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Alessandro Furchino Capria, Paradigm
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Stiamo sprecando Internet: può essere internet un luogo inclusivo? Le Open Source

L’analista dei media Antonio Pavolini e la studiosa di etica delle tecnologie Diletta Huyskes spiegano i rischi della Rete, l’inclusività di internet, l’era del tecno-determinismo – AI, big tech e interessi privati ne hanno cambiato l’utilizzo

Antonio Pavolini, Stiamo sprecando Internet

I maggiori investitori e imprenditori in campo tecnologico e informatico appartengono ancora alla vecchia generazione, che non è in grado di accogliere e gestire il cambiamento. «Il risultato è il moltiplicarsi delle voci di chi più o meno implicitamente propone di chiudere Internet, o quantomeno consegnarne le chiavi agli antichi padroni del vapore», si legge nel saggio di Antonio Pavolini Stiamo sprecando Internet – la riscoperta possibile di uno spazio pubblico digitale (2023, Franco Cesati Editore), arrivato finalista al Premio Saggistica della Comunicazione 2023.

L’operazione di delegittimizzazione continua di Internet a cui assistiamo oggi è portata avanti dai media tradizionali. «I media hanno paura della diversità e di scoprire che le persone possano avere accesso a dettagli e informazioni prima nascosti. Il potere rivelatore e libertario della Rete, soprattutto quella ‘open’ (libera, ndr), terrorizza i media».

Antonio Pavolini: ecco come stiamo sprecando internet

Con il talk di Antonio Pavolini sul ruolo e l’uso che facciamo di Internet, venerdì 7 luglio si è chiusa a Roma Bring Forward. Parole dal futuro, la rassegna del Quasar Institute for Advanced Design (QIAD) dedicata al futuro. Pavolini è un analista dell’industria dei media, podcaster e autore. È impegnato da diversi anni nell’esplorazione dei nuovi trend e modelli di business della transizione digitale, durante la quale ha collaborato con università ed enti di ricerca internazionali. 

Il modello di Internet: una replica di quello dei media tradizionali

Per Pavolini tutte le storture, le chiusure e le manipolazioni dei media preesistenti sono state replicate nella Rete, per di più accelerate e potenziate dalla pervasività della nuova infrastruttura, perché non sono cambiate le persone che detengono il potere di questi mezzi. 

Già con Unframing – come difendersi da chi può stabilire cosa è rilevante per noi (Ledizioni, 2020), Pavolini invitava gli utenti a fruire dei mezzi di comunicazione in modo più libero, senza imposizioni dall’alto. Mentre, in Oltre il rumore. Perché non dobbiamo faci raccontare Internet dai giornali e dalla tv (Informant, 2016)  raccontava della reazione scomposta dei media tradizionali di fronte all’avvento di Internet e dei social media. 

Il modello economico dei media digitali 

«Il modello economico dei media digitali e delle piattaforme online è una replica di quello dell’ecosistema dei media degli anni Ottanta e Novanta, fondato sul presidio dell’attenzione all’interno di un circuito chiuso. Anche se oggi si opera in un mondo che teoricamente sarebbe aperto, come Internet, gli operatori del settore si comportano continuando ad applicare le stesse formule, perdenti, degli anni passati. Un modello, oltre tutto, largamente utilizzato in Italia: se paragoniamo i media che dovevano salvare la democrazia occidentale a un cancro, l’Italia è sicuramente la metastasi più avanzata».

Il dibattito polarizzato a cui assistiamo sui social e sul web oggi si era già affermato negli anni Ottanta con l’esplosione delle televisioni commerciali: «Alzare il livello della tassonomia del tollerabile, vederlo sdoganato e identificato anche come un simbolo di potere testosteronico, tutto questo imbarbarimento è il risultato di scelte ben precise che hanno formato per vent’anni un’intera generazione, quella dei Boomer. Il mondo di oggi è il risultato di queste operazioni».

La Rete come il Luminol: mostra tutti i nostri difetti

Con Stiamo sprecando internet – che è anche il nome della sua newsletter – Pavolini scatta quindi un’istantanea di questo momento storico, in cui «Pensavo avessimo finito di dare la colpa per tutto a Internet. Populismo, superficialità, dilettanti al potere: oggi la causa di ogni problema viene ricondotta alla Rete», spiega l’autore. 

«Chi muove queste accuse però – continua – si pone automaticamente dalla parte del giusto, giudicando la situazione da una posizione privilegiata. In realtà, Internet, come uno specchio, ci sta mostrando che siamo noi, anche chi giudica e si crede superiore, quelli ignoranti, sessisti, superficiali, populisti. Ed è tutta colpa nostra».

Mafe De Baggis in #Luminol. La realtà rivelata dai media digitali (2018) ha utilizzato una metafora molto efficace per spiegare il ruolo che svolge la Rete oggi, paragonando Internet al Luminol, il liquido che si usa sulla scena del crimine per far emergere eventuali tracce di sangue, invisibili a occhio nudo.

«Chi ha consegnato internet al modo di ragionare televisivo identitario e tossico che conosciamo è il vero responsabile della dell’imposizione di questi modelli economici che ancora oggi tengono in piedi il sistema. Da noi un visionario come Aaron Swartz, ad esempio, non c’è mai stato – dice Pavolini – Non pretendere a questo punto che i ragazzi si comportino in modo diverso se ciò che il sistema premia oggi sono i contenuti adrenalinici e omologati. Il problema è a monte e risiede nelle scelte industriali dei grandi gruppi editoriali e tecnologici».

La Open Internet come il deserto di Nomadland

Di fronte al processo di crescente privatizzazione degli spazi in Rete e al proliferare di modelli estrattivi o basati sul predominio dell’attenzione, esistono ancora oggi spazi pubblici digitali aperti (Open Internet), dove tutti i contenuti e le applicazioni sono fruibili e sviluppabili gratuitamente, senza alcuno scopo di lucro.

Pavolini paragona la Open Internet di oggi al deserto dove si accampano i girovaghi nel film di Chloé Zaho, Nomadland: «Le big tech e le grandi piattaforme online ci vogliono convincere che questi spazi non esistano, siano ininfluenti e quindi invisibili, ma non è così». Ci sono però delle eccezioni: Wikimedia Foundation, ad esempio, una grande organizzazione no-profit, proprietaria, tra le altre cose, della famosa enciclopedia online Wikipedia, che rappresenta «una minaccia per le big corporation»; e Internet Archive: archivio libero online fondato nel 1996 con lo scopo di conservare siti web. L’obiettivo del progetto consiste tutt’oggi nel fornire l’accesso universale a tutte le conoscenze: «Qui chiunque può pubblicare qualsiasi cosa, leggere la versione digitale di quasi tutti i libri pubblicati negli ultimi vent’anni, recuperare tutti i link rotti e ritrovare i siti che sono stati abbandonati o chiusi».

Per scoprire queste realtà Pavolini consiglia di non usare mai Internet a caso, senza uno scopo ben preciso: «Non si dovrebbe mai aprire il telefono lasciandosi guidare passivamente dai suggerimenti o dai contenuti proposti dagli algoritmi, proprio come quando si fa zapping con il telecomando, ma scegliere sempre autonomamente. Meno ‘discovery’ (ricerca passiva, ndr) e più ‘search’ (ricerca attiva, ndr) quando siamo online», scrive nel libro l’autore.

Le nuove generazioni sono più brave a fare debunking

Pavolini ripone molta speranza nelle nuove generazioni, che ritiene maggiormente consapevoli dei rischi, dei linguaggi e dei meccanismi delle piattaforme rispetto a quelle precedenti: «Le nuove generazioni sono molto più brave di noi a fare debunking e a non cadere nelle bufale. Inoltre, giocano in modo più consapevole con la loro performatività: non si prendono troppo sul serio. Sotto questo punto di vista, i media tradizionali avrebbero molto da imparare da loro».

Per contrastare lo strapotere delle big tech e non soccombere all’economia dell’attenzione è quindi necessario «Ripopolare la Open Internet, partecipando a progetti per quanto possibile decentrati, che non rispondono alle regole del mercato, o quantomeno dell’attuale mercato dell’attenzione», scrive Pavolini in Stiamo sprecando internet. Un modo alternativo di utilizzare la Rete che «può aiutare molti di noi a comprendere quanto sia necessario difendere, abitare, rendere sempre più accessibile anche lo spazio pubblico fisico. Ed è precisamente questo che qualsiasi interesse privato prova tutti i giorni a farci dimenticare».

Francia: la stretta sui social media per evitare le rivolte, un pericolo per la democrazia

Dopo le violente proteste in Francia per la morte del diciassettenne Nahel a Nanterre, banlieue a nord-ovest di Parigi, il governo francese, su direttiva del presidente Emmanuel Macron, sta valutando la possibilità di limitare l’accesso ai social media per impedire alle persone sospettate o ritenute pericolose di organizzare nuove rivolte utilizzando questi strumenti. 

Diverse associazioni e attivisti per i diritti umani hanno criticato duramente la decisione del governo francese, parlando di limitazione delle libertà fondamentali dei cittadini francesi e di bavaglio alla libertà di espressione.  

Diletta Huyskes è responsabile del dipartimento Advocacy & Policy di Privacy Network

Diletta Huyskes è responsabile del dipartimento Advocacy & Policy di Privacy Network, associazione no-profit che dal 2018 promuove la cultura della privacy e un uso responsabile della tecnologia. «I social sono l’ultimo, più nuovo e probabilmente più ampio modo che permette di aggregare e far incontrare le persone. I gruppi politici, gli attivisti e addirittura i terroristi si incontrano senza bisogno di Internet, anche solo nei bar. Il fatto che possano entrare in contatto e organizzarsi online non significa niente: potrebbero farlo e lo farebbero comunque, anche senza l’utilizzo dei social», spiega Huyskes.

«Quando ci furono le proteste, in larga parte pacifiche, ma anche con notevoli eccessi di violenza, durante la Primavera araba, a quei tempi il governo autoritario ci sembrava il carnefice e chi protestava le vittime – aggiunge Antonio Pavolini – Si diceva che Twitter era diventato un abilitatore della democrazia. Oggi che il social con l’uccellino azzurro è in mano a Elon Musk, è diventato il male. Questo perché giudichiamo i social come Twitter in base al ruolo che svolgono, come se fossero degli esseri viventi, e non in base all’uso che viene fatto dagli iscritti».

La possibilità per le persone di potersi aggregare e organizzare online rappresenta anche un’arma a doppio taglio, ma non per questo dovrebbe essere ostacolata. «Questa funzione della Rete ha dei risvolti positivi, come nel caso delle donne in Iran, che sono riuscite ad organizzarsi per le proteste grazie all’utilizzo dei social media. Ci sono esempi positivi che vanno protetti. A prescindere da questo – continua Huskyes – in una democrazia non si può pensare di limitare un servizio, peraltro privato, che non ha niente a che fare con il governo, per evitare alle persone di organizzarsi. Oltretutto, il dissenso politico in democrazia è un diritto, e per questo, va tutelato».

Intelligenza artificiale: una narrazione catastrofista figlia del tecno-determinismo

Negli ultimi tempi i media tradizionali stanno portando avanti una demonizzazione dei social media e dell’intelligenza artificiale, tratteggiando i contorni di un futuro apocalittico per l’umanità. Diversi esperti, tra cui Antonio Pavolini, parlano di ‘tecno-determinismo’, ovvero una filosofia di pensiero che tende a «ricondurre effetti complessi (come quelli prodotti in una società) a un’unica causa semplice, l’innovazione tecnica» – scrive Pavolini – spostando il focus e le responsabilità dagli esseri umani, che sono dietro alla progettazioni delle piattaforme tech, alle macchine.

«Il determinismo – spiega Huyskes – è stato introdotto come concetto riferito alla tecnologia da studiosi, economisti e scienziati sociali, tra cui Karl Marx, già nell’800. Proprio Marx è stato forse il primo tecno-determinista della storia perché, volendo o meno, ha introdotto l’idea per cui la tecnologia e la sovrastruttura di cui la tecnologia fa parte sarebbero la causa dei cambiamenti sociali. Quindi, per fare un esempio, all’introduzione di un mulino o di una nuova tecnologia sul posto di lavoro, cambia il tipo di lavoro e cambia il rapporto tra lavoratori e capitalisti. Col tempo – continua – abbiamo scoperto, grazie alle teorizzazioni di tanti altri filosofi e sociologi, che non è la tecnologia a determinare la società. È anzitutto la società a determinare la tecnologia che poi, a sua volta, determina e influenza la società. Questo è un passaggio fondamentale che ci stiamo totalmente dimenticando in questa fase». 

Nel coro dei pessimisti sull’impatto dell’IA (Intelligenza Artificiale) sull’umanità figurano anche voci autorevoli, come quella di Eric Schmidt, ex Ceo di Google, secondo il quale l’intelligenza artificiale potrebbe comportare rischi per l’esistenza umana, arrivando addirittura a danneggiare o uccidere molte persone. Anche per Mo Gawdat, ex dirigente Google, l’IA di ultima generazione sarà simile a un Dio che potrebbe portarci all’apocalisse.

«In questo momento i media stanno portando avanti una narrazione catastrofica rispetto all’intelligenza artificiale, riportando acriticamente dichiarazioni di Ceo e ingegneri della Sylicon Valley, che hanno tutto l’interesse commerciale a contrastare – sottolinea Huyskes. Vogliono presentarsi come eroi o salvatori, così da accentrare ancora di più il potere sui loro prodotti e sulle loro compagnie aziendali. Si tratta di uno spostamento di responsabilità: stiamo antropomorfizzando le tecnologie e i modelli di IA (artificial intelligence, ndr), dicendo che sanno fare e dire cose, che ci stanno superando dal punto di vista cognitivo, affidandogli un potere e un’autorità che in realtà non hanno».

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini è un analista dei media digitali. Tra i primi podcaster e blogger italiani, è impegnato da diversi anni nell’esplorazione dei nuovi trend e modelli di business della transizione digitale nel settore dei media. Autore e conduttore di trasmissioni radiofoniche su questi temi, collabora con università ed enti di ricerca internazionali come il Fraunhofer Institute for Open Communication Systems. Ad aprile 2023 è uscito il suo ultimo libro: Stiamo sprecando internet (2023), edito da Franco Cesati Editore, che è anche il nome della sua newsletter.

Diletta Huyskes

Diletta è la responsabile del dipartimento Advocacy & Policy di Privacy Network. Dopo una laurea in Filosofia e un master in Philosophy, Politics and Economics, è ora una dottoranda in Sociologia Digitale all’Università degli Studi di Milano. Prima ha lavorato presso la Fondazione Bruno Kessler come assistente ricercatrice sul tema dell’etica e la protezione dei dati nei processi di innovazione digitale. Studia l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie da una prospettiva etica e politica, concentrandosi sulle disuguaglianze soprattutto di genere e l’uso di algoritmi e software per automatizzare i processi decisionali nella sfera pubblica.

Bring Forward. Parole dal futuro

Ideata e curata da Paolo Casicci, giornalista, content curator e docente del QIAD e Luna Todaro, Ceo e direttrice didattica del QIAD, la rassegna di quattro incontri con ospiti di rilievo internazionale ha preso il nome da un comando dei principali software di progettazione che serve a portare “in primo piano” le geometrie. Bring Forward. Parole dal futuro punta a ristabilire un equilibrio nella narrazione degli scenari verso cui l’umanità va incontro, in un’ottica non apocalittica, come diffusa da gran parte dei media, ma anche e soprattutto propositiva.

Alessandro Mancini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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