall’infanzia – Non ti taglierai i capelli ai lati del capo, e non ti raderai i lati della barba (Levitico 19,27[4]). Indossano lunghe giacche nere, pantaloni neri, camicia bianca e cappello fedora nero; sotto il cappello portano una kippah  (copricapo circolare indossato dagli ebrei maschi osservanti) nera che copre tutta la sommità del capo. 

In occasione dello shabbat, tra il pomeriggio del venerdì e la sera del sabato, nel quale si celebra il riposo assoluto, e durante le festività, gli uomini sposati sostituiscono il fedora con lo shtreimel, un cappello di pelo che ricorda un colbacco; le parti laterali dello shtreimel non vanno toccate, si indossa infilando le mani all’interno e posizionandolo sul capo. Il giorno del matrimonio, lo sposo riceve due shtreimel in dono.

Sotto la camicia, gli uomini haredi indossano il Talit Qatan (Tallit piccolo), una maglia bianca con frange (tzitzit) sui quattro lati inferiori. Gli tzitzit sbucano da sotto la camicia e devono essere sempre visibili. E il Signore disse a Mosè: Parla ai figli d’Israele e dì loro di indossare frange agli angoli dei vestiti per generazioni (…) le vedranno e si ricorderanno di tutti i comandamenti del Signore e li seguiranno.” (Pentateuco, Numeri 15:37-41).

Yom Kippùr, il giorno dell’espiazione 

Durante le preghiere mattutine e una sola volta l’anno, in occasione dello Yom Kippùr, il giorno dell’espiazione, per la preghiera della sera, il Tallit Qatan viene sostituito da uno scialle, il Tallit Gadol (Tallit grande). 

Se l’abbigliamento degli uomini haredi è dettato in maniera più o meno diretta dalla Torah e dai legami col divino, quello delle donne segue le regole dettate dallo tznius, il termine usato nell’ebraismo ortodosso per esprimere la modestia, l’umiltà.

Esistono due scuole di pensiero: una sostiene che le donne devono coprirsi per non attirare lo sguardo degli uomini (che comunque devono tenere gli occhi bassi) distogliendo la loro attenzione da Dio; l’altra invece ritiene che devono coprire il loro corpo perché è sacro, portatore di vita e di gioia, e va pertanto custodito e non esposto allo sguardo di chiunque. In particolare, i capelli, essenza di femminilità, sono ad appannaggio esclusivo di sé stesse e del proprio marito.

Nessuna scuola di pensiero ha a che vedere con la mortificazione del corpo e della bellezza. Le donne e le bambine haredi si coprono il corpo, non indossano pantaloni o scarpe col tacco e sotto la gonna lunga  portano calze velate. Le maniche devono arrivare almeno al gomito. I vestiti devono coprire il corpo ma non è necessario che ne nascondano la forma; vanno evitate stampe chiassose mentre invece si possono usare colori e fantasie, stoffe pregiate, e gioielli.

Una volta sposate, le donne haredi si coprono i capelli con un turbante (spesso ne hanno diversi, da abbinare ai vestiti) o con una parrucca. Le parrucche delle donne haredi benestanti sono lunghe e realizzate con capelli veri, mentre quelle delle donne povere sono corte, di materiale sintetico. Per andare a Geula, gli uomini e le donne che non si identificano con la religione ebraica, devono comunque essere vestiti in maniera modesta: uomini con braccia e gambe coperte e, possibilmente, la kippah, donne con braccia, spalle e ginocchia coperte, scarpe basse e, possibilmente, un foulard o un cappello. 

MEAH SHEARIM – Mura di pietra, porte chiuse e cortili pieni di bambini

Gli haredi comprendono diversi gruppi e correnti, sia di origini sefardite (ebrei di Spagna, Portogallo e dei paesi Arabi)  che di origini ashkenazite (discendenti dalle comunità ebraiche mitteleuropee di lingua e cultura yiddish).  Questi gruppi spesso differiscono tra di loro in merito alle ideologie e agli stili di vita. In generale, possono essere suddivisi in due grandi sottogruppi: chassidici e non chassidici. I chassidici seguono gli insegnamenti del Rabbino Israel Baal Shem Tov (1700-1760), un leader carismatico che diede inizio a un movimento di rinascita spirituale ebraica nell’Ucraina occidentale, diffusosi rapidamente in tutta l’Europa orientale. La maggior parte delle comunità chassidiche europee fu spazzata via durante l’Olocausto, ma alcuni rabbini riuscirono a fuggire e a ricostituire le loro comunità in altri paesi. 

Il quartiere di Meah Shearim è protetto da mura in pietra di Gerusalemme con porte che un tempo venivano chiuse al tramonto.. Si entra solo vestiti secondo i dettami stilistici degli ebrei chassidici. Oppure non si entra proprio, tanto il turista voyeur non è gradito. A Meah Shearim non si parla ebraico, solo yiddish, non ci sono televisori, smartphone e internet, non si guida. Gli uomini non lavorano, passano il loro tempo nelle yeshiva a studiare la Torah; le famiglie sono numerosissime, con cinque, dieci, o anche quindici figli, molte vivono nell’indigenza.

Tra i vari gruppi chassidici di Meah Shearim spiccano Toldos Aharon e Toldos Avraham Yitzhak, due correnti dettate da codici morali, di comportamento e di abbigliamento molto rigidi – vivono in maniera separata dal resto della comunità, non aderiscono alla politica e alle leggi di Israele (sono antisionisti), e evitano in ogni modo il contatto con i goyem, i non-ebrei. Gli uomini sposati indossano cappotti zebrati bianchi e grigi durante la settimana e bekish (cappotti) dorati durante lo Shabbath, gli uomini non sposati indossano un semplice cappotto nero. 

Una cintura separa la parte superiore del corpo (cuore, mente) da quella inferiore. I ragazzi iniziano ad indossare lo shtreimel a tredici anni, dopo il bar mitzvah (figlio del precetto), il  rito che celebra il raggiungimento dell’età della ragione e l’ingresso nella comunità religiosa. Tutti, adulti e ragazzi, indossano pantaloni corti con calze al ginocchio, nere per gli uomini celibi e bianche per i coniugati, e la tradizionale kippah bianca di Gerusalemme. 

Le ragazze e le bambine portano i capelli raccolti in due trecce, mentre le donne sposate li coprono con un foulard. Gli standard di tznius che ci si aspetta da loro sono severissimi, molte donne optano per dei semplici abiti neri, grigi o bianchi e coprono le gambe con calze nere spesse, anche in estate.

Rehavia, Baka, Nachlaot e la Bolla di Tel Aviv: i quartieri laici

Jerusalem prays, Tel Aviv plays. Centro indiscusso dell’hi-tech e della cultura contemporanea, Tel Aviv è definita dagli stessi israeliani “la bolla”, un luogo che si discosta in maniera radicale dal resto del paese – moderna, avanguardista, liberale e laica. Ci sono locali notturni, gallerie d’arte, e boutique di lusso. C’è anche la vecchia città araba di Jaffa, ormai incorporata al conglomerato urbano di Tel Aviv, dove il mercato delle pulci sta pian piano lasciando il posto ai bar alla moda e ai negozi di design. Qui la religione sembra aver fatto un passo indietro. 

Ma anche a Gerusalemme, tra occupazioni e terre di confine, ci sono zone dove cappelli fedora, parrucche e hijab si confondono nella massa. Rehavia, Baka, Nachlaot… quartieri dove si vive all’occidentale, dove gli scontri con i palestinesi e gli attentati sembrano lontani e le donne portano i jeans. 

In realtà, molti degli abitanti tanto dei quartieri laici di Gerusalemme quanto quelli de “la bolla”, sono comunque ebrei osservanti o haredi, ma riconoscerli richiede un occhio allenato. 

Le donne indossano cappelli e turbanti che ricordano più la giornalista di moda Anna Piaggi che non lo stile chassidico, portano la gonna corta e coprono le gambe con i fuseaux. Alcune sostituiscono il turbante con un nastro dal valore prettamente simbolico che lascia scoperta la capigliatura. 

Gli uomini non hanno né la barba né i cernecchi, e sulla testa portano una versione talmente striminzita della kippah che spesso non la si nota nemmeno. 

Vivono a contatto col resto della popolazione, studiano all’università, lavorano, fanno il servizio militare, votano. Queste forme di religiosità moderata rifiutano dogmi stilistici, incorporando lo tzniut nel loro stile personale. Vicino alle grandi scuole e università di Tel Aviv e Gerusalemme, capita di vedere ragazzi con addosso felpe larghe e cappellini da baseball: sono gli ebrei americani, venuti in Israele per studiare. Nascondono la kippah sotto il cappellino e il talit sotto la felpa, gli tzitzit che sbucano intorno alla cintura sembrano più un dettaglio stilistico dei pantaloni che non un paramento sacro. 

Williamsburg – La New York del movimento Satmar, tra negozi di stoffe e moda anni Cinquanta

Il quartiere di Williamsburg si trova all’interno del distretto di Brooklyn. È suddiviso in enclavi popolate da numerosi gruppi etnici tra cui italiani, ispanici, polacchi, portoricani e dominicani. La parte a sud del ponte di Williamsburg è abitata dagli ebrei i quali, agli inizi del Novecento, lasciarono la Lower East Side per un’area meno congestionata. Dopo la seconda guerra mondiale, a questi si aggiunsero gli ebrei sopravvissuti all’Olocausto del movimento Satmar, originario dell’Ungheria e della Romania. 

Nel libro autobiografico Unorthodox, la scrittrice Deborah Feldman racconta la sua vita a Williamsburg all’interno della comunità Satmar, e della sua fuga a Berlino. Dal libro è stata tratta l’omonima serie Netflix. Justine Seymour, la costumista, ha studiato in maniera approfondita i dettami stilistici del movimento Satmar. Gli uomini si vestono secondo lo stile chassidico tradizionale, mentre gli abiti femminili ricordano la moda europea degli anni Cinquanta: gonne al ginocchio, camicette, cappotti lunghi, fantasie geometriche o floreali e foulard colorati. Le donne sposate indossano la parrucca, sulla quale appoggiano un cappellino che serve perlopiù a mostrare che non si tratta di veri capelli. Un colletto bianco in sangallo ha la duplice funzione di rendere l’abito più aggraziato e coprire ulteriormente il collo. In casa indossano l’house dress, uno scamiciato lungo fino a sotto il ginocchio. 

Da stilista delle star agli house dresses – l’identità delle minoranze attraverso gli abiti

La stilista americana Batsheva Hay trascorre l’infanzia nel melting pot culturale del Bronx, dove si fondono origini, credenze e tradizioni. Lontana dalle grandi scuole di moda, studia legge e inizialmente lavora come avvocato presso un prestigioso studio di New York. Nel 2011 sposa il fotografo di moda Alexei Hay, ebreo per nascita recentemente convertito all’ortodossia, e abbandona lo studio legale per dedicarsi alla casa e ai figli che, insieme al marito, cresce secondo le tradizioni religiose. In quegli anni, sente il bisogno di  costruirsi un guardaroba che rispecchi il suo senso estetico adattandosi al tempo stesso si adattasse allo stile haredi del marito. 

Le sue prime creazioni sono copie di un prairie dress anni Settanta (abito in stile vittoriano caratteristica della moda americana dall’ Ottocento in poi, spesso utilizzato nelle comunità rurali e in quelle religiose) di Laura Ashley, realizzate con diversi tessuti da una sartoria di Williamsburg. Durante la pandemia, la stilista crea una serie di house dresses atti a rendere esteticamente più gradevole la permanenza forzata in casa. Nelle campagne fotografiche del marchio, scattate dal marito, Batsheva compare spesso con indosso una parrucca, intenta ad accendere le candele per lo Shabbat o a svolgere altri gesti tipici della religione ebraica. Pur vivendo ormai da tempo nell’Upper East Side e vestendo personaggi che vanno da Courtney Love a Celine Dion, Williamsburg rimane la sua principale fonte di ispirazione. L’identità delle minoranze si esprime attraverso gli abiti.

Flatbush, Crown Heights e il movimento Chabad: feste, abiti vintage e Dr. Martens

La maggior parte dei trend che influenzano la moda ortodossa americana, che a sua volta influenza anche quella israeliana, nascono nel quartiere di Flatbush, Brooklyn. Il negozio My Mother’s Armoire offre una selezione di colorati capi vintage la cui peculiarità è di coprire il corpo dalle spalle alle ginocchia; la lunghezza standard delle gonne è di 63,5 centimetri.

Poco distante, a Crown Heights, vivono gli ebrei del movimento Chabad, seguaci del rabbino Chabad Lubavitch, noti per il loro approccio festoso alla religione – la lettura pubblica della Torah sembra un saturnale. Gli uomini portano la barba lunga, più hipster che chassidica, e le donne indossano parrucche realizzate su misura da diverse migliaia di dollari, abiti colorati e Doctor Martens. Il loro stile è moderno e estroverso, pur non lasciando scoperto neanche un centimetro di pelle. 

A Crown heights, le stiliste Mimi Hecht e Musky Notik, co-fondatrici del marchio Mimu Maxi, sposate con due rabbini, hanno dato vita ad un marchio di moda tzniut che sta avendo successo anche nella popolazione laica. Tutto, nella vita degli ebrei chassidici, è dettato dalla religione; Mimu Maxi traduce la religione in abbigliamento, non per nascondere ma per far emergere una bellezza diversa, spirituale.

Milano, Londra, Parigi: la modest fashion ai tempi dei social 

Il concetto ebraico di tzniut tradotto come modestia o umiltà è in realtà molto più complesso e determina non solo il modo in cui ci si veste, ma il modo in cui si vive, con riservatezza e con dignità. Se esistono indicazioni, dettate tanto dai testi sacri quanto dalle regole comunitarie, che influenzano lo stile di vita degli ebrei haredi, si tratta appunto di linee guida che subiscono continue evoluzioni, modificandosi in base alla geografia, ai cambiamenti della società circostante e, per quanto riguarda il vestire, anche in base alla moda.

Nella religione ebraica, la bellezza non è un tabù, così come non lo è l’eleganza, e i dogmi legati all’abbigliamento spesso diventano un incentivo per interpretare in maniera personale i trend, aggiungendo dettagli, accessori, e liberando la creatività. 

Oggi, pur mantenendo un certo rigore in occasione delle festività religiose, la maggior parte degli uomini e delle donne haredi acquista i vestiti negli stessi negozi in cui li acquista la popolazione laica – Zara, H&M, Uniqlo e altre catene della grande distribuzione. Chi può permetterselo sceglie la couture o il ready-to-wear e, per quanto sia vero che in Israele questi hanno costi spropositati per via delle spese legate ai trasporti e ai dazi doganali, né a Tel Aviv né a Gerusalemme mancano i negozi monomarca dei grandi marchi europei e americani. 

Non a caso, complice la globalizzazione, diversi nomi importanti della moda internazionale – Valentino, Erdem, Alexander McQueen, Dolce&Gabbana, tanto per citarne alcuni – portano regolarmente in passerella abiti ‘modest’, rivolgendosi tanto al pubblico degli ebrei ortodossi, quanto a quello musulmano, quanto a quello non-religioso. Le ragazze oggi utlizzano youtube e tiktok per parlare di modest fashion, tznius, e per dare consigli di styling, facendo pian piano cadere il manto di segretezza e mistero che fino a poco tempo fa avvolgeva l’uomo haredi con cappello e cappotto nero e la donna chassidica infaggottata in abiti grigi.

Sara Kaufman

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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