Archizoom Associati, Superonda, divano, Poltronova_ photo Dario Bartolini, Villa Strozzi, 1967, courtesy Centro Studi Poltronova Archive
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Gli Archizoom, il design radical e l’Antimoda – cosa ci dicono del presente

Anche gli abiti nella No Stop City degli Archizoom sono portatori di un nuovo habitat per il corpo – architettura della liberazione, no-gender, senza taglie e stagioni

Gli Archizoom: il Dressing Design e Le Mitrie per Coppie – Anni Settanta, la nascita di un movimento antimoda 

1966. L’Arno sta per esondare a Firenze. Un gruppo di architetti – Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello e Massimo Morozzi – sta programmando la mostra Superarchitettura alla Galleria Jolly Due, l’ex deposito di una grosseria di pesce a Pistoia. Nel 1968 si uniscono a loro Dario Bartolini e la sorella di Massimo, Lucia Morozzi, che aveva lavorato come disegnatrice per Ferragamo. Nascono gli Archizoom.

Lucia Morozzi era l’unica del gruppo che sapeva cucire. Durante il suo matrimonio con Bartolini il collettivo sperimenta per la prima volta con l’abbigliamento. Le Mitrie per Coppie, i copricapi con cui gli sposi escono dalla chiesa imitano e profanano giocosamente i fondamenti storici dell’architettura, come gli scalini marmorei dei templi. Sono oggetti legati ai movimenti di chi li indossa. 

Dispositivi sonori e portatori di coreografie sociali, durante il matrimonio, i super-copricapi degli Archizoom si animavano se avvicinati: quello di Massimo produceva un suono stridente, quello di Lucia una luce. Ancora, Le Mitrie si configuravano come due sculture, oggetti da ambiente intersecabili tra di loro, a formare una specie di ziggurat

Gli Archizoom incontrano Elio Fiorucci – l’antimoda sfila a Mare Moda Capri

Il gruppo di architetti radicali è intercettato da Elio Fiorucci, allora promotore di collezioni di moda sperimentali e anticonformiste, che comincerà a vendere le creazioni Archizoom nel negozio di Galleria Passarella a Milano. Nel 1972 le farà sfilare a Mare Moda Capri. Più che a una sfilata, la collaborazione Fiorucci-Archizoom somiglia a una performance: le modelle corrono con tute sgambate, sulle note di una canzone rock; i capi attraversano la passerella in velocità, e vivono la loro fantasia accelerazionista, dando nulla in pasto agli esperti seduti poco più giù in platea. Fecero scandalo, pure, gli accessori: dei gambali di pelliccia sintetica e lunghe calze irsute con peli di lana colorata, catalizzatrici di una certa atmosfera di rivolta femminista. 

Esperimenti di moda: le tute no gender degli Archizoom decorate con note musicali, forme geometriche e sedie in prospettiva 

Sempre nel 1972, il progetto moda degli Archizoom si concretizza sulle pagine de L’Uomo Vogue, con un editoriale curato da Oliviero Toscani. I bozzetti eseguiti plausibilmente all’inizio del decennio riportano tre varianti di costumi-body unisex, compreso un modello per cani. Centrali nella collezione – e attuali all’epoca – sono le tute intere, decorate con note musicali, forme geometriche e sedie in prospettiva. 

La tuta aveva rappresentato, già a partire dagli anni Venti del Novecento, una costante nei rapporti tra moda e design, incarnando, per tanti versi, un’idea di futuro in cui l’abito sarebbe stato accessibile e facilmente custom, lontano dall’esclusivismo e dalla noia borghese. A caso a disegnare la prima tuta, fu Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, tra le file del movimento futurista fiorentino, in risposta all’inflazione dei prezzi dei beni di prima necessità (come i tessuti per gli abiti da lavoro), e al conseguente aumento nello spreco dei materiali sulla catena di montaggio. Ricavata da un unico pezzo di stoffa di cotone blu, la tuta a forma di T era confezionabile a casa, sulla base delle proprie esigenze. L’assenza di cavallo a vita permetteva uno scarto di tessuto quasi pari a zero, e una piccola cintura di stoffa estraibile la rendeva adatta, dopo il lavoro, anche a delle situazioni più formali. 

Esperimenti come le tute no gender degli Archizoom, o i vestiti-collant di Nanni Strada hanno da rintracciare i loro antecedenti in Thayaht, e, più in generale, nelle avanguardie storiche primonovecentesche, le prime a proporre un’analisi sociale della moda, insieme a un più esteso riavvicinamento dell’arte al quotidiano e alla vita. 

No Stop City: la città utopica e senza fine degli Archizoom 

Anche il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale dà vita a nuove urgenze sociali, risolvibili anche con la progettazione di un abito. In Italia, il problema forse più affrontato da designer, architetti, sovrintendenti e operatori artistici fu quello della ricostruzione. I bombardamenti dello spazio civile stravolsero città come Milano e Roma, riportandole a un grado zero, uno specchio di fondamenta dove i grandi ricostruttori del Dopoguerra proiettarono i loro desideri di una città ideale, e risposero ai problemi di disagio abitativo del tardo capitalismo. Sono di questo periodo teorizzazioni come la New Babylon del situazionista Constant, o la griglia continua di Superstudio. 

La tragedia provocata dall’esondazione dell’Arno, nel 1966, aveva già messo in evidenza l’inadeguatezza abitativa e architettonica delle vecchie case borghesi. Per il collettivo fiorentino, le città del Dopoguerra andavano liberate dalle costrizioni formali dell’architettura, dai monumenti, e dai monoliti permanenti, per sostituire tutti gli elementi durevoli con oggetti di design, interscambiabili, astorici e atemporali, che, negli schizzi preparatori della No Stop City, quasi galleggiano su un piano striato. 

Gli abiti, come gli oggetti della No Stop City degli Archizoom, sono portatori di un nuovo habitat per il corpo. Un’architettura della liberazione, no-gender

La città ‘senza fine’ degli Archizoom si dipana su una maglia di base disegnata a griglia, dove si intersecano parcheggi per auto, case, supermarket, stazioni di benzina e altre strutture, tutte impermanenti, trasportabili con sé in qualunque punto della griglia. Strutture tutte ad appannaggio degli abitanti, sottoposte alle loro decisioni. 

Anche gli abiti, come il resto degli oggetti implicati nella No Stop City, sono portatori di un nuovo habitat per il corpo, di un’architettura della liberazione, e, quindi, no-gender, rivelatori, radicali, senza taglie e senza stagioni. I modelli del Dressing Design diventano i coriandoli che colorano il carnevale di questa nuova città continua, senza centro né confini, senza monumenti e senza storia, come la tuta di Thayaht era stata l’uniforme dell’uomo futurista, dell’uomo in lotta con il passato. 

Iperconsumo: perché il radical design italiano si è interessato agli abiti?

Il secondo contraccolpo lasciato dalla Seconda Guerra Mondiale e dal successivo boom economico è stata l’espansione dei consumi. Il radical design si sviluppa tra le generazioni di neolaureati, che non si riconoscono nella società. Il distacco tra consumatore e filiera produttiva si faceva sentire, con un artigianato e un Made in italy morente, dove le tecniche tradizionali di lavorazione dei tessuti stavano progressivamente scomparendo dietro le grandi produzioni. 

Negli anni Settanta, ripristinare le capacità creative e politiche – ormai sopite – dei singoli consumatori era l’obiettivo dei designer radicali. Franco Albini nei circuiti dei grandi magazzini italiani vendeva abiti al primo stadio, non tessuti ma cartamodelli di stoffa da cui ricavare autonomamente l’abito – collezione P/E 1975. Nanni Strada rifletteva sull’idea di abito-design prodotto senza scarti di materiale e modulabile su tutti i corpi, ed Enzo Mari seminava suggerimenti di auto progettazione per i propri mobili sulle pagine del New York Times e di Paese Sera

Nella No Stop City, come le scelte abitative, neanche quelle di abbigliamento potevano essere imposte ai cittadini

Bisognava, per gli Archizoom, lasciare una certa autonomia, una certa possibilità di autoprogettazione dell’abito al consumatore, eliminando tutte quelle procedure complicate proprie del processo industriale, che avevano allontanato l’individuo dalla progettazione della propria immagine e di un proprio abito. 

Con la cassetta degli attrezzi Do It Yourself, presentata per la prima volta nel 1973, alla XV Triennale di Milano, il consumatore non aveva più bisogno del produttore. La scatola di montaggio apriva alla realizzazione di un sistema di indumenti partendo da un’unità di base, un quadrato di cotone 70×70 cm, che poteva essere assemblato da casa mediante cuciture in piano e quindi, essenzialmente, senza scarti di tessuto. Vestirsi per Archizoom diventa un’attività creativa, quasi scultorea, dove per ognuno è facile progettare la propria immagine. 

La radicalità dell’antimoda, oggi – le mancanze del Pensati libera e la Fashion Week di settembre 2023

Oggi, come allora, le criticità sociali si manifestano anche nella moda. Rivendicazioni femministe che si trasformano in body positivity, povertà e sottoculture spettacolarizzate in campagne fotografiche come quelle di Acne Studios. I semi di quelle radicalità che abbiamo esplorato, persistono in alcuni luoghi della moda contemporanea. Per capire dove si cela l’antimoda, dobbiamo, però, prima passare per una sua rinnovata definizione e capire cosa, invece, non è antimoda. L’antimoda non è uno statement sul presente.

‘Pensati libera’ manca di humour intellettuale; descrive un problema senza immaginare una possibile via di rinascita. L’ultima sfilata di AVAVAV alla Milano Fashion Week è stata segnalata come sovversiva. Un assetto performativo, dei capi scarni e una meta-critica al sistema della moda. Non basta far sfilare le preoccupazioni.

C’è chi fa entrare il pubblico nel processo decisionale, che fa immaginare un futuro nel quale le sfilate smettono di essere monodirezionali e cominciano a essere partecipate. Sunnei per presentare la sua collezione primavera estate a Milano ha trasformato il pubblico in giudici dei look. Il brand palestinese Trashy Clothing a Palazzo Giureconsulti ha portato in scena la memetica, la tradizione del Tatreez, il ricamo palestinese che non è solo ornamento, ma è un mezzo di comunicazione non verbale, portatore di messaggi di denuncia politica e sociale. 

Alessia Baranello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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