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Nostalgia e silenzio. Perché tutti s’immedesimano negli scatti di Luigi Ghirri

Nell’anno che celebra gli ottant’anni dalla nascita del fotografo di Scandiano, Adele Ghirri racconta progetti e idee dell’Archivio per andare oltre l’immagine e il mito dell’artista intoccabile

Luigi Ghirri oltre il mito

Infinito, il documentario realizzato nel 2022 da Matteo Parisini, con la collaborazione dell’Archivio Luigi Ghirri, con la voce narrante di Stefano Accorsi e la fotografia di Luca Nervegna, è solo l’ultimo tassello di un percorso che ha visto negli anni più recenti la figura di Luigi Ghirri uscire dai musei e dalle gallerie, ricollegandosi alle passioni per la lettura, la musica e il cinema del fotografo emiliano. Andando oltre il mito del fotografo, si sviluppa un racconto che porta il pubblico attraverso la quotidianità di Ghirri, la musica che ascoltava o i film che guardava, e quindi raggiungere pubblici più diversificati, anche i più giovani. Se questo è stato possibile è grazie al lavoro delle figlie Ilaria e Adele Ghirri, che si occupano della memoria e della valorizzazione del lavoro e della figura del padre.

Adele Ghirri e il lavoro dell’Archivio contro la mitizzazione del ‘grande maestro intoccabile’

«Ritengo che un archivio non debba essere un luogo votato alla sola conservazione e alla narrazione di un’unica verità ‘ufficiale’» spiega Adele Ghirri. «Luigi Ghirri è un’artista che non c’è più da trent’anni e nonostante questo il suo lavoro continua a toccare moltissimi. Il rischio è quello di cadere in una storicizzazione e mitizzazione dell’artista, del ‘grande maestro intoccabile’. Ho notato atteggiamenti reverenziali nei confronti della sua figura – continua Ghirri – e questo non trova alcuna corrispondenza nella persona che Luigi era. Le mostre sono uno strumento privilegiato per capirne l’opera, vederne i lavori e poter ottenere informazioni sulla sua sensibilità. Tutte le nostre iniziative, come quella in Santeria a Milano –  organizzato con la giornalista e critica musicale Giulia Cavaliere e il cantante Dente, durante il quale è stato raccontato il rapporto di Ghirri con tanti cantanti, ascoltando i suoi pezzi preferiti – seguono una direttiva: narrare la sua figura senza mitizzarla, riportandola a una dimensione più umana, intima. Abbiamo aperto le porte di casa a Giulia e a Dente, dando loro la possibilità di guardare i dischi di Luigi, ascoltarli, ripensare alla musica che ascoltava e al suo rapporto con essa, per capire la sua fotografia e sapere quali erano le sue passioni. La musica è stata un secondo linguaggio per lui».

Luigi Ghirri, la passione per la musica e gli scatti a Dalla, Morandi e i cantautori italiani

Raccontare gli aspetti collaterali a quelli artistici di Luigi Ghirri non è scontato, così come non è scontato farlo in luoghi ben lontani dal contesto formale di una conferenza in una sala museale o universitaria. Adele aggiunge: «Credo che la similitudine tra musica e fotografia, che incuriosiva Luigi, abbia a che vedere con la narrazione. Leggeva tanto, dalla letteratura alla filosofia, e nella sua poetica teneva in gran considerazione l’aspetto narrativo, il racconto. Concepiva la fotografia come un linguaggio visivo tramite cui raccontare delle storie. Diceva proprio che le immagini assumono significato quando vengono accostate le une alle altre, quando sono montate in una sequenza. La singola immagine che ti sconvolge, a lui non interessava. Non è mai stato interessato a fare la fotografia sensazionale. Alcune sue immagini oggi sono diventate iconiche: le abbiamo lette noi così, non nascevano con l’intento di voler sconvolgere. Volevano creare stupore, ma è diverso».

La casa editrice Punto e Virgola, la pubblicazione di Kodachrome nel 1978 e Fotografia e inconscio tecnologico di Franco Vaccari nel 1979

L’attenzione per la narrazione si affianca alla passione di Ghirri per l’oggetto libro, la sua forma e la sua progettazione, che lo porta a fondare nel 1977 la casa editrice Punto e Virgola con la moglie Paola e altri amici. È il canale che gli permette di pubblicare il suo libro fotografico Kodachrome (1978), e Fotografia e inconscio tecnologico di Franco Vaccari (1979), insieme a volumi firmati, tra gli altri, da Italo Zannier, Claude Nori e Franco Fontana. La sua biblioteca è ancora conservata a Roncocesi.

Il volume Puglia. Tra albe e tramonti, il volere di Ghirri: le foto non vanno tenute al buio

L’Archivio ha collaborato alla pubblicazione di Puglia. Tra albe e tramonti (MACK, 2022). Il libro racconta il profondo legame di Ghirri con la regione italiana, ma è anche l’occasione per presentare, accanto alle stampe da lui realizzate in vita, inedite immagini emerse dall’archivio durante il lavoro. Rispetto a questa scelta coraggiosa, Adele ricorda la volontà paterna di non lasciare mai le immagini al buio: «Luigi non aveva la possibilità, anche economica, di stampare tutto ciò che scattava, quindi sceglieva. Quello che ha pubblicato è una minima parte di quello che ha stampato. Quello che ha stampato è a sua volta una minima parte di tutto quello che ha fotografato. Per questo pubblicazioni come Puglia. Tra albe e tramonti sono un buon modo per mostrare queste immagini. Lui stesso ha sempre sostenuto che le immagini non vanno tenute al buio, poiché è l’atto di guardare a tenerle vive. Allo stesso modo l’archivio deve essere aperto, vissuto, sfogliato, visto da quante più persone possibili».

Le eredi di Luigi Ghirri: la ricerca d’archivio, pubblicazioni editoriali, l’organizzazione delle mostre e la partecipazione alla giuria del Premio Luigi Ghirri per la giovane fotografia italiana 

Non è facile vivere ignorando i propri genitori anche quando questi sono persone comuni, dev’essere molto difficile farlo quando tuo padre è Luigi Ghirri e tua madre Paola Borgonzoni. «Per fortuna non volevo fare il cardiochirurgo» scherza Adele, che ha raccolto il testimone di responsabile dell’Archivio da sua madre, scomparsa nel 2011. «Ho studiato grafica e progettazione in un Liceo Artistico di Reggio, poi filosofia a Bologna, e infine mi sono spostata a Londra per un master in Teoria dell’Arte Contemporanea. Ho assunto la guida dell’Archivio nel 2017, rientrata da Londra. Mia sorella ha un altro lavoro e vive a Modena, sono io quella impegnata a tempo pieno nell’archivio – pur prendendo tutte le decisioni di comune accordo. I negativi sono conservati nella storica Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, ma a casa sono rimasti i documenti, i libri, alcune stampe: non potevo non condividere questo materiale».

Nell’ultimo anno si è assistito ad accelerazione nella divulgazione del lavoro e della figura dell’artista Luigi Ghirri. Spiega Adele: «È il trentennale dalla scomparsa, le iniziative che abbiamo creato hanno fatto sì che il nome di Ghirri diventasse sempre più popolare. Da un lato ne sono molto felice, dall’altro mi interrogo e mi chiedo come possa piacere a tutti. La risposta è che Luigi ha tradotto con un linguaggio semplice dei contenuti profondi che accomunano moltissime persone». 

Luigi Ghirri, una formazione da autodidatta

Adele racconta che suo padre non nasce in un contesto agiato né intellettuale: «Aveva un diploma da tecnico-geometra, che comunque all’epoca significava studiare il latino per tre anni. Proveniva da una famiglia molto povera, di campagna, suo padre era un falegname, e  le loro condizioni erano umili. Luigi nasce durante la seconda guerra mondiale, lui e la sua famiglia vivevano da sfollati nel Collegio San Carlo. La sua fortuna è stata nascere in una famiglia che teneva molto all’educazione dei propri figli». 

Ghirri oltre la nebbia della pianura padana

Luigi Ghirri è stato narrato come il fotografo del paesaggio italiano, in particolare padano: «Questa idea di Luigi come fotografo solo di fossi e di nebbie non riesco a mandarla giù» lamenta Adele. «Purtroppo la sua frase sui viaggi minimi a pochi chilometri da casa è stata citata senza misura, snaturata, incisa sulla pietra per radicarlo alla Pianura Padana». Adele Ghirri ha come obiettivo quello di promuovere una comprensione più ampia del fotografo di Scandiano, meno ‘macchietta di sé stesso’. Superando il mito del fotografo padano delle nebbie, distratto, che non sapeva mai dove aveva parcheggiato.

«Cerco di affrontare questa ondata di nuovo interesse verso il lavoro di Luigi con un approccio leggero ma capace di approfondire. Luigi stesso è sempre stato una persona leggera e divertente, non parlava in modo ossessivo di fotografia e anzi preferiva sovente gli argomenti più disparati. È da questa considerazione che nasce la volontà di proporre modalità di riunione e confronti più conviviali. Occasioni per affrontare argomenti, senza assecondare il mito o essere celebrativi».

Irene Caravita

Foto di Davide Benati
Foto di Davide Benati

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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