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Uvaspina, Monica Acito, Bompianni 2023
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Un femminiello ruvido è il protagonista del romanzo Uvaspina, esordio di Monica Acito

Napoli è la seconda protagonista del primo romanzo di Monica Acito: una Napoli tra Barocco, realismo magico, credenze popolari, femminielli e rapporti familiari

 Uvaspina, il primo romanzo di Monica Acito edito da Bompiani

‘Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo’, scriveva Tolstoj in Anna Karenina. È una frase che mi è tornata in mente più volte, leggendo Uvaspina, Bompiani 2023. Un romanzo in cui la famiglia, con i suoi legami più duraturi e allo stesso tempo erosi, esplode e torna a ricomporsi in continuazione. Uvaspina è l’esordio narrativo di Monica Acito, classe 1993, e ha come protagonista un giovane femminiello che per giungere alla scoperta di sé deve prima aggirarsi tra gli ostacoli della propria famiglia – la madre, la Spaiata, tutta accartocciata attorno a un dolore urlato ma incomprensibile, il padre, Pasquale, che conduce una vita segreta e lontana, e la sorella, Minuccia, trottola che nel suo vorticare convulso non si cura del male che potrebbe arrecare a chi ha attorno.

Monica Acito, uvaspina e il racconto del quartiere Forcella, Napoli

La Spaiata è la sua personaggia preferita. Perché?

«Perché incarna lo spirito del mio quartiere, Forcella. È una donna sguaiata e rozza, ma tenera e malinconica. La Spaiata ha trascorso la prima parte della sua vita, prima di sposarsi, a fare l’unica cosa che sapesse e sappia fare: chiagnere e fottere – sai, come nel detto napoletano, ‘chiagni e fotti’. Era anche il suo mestiere, veniva pagata per piangere ai funerali, simulare un dolore non suo. Della Spaiata a me affascina soprattutto questo, sa maneggiare sia i morti sia i vivi».

Però la sua vita cambia, dopo il matrimonio con Pasquale.

«La regina di Forcella diventa l’ultima donna di Chiaia – il quartiere di Napoli in cui va a vivere con il marito. Lì comincia una vita nuova. Vegeta nel letto, fuma sigarette di contrabbando, una dietro l’altra, senza mai fermarsi. È una persona disperata, e nella sua disperazione c’è tanto della mia – pure se il personaggio che sento più vicino a me è Uvaspina».

Ne ha conosciute di Spaiate?

«Molte. Questa personaggio è un miscuglio di quattro o cinque donne che nella mia vita, soprattutto nell’infanzia, hanno avuto un ruolo importante. Io vengo da una famiglia matriarcale, ci sono pochi uomini, e sono cresciuta sotto l’ala delle mie cugine più grandi, giovani donne che spesso ho visto bistrattate dagli uomini con cui stavano. La Spaiata respira la loro stessa aria».

Monica Acito: il personaggio della Spaiata di Uvaspina è ispirato alla donne della famiglia 

Un episodio specifico, in proposito?

«Ricordo di una cugina che avrebbe dovuto sposarsi nel giro di qualche giorno, era tutto pronto, quando ha scoperto i tradimenti del fidanzato. Il matrimonio venne annullato e in casa vibravano ovunque i suoi pianti, simili a lamenti funebri. Noi donne della famiglia, stavamo attorno a lei, come fossimo strette al suo capezzale, e lei non faceva che piangere. La Spaiata che piange nel suo letto fingendo di morire per il dolore provocato da un uomo, dal marito che ogni mercoledì sera esce di casa e non si sa dove va, mi ricorda quelle sere in casa con lei che si disperava. Aldilà di questa cugina, ad ogni modo, pure le mie zie e mia madre sono parecchio simili alla Spaiata».

I suoi sono dei tentativi di attirare l’attenzione del marito o c’è dell’altro?

«Semplicemente quello è l’unico linguaggio che conosce: lei non possiede una grammatica sentimentale diversa. Fin da ragazza, quando per vivere piangeva ai funerali degli sconosciuti, fingeva una sofferenza che non le apparteneva e che, però, faceva sua. È una specie di rituale pagano quello che mette in scena, oltre che un tentativo di manipolare il marito».

Protagonista del romanzo Uvaspina di Monica Acito è Napoli

 La Napoli di Uvaspina coincide con la sua?

«L’infanzia l’ho vissuta a Salerno, nel Cilento. Mi sono traferita a Napoli, quando mi sono iscritta all’Università e sì, le due città coincidono, per certi versi. La narrazione di Napoli in letteratura procede in due direzioni: l’oleografica, da cartolina color seppia, che racconta le bellezze della città, e quella di Saviano, De Giovanni che si concentra sulla criminalità organizzata. Secondo me però si possono battere anche altre vie per narrare Napoli. È una città complessa, porosa, a tratti indecifrabile. Per raccontarla in Uvaspina mi sono riallacciata a modelli letterari che non sono stati trattati. La Napoli baroccheggiante di Giambattista Basile, che parlava della vecchia scorticata, quella di Giulio Cesare Cortese che ha scritto l’Eneide dal punto di vista delle prostitute. 

La mia Napoli è legata a un altrove che c’è e non c’è, a quella sorta di realismo magico che raccontano Anna Maria Ortese, o Gabriel Garcia Marquez. È una città legata al corpo, pure nelle sue manifestazioni più turpi – e, in questo senso, molto devo a Domenico Rea, un autore dimenticato e sottovalutato. La mia Napoli è una città che ha bisogno di uno sguardo magico per essere interpretata».

Il realismo magico e la cruda realtà di Monica Acito

A proposito del realismo magico. Sia nell’impasto linguistico sia pure nel tessuto narrativo di Uvaspina aleggia sempre un elemento magico. Quale ruolo ha, questo tassello, nella sua scrittura e nella sua vita?

«Da un punto di vista narrativo è fondamentale perché, come dicevo, i miei modelli letterari ne sono vicini – ho iniziato a leggere, quando ero una bambina, con Harry Potter e Sepulveda, poi ho scoperto Garcia Marquez, Landolfi, Ortese, Savinio. Continuo a leggerli ancora oggi. Personalmente, direi che non ci sono grandi differenze con la letteratura: per me quel che succede nei libri che leggo potrebbe accadere anche nella mia vita».

Il primo ricordo del periodo subito successivo al trasferimento a Napoli?

«Quando mio padre mi ci ha lasciata, poco prima dell’inizio in università. Lì sotto la statua di Garibaldi mi ha detto che me la dovevo vedere da sola ora, che lui ci sarebbe stato sempre e comunque, perché era a un treno di distanza, ma che da quel momento in poi me la sarei dovuta cavare io per conto mio. Ebbi una sensazione di spaesamento.

Sono andata a vivere a borgo Orefici, una ragnatela di stradine tutta piena di Compro Oro. Abitavo in un appartamento con una ragazza calabrese più grande di me, lei aveva trent’anni, io diciotto. Aveva un fidanzato napoletano che mi diceva sempre di essere un grande calciatore, ma io non lo avevo mai sentito. Il ragazzo aveva un grosso tatuaggio sul braccio in cui c’era raffigurato Padre Pio e quando veniva a casa nostra mi inquietava dicendo che dovevo credere in Dio o sarei finita male. Ogni volta, poi, si rintanavano in camera di lei, la mia coinquilina e il suo fidanzato, e mettevano a tutto volume una canzone di Laura Pausini – la usavano quando facevano sesso e non volevano farsi sentire da me, e quando la canzone finiva, e tornava il silenzio, io sapevo che avevano smesso».

Il nome dell’ex fidanzato come promessa per uno dei personaggi di Uvaspina: gli amori finiti nella realtà e nella finzione

Cosa faceva in quel primo periodo a Napoli?

«Non conoscevo nessuno lì, ero sola – Antonio, un mio vecchio fidanzato, lo avrei incontrato più in là -, e facevo spesso lunghe passeggiate sul lungomare – io e nessun altro. Antonio è stato il mio fidanzato più importante. La relazione è durata cinque anni e in quel periodo gli ho parlato spesso del mio amore per la scrittura e gli ho pure promesso che, se mai avessi pubblicato un romanzo, avrei dato il suo nome a uno dei protagonisti. Promessa mantenuta, in Uvaspina un Antonio c’è. E poi, l’Antonio del romanzo ha l’eterocromia proprio come il mio Antonio – ricordo che quando andavamo al mare si vedeva tantissimo, usciva dall’acqua e quei suoi occhi di colore diverso brillavano. Ci siamo conosciuti all’università, alla Federico II – facoltà di lettere, ed è stata una storia bellissima. Che l’Antonio di Uvaspina si chiami come lui non dipende solo dal fatto che l’avessi promesso al mio, di Antonio, l’ho fatto anche per rendere omaggio al nostro amore. Un amore finito.È finita per motivi che non dipendevano da noi. Non stava bene, aveva certi problemi di salute, e ci siamo dovuti salutare così che potesse guarire».

A tal proposito. È qualcosa che mi sono già chiesto leggendo del rapporto tra la Spaiata e Pasquale, il marito, e mi è tornato in mente ora, parlando del suo Antonio. Cosa resta dell’amore quando finisce?

«Nel loro caso, quell’amore si è tramutato in aggressività, rancore per qualcosa che sentono di essersi sottratti a vicenda. Nel mio caso, i ricordi e la capacità di guardarmi in modo diverso. Quando una storia finisce ciò che non perdiamo credo sia soprattutto la capacità di vedere noi stessi in un modo diverso, con lo sguardo di chi non abbiamo più accanto. Siamo stati visti da qualcuno, e questo ci cambia profondamente. Uvaspina e Minuccia, fratello e sorella. Da una parte il frutto che si lascia spremere, dall’altra la trottola che vortica».

Monica Acito e la scrittura 

«Ho scoperto la scrittura da piccolissima, verso i nove anni. Le mie compagne di scuola, mi prendevano in giro. Quando vincevo un concorso o quando scrivevo in classe mi insultavano, e per questo mi isolavano – alcune neanche mi parlavano. Ho cominciato a farlo di nascosto – scrivevo, partecipavo ai concorsi di scrittura creativa per ragazzi senza dirlo mai a nessuno. Mi sono iscritta al liceo classico, poi, e le cose sono migliorate tanto. Anche per questo mi sento così vicina alla figura del femminiello e ho voluto scriverne: perché racchiude in sé molte diversità, non solo quella della sessualità».

I femminielli di Uvaspina

«Da un punto di vista letterario è una figura che mi incuriosisce – e l’ho amata nel romanzo di Curzio Malaparte, La pelle, in cui c’è questa scena meravigliosa sulla figliata dei femminielli. A Napoli un tempo venivano fatte delle cerimonie, come dei rituali – i figli appena nati, per esempio, venivano messi tra le braccia dei femminielli perché si pensava che portassero fortuna. Non so se viene fatto ancora, però da un punto di vista popolare sono figure ancora sentite. Sono figure metamorfiche, inserite nel tessuto culturale della città, soprattutto del centro storico. È come se appartenessero a un’altra dimensione, si dice portino fortuna: ogni luogo di Napoli ha la propria divinità pagana e il centro ha i femminielli, tra le altre».

Uvaspina di Monica Acito: origine del titolo

Di nuovo sull’infanzia. So che ha cominciato a fumare a nove anni, e che la faccenda è legata all’uvaspina – il frutto da cui prende nome il libro.

«Sì, primo tiro a nove anni. Le fumavo sotto una rupe dietro le chiesa in cui mi mandavano a catechismo, tornando a casa, masticavo un mucchio di Big Bubble per nascondere l’odore. E sì, la faccenda è legata all’uvaspina: è stato allora, infatti, che ho scoperto quel frutto – ed è stato allora che mi si è incastrato in testa. A causa di quelle sigarette avevo spesso una tosse orrenda, così mio padre, per prendermi in giro – ché sapeva fumassi -, mi portò da una donna che curava la gente con piante, erbe, radici. Fu lei a preparami una sorta di decotto a base di uvaspina, dicendomi che quella pianta serviva a guarire i dolori – la si spremeva e faceva star bene gli altri».

Come mai quel frutto le rimase tanto impresso?

«Perché, come l’uvaspina, certe persone sembra che esistano solo per alleviare i dolori degli altri. All’inizio del romanzo, Uvaspina e Minuccia mi hanno ricordato i fratelli di Trilogia della città di K. La simbiosi, il rapporto viscerale dei corpi così intrecciati, questa fisicità incredibilmente manifesta. Nel loro toccarsi c’è sempre una tensione, mai incestuosa ma spesso soffusa di un certo erotismo, che li fa poi scontrare. È un rapporto viscerale, il loro, ed è calcato su quello che ho con le mie sorelle».

Uvaspina. Il suo destino è di lasciarsi spremere, abbandonarsi a mani conosciute e sconosciute

Se il suo è un romanzo di formazione, la crescita, secondo lei, deve passare per la sopportazione? O meglio, crede che imparare a sopportare sia crescere?

«La crescita, la formazione di Uvaspina è sicuramente mediata da un senso di sopportazione che gli viene imposto dalla madre – sopportazione innanzitutto della sorella, che è una trottola che gira sempre e sbatte ovunque facendo male a chi ha attorno. Sopporta, bell’e mammà, gli dice sempre la Spaiata, e lui con questo mantra cresce senza neanche rendersene conto. È una scelta obbligata, la sua. Io, invece, credo che nella vita non si debba mai arrivare a questa sorta di martirio, qualcosa che è quasi cristologico. Penso, piuttosto, che imparare ad amarsi sia più importante per crescere».

Acito, l’ultima domanda – la faccio sempre, questa. Ha settant’anni: dove si trova e con chi, cosa sta facendo?

«Sarò sicuramente una di quelle vecchie eccentriche che stanno molto da sole. Starò fumando una sigaretta, non sarò andata a messa e forse sarò nella villetta che sogno di comprare da sempre, a Posillipo. Avrò il rossetto rosso, avrò tra le mani un libro, un libro che non mi immagino, e non so se mi sarò sposata. Ad ogni modo, dovessi averlo fatto, so già che per primo a schiattare sarà lui: di questo sono certa».

Mattia Insolia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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