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Installazione Numen For Use, dettaglio
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Il collettivo che non vuole lasciare i Balcani – intervista ai Numen/For Use

Numen/For Use è il collettivo di designer nato nella Croazia del dopoguerra si racconta, tra architettura effimera e scenografie teatrali – dalla Design Week allo stage design per Richie Hawtin

Dai conflitti nei Balcani al Fuorisalone – intervista ai Numen/For Use 

Negli anni Novanta quella che oggi è l’ex Jugoslavia non era il luogo ideale dove passare gli anni dell’università. La guerra si allargava a macchia d’olio tra i suoi territori. È però lì, in quel periodo, che spostandosi da un Paese all’altro per sfuggire al conflitto si sono incrociate le strade di due aspiranti designer: Sven Jonke e Nikola Radeljković. Il primo, originario di Brema, si era trasferito in Croazia per studiare. Aveva incontrato Radeljković, nato a Sarajevo ma poi scappato per la guerra. Qualche anno dopo anche sul territorio croato scoppia la lotta armata. Jonke va a Vienna, dove conosce Christoph Katzler. Poi lo presenta a Radeljković. 

Oggi li conosciamo come i fondatori di Numen/For Use, collettivo che dal design industriale degli esordi si è allargato fino alla scenografia teatrale e alla progettazione di spazi e alle installazioni, come quella che durante l’ultimo Fuorisalone a Milano ha abitato il cortile interno di Palazzo Clerici, in collaborazione con Porsche. Moduli di metallo hanno fatto da base a un intreccio di reti in bianco e nero che salivano verso l’alto, creando uno spazio sospeso dove i visitatori potevano arrampicarsi. C’è chi chiama i Numen/For Use designer concettuali.

Numen/For Use – la Croazia del dopoguerra e Giulio Cappellini

La guerra d’indipendenza in Croazia finisce nel 1995. Il Paese diventa la base per il collettivo. «La nostra era la seconda generazione di studenti dell’Università del design. Eravamo pionieri in un certo senso. C’erano molti colleghi e architetti validi anche ai tempi della Jugoslavia, ma poi la guerra aveva cambiato tutto. Le vecchie aziende jugoslave erano morte, tutto doveva essere ricostruito dal principio. E la figura del designer non era presa davvero sul serio. Più che altro si mandava gente a Milano per vedere cosa succedeva e poi la si riportava in patria con gli sketch che erano stati realizzati», ricorda Sven Jonke.

Anche loro passano da Milano. «Negli anni ’90 c’è stato un gran cambiamento in Italia. Si è aperta ai designer da tutto il mondo, mentre durante il decennio precedente era più chiusa e guardava verso se stessa. Così sono arrivati Tom Dixon, Morrison, Grcic. Noi volavamo un po’ sotto la loro ala. Ricordo che nel 1997 siamo venuti in Italia su un camioncino pieno di prototipi. Siamo andati alla Fiera e li abbiamo mostrati a Giulio Cappellini – era come se fossimo una brigata guerrigliera – e lui li ha presi: eravamo in paradiso»

For Use – Zagabria, le feste e Richie Hawtin

Il collettivo decide però di rimanere fisso in Croazia. «Avevamo un Paese completamente nuovo, bisognava ripartire da zero, costruire le cose. E fu molto più interessante che trasferirsi da qualche parte dove c’era già un establishment». Carta bianca. Ai tempi, si chiamavano soltanto For Use, evocando il rigore e l’utilitarismo del prodotto di design. I riferimenti erano quelli di inizio secolo: la Bauhaus, Malevich, il Costruttivismo russo, l’America del dopoguerra. Rothko, Mies Van Der Rohe, James Turrell, Sol LeWitt, l’astrattismo europeo.

Mentre dall’Italia continuavano ad arrivare commissioni, Jonke, Radeljković e Katzler rafforzavano il legame con la Croazia, che non lasceranno mai. Ancora oggi Zagabria è la loro sede principale, insieme a Vienna. Prima del nuovo millennio il gruppo si espande nel numero – accogliendo altri due graphic designer, Jelenko Hercog e Toni Urodam – e nei contenuti: entrano nei club e nella scena underground della capitale croata. Al design puro si accosta la direzione artistica di feste ed eventi di musica elettronica. Jonke: «La storia si sta completando adesso. Stiamo collaborando con uno dei nostri idoli del tempo. Plastikman, il signor Richie Hawtin, ci ha chiesto di lavorare allo stage design del suo prossimo tour».

Numen-For Use
Numen-For Use a Palazzo Clerici

Numen – la filosofia kantiana e il teatro, dall’Inferno di Dante a Kakfa

Nel 1999 arriva una nuova opportunità che traccia la strada futura per il collettivo: allestire e dirigere artisticamente il 34esimo Salone di Zagabria. Nuova era, nuovo nome. «Abbiamo iniziato a lavorare nelle gallerie e abbiamo abbandonato ‘For Use’ per chiamarci Numen – un rimando al noumeno nella filosofia di Kant – per allontanarci da una visione legata solo al prodotto», spiega Jonke. Anche se, in realtà, dopo una pausa la produzione industriale riprende: nel 2005 fondano il brand ELEMENT, partnership con un rivenditore croato di mobili che punta sull’uso del legno massello della quercia di Slavonia. La scelta finale ricade così sul doppio nome-manifesto utilizzato ancora oggi: Numen/For Use, a seconda del progetto.

Nel mentre – era il 2004 – un’altra chiamata cambia la strada percorsa dal collettivo. A far squillare il telefono è il Teatro María Guerrero di Madrid. La richiesta è di curare la scenografia per la rappresentazione dell’Inferno dantesco, nella direzione di Tomaž Pandur. I Numen/For Use costruiscono la rappresentazione fisica della quarta parete, il muro immaginario che in teatro separa attori e pubblico. I primi andavano in scena dentro una scatola di specchi. Da fuori erano visibili, ma loro non potevano vedere il pubblico. Quello fu solo l’inizio. Oggi hanno curato una cinquantina di scenografie teatrali. Molte volte lo hanno fatto ancora per Pandur (morto nel 2016), come per l’Amleto al Matadero di Madrid o per la Medea al Festival Internacional de Teatro Clasico de Merida, entrambi nel 2009. Altre volte per altri: la Cenerentola di Robert Waltl al Teatro Tresnja di Zagabria, il Castello di Kafka nella versione di Janusz Kica per il Teatro nazionale sloveno di Ljubljana, il Rigoletto di Verdi reinterpretato da Miguel Del Arco al Teatro Real della capitale spagnola.

Dal teatro alle installazioni – tra funzionalità e architettura speculativa

«Dal teatro – spiega Jonke – prendiamo ispirazione e poi la trasferiamo in qualcosa che può essere ospitato in una galleria. Lo abbiamo capito subito quando abbiamo lavorato all’Inferno. Abbiamo creato uno spazio, che era molto più interessante da dentro, dove il pubblico non poteva entrare».  Da qui in un certo senso è nata l’esperienza delle installazioni, che siano in galleria o in spazi aperti: «Siamo molto interessati all’architettura effimera. In un certo senso spesso siamo dei parassiti, ci attacchiamo a strutture già esistenti e lavoriamo con costruzioni leggere. Per ottenere il massimo da un materiale ed essere il più leggero possibile bisogna ascoltarlo e capire le opportunità che ti offre. Noi cerchiamo di deformarli fino a renderli abbastanza rigidi da permettere alle persone di camminarci sopra, li tiriamo finché non diventano così forti da poter reggere i visitatori».

Spesso le installazioni dei Numen riempiono i luoghi che le ospitano aprendosi all’interazione con il pubblico. Un’influenza dell’esperienza a teatro? Non proprio: «È più che altro qualcosa che viene dalla nostra formazione di designer industriali, potremmo dire una sorta di prolungamento della mobilia. Spazi con un interno. Abbiamo anche lavorato a progetti nelle lobby di alcuni hotel: per noi l’utilizzabilità di quello che creiamo è sempre un elemento predominante. Dall’altra parte puntiamo sull’architettura speculativa, alla ricerca di spazi utopici alternativi che possano fungere da prototipi per il futuro e che permettano di approcciare realtà differenti».

Lines of Flight – l’installazione dei Numen/For Use durante il Fuorisalone per Porsche

Così è stato anche per Lines of Flight, l’opera ospitata da Palazzo Clerici durante l’ultima Design Week a Milano, fulcro di The Pattern of Dreams, quinta tappa dell’iniziativa itinerante di arte e design The Art of Dreams di Porsche. All’evento di apertura i coreografi olandesi Marne e Imre van Opstal hanno danzato all’interno della struttura, prodotta da Protostoria – brand croato di mobili che da lungo tempo collabora con i Numen/For Use.

L’installazione si basava su un sistema di celle metalliche. Sopra, in tensione, una rete trasparente bianca e nera, simile a una colonia di ali. La struttura portante è diventata modulare, moltiplicando il motivo ispirato da Pepita, motivo visto per la prima volta nella Porsche 356 e poi nella 911. «Lo abbiamo analizzato e ci siamo chiesti quale fosse il motivo del suo successo. È perché ruota intorno a un inganno visivo: è fatto di tre forme quadrate, in bianco e nero, di cui una è a strisce. Attraverso questa si ottiene una sorta di elemento volante: il reticolo rigido diventa dinamico, creando un’anomalia che libera i disegni dalla loro struttura. Noi ci abbiamo visto uno stormo di uccelli».

Numen/For Use

Il collettivo Numen/For Use è fondato da Sven Jonke (Brema, 1973), Christoph Katzler (Vienna, 1968) e Nikola Radeljković (Sarajevo, 1971). Verso la fine degli anni ’90 iniziano a lavorare con base in Croazia come designer industriali, poi si allargano alle scenografie teatrali e alle installazioni. 

The Art of Dreams – Porsche a Palazzo Clerici
The Art of Dreams – Porsche a Palazzo Clerici
Installazione Numen For Use, dettaglio
Installazione Numen For Use, dettaglio
Lines of Flight – l’installazione dei Numen-For Use durante il Fuorisalone per Porsche
Lines of Flight – l’installazione dei Numen-For Use durante il Fuorisalone per Porsche

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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