Daniel Rochè, Politician, immagini pubblicate sul numero 25 di Lampoon
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Perché rileggere il Manifesto per la soppressione dei partiti politici di Simone Weil ottant’anni dopo

80 anni dal Manifesto per la soppressione dei partiti politici di Simone Weil – la crisi della democrazia rappresentativa e la distanza dei partiti dalla società in conversazione con la filosofa Viola Carofalo

Nel 1943, nel breve trattato Manifesto per la soppressione dei partiti politici, la filosofa francese Simone Weil sosteneva che gli organi rappresentativi sono organizzazioni verticistiche che perseguono interessi particolari. Sono capaci di fabbricare passioni collettive, al fine di accrescere le proprie fila, ma finiscono con il trasformarsi in organizzazioni gerarchiche e autoritarie, venendo meno al concetto ideale di bene comune.
In Italia sono più di trent’anni che si parla di una crisi della democrazia rappresentativa e il dato sull’astensionismo registrato nelle ultime elezioni politiche (oltre il 36%), lo testimonia.

Lampoon intervista Viola Carofalo, autrice del saggio Pensare in tempo di sventura. Saggio sulla filosofia di Simone Weil

«La causa della crisi della democrazia rappresentativa credo vada letta da varie prospettive – osserva Viola Carofalo – La prima è sicuramente una disaffezione rispetto a una rappresentanza. E anche Weil individua questo tema e quello che intuisce è molto attuale: quando i partiti politici si mettono al servizio di interessi privati e non della giustizia, e quindi non della giustizia per gli ultimi, dei più oppressi ma sono soltanto strumento di propaganda, anche la possibilità della partecipazione si rovescia in passivizzazione e in realtà io credo che sia proprio questo il tema da affrontare oggi. Perché siamo diventati disinteressati e passivi? Perché abbiamo la sensazione di non poter trasformare le cose. Né con gli strumenti della rappresentanza né, talvolta, con una politica attiva che però mi sembra abbia ancora molte speranze e possibilità di cambiare le cose».

L’astensionismo è un diritto, ma anche un problema

Ma se più di un terzo dei cittadini non va a votare, ci troviamo davanti a un diritto esercitato o a un problema?

«L’astensionismo è sia un diritto che un problema. Mi sembra detestabile l’impostazione di chi ritiene che chi non vota sta semplicemente venendo meno a un suo dovere civico e che sia qualcuno che non ha a cuore gli interessi della comunità. Più probabilmente chi non vota è chi è stato abbandonato, lasciato indietro, chi non vede una coincidenza tra la partecipazione politica e la concreta possibilità di modificare gli aspetti più gravosi della propria esistenza. Quindi non votare ha a che fare con il diritto di esprimere il proprio disappunto, ma è anche un problema perché l’allontanamento e la passivizzazione degli individui investono poi l’intera vita sociale».

La politica è sporca e brutta, è vero, ma ne serve di più

Simone Weil, nella sua aspra critica, afferma che il primo e unico fine di qualsiasi partito è la sua crescita materiale, fatta di nuovi membri, elettori, denaro. Questo vale anche oggi?

«Guardando alla politica attuale e alla stragrande maggioranza delle formazioni partitiche, è molto difficile non essere d’accordo con Simone Weil. Quello che però secondo me è importante precisare è che a volte queste affermazioni di Weil e, più in generale, il suo scritto sulla soppressione dei partiti politici, vengono utilizzati per fare apologia del distacco dalla politica, oppure, peggio ancora, per dire che la politica è brutta, sporca e che quindi non dovremmo farci coinvolgere. Quello che in realtà Weil dice – a mio parere – è l’esatto opposto: lei non vuole meno politica, ma ne vuole di più».

«È anche per questo che Weil pensa alle piccole comunità, ai temi dell’autogestione, e immagina una politica più attiva, che tenga al centro valori veri e non il tentativo di perseguire degli obiettivi puramente opportunistici. Quindi va bene utilizzare la critica di Weil ai partiti, ma ricordando che questo non è un invito a chiudersi nella privatezza della propria esistenza ma, anzi, a occuparsi della comunità in maniera ancora più partecipativa e attiva».

Ma allora come occuparsi della res publica senza far parte di un partito politico e senza esserne strumentalizzati?

«In realtà sembra proprio che i movimenti più efficaci e partecipati non solo nascano e vivano fuori dai partiti politici ma a volte quasi li respingano, li escludano. Mi riferisco in particolare ai movimenti ambientalisti o ai movimenti femministi. Ovviamente questa è una reazione perfettamente comprensibile e per tanti versi sana e di autotutela. Esiste però un rischio dietro a questa attitudine, quello di disperdere la forza di queste lotte che, al di là di grandi appuntamenti e di grandi momenti di piazza, possono perdere di efficacia se non trovano sedimentazione in un livello organizzativo ulteriore capace di raccogliere appunto le vittorie e le esperienze che in questi momenti di mobilitazione si fanno».

Chi ha il potere spesso ha causato i problemi e non ha interesse a trovare le soluzioni.

«Esiste poi un secondo rischio – e in questo ho paura però che pesi forse la mia appartenenza generazionale e quindi una mia non comprensione della natura di questi movimenti – ed è quello di chiedere a qualcun altro di cambiare le cose, di non prendersi la responsabilità dell’azione politica e trasformativa. Spesso diciamo ai potenti: “guardate cosa avete combinato, guardate cosa avete fatto, il mondo è al collasso, l’ingiustizia è dilagante, adesso dovete rimediare” quando invece credo che questo invito dovrebbe essere prima di tutto rivolto a noi stessi come individui. Bisognerebbe evitare di individuare in chi il potere ce l’ha già, chi può trovare le soluzioni, perché probabilmente, essendo anche chi ha causato i problemi, non ha nessun interesse o voglia a farlo».

La sfiducia degli italiani in numeri

Secondo l’’ultimo Rapporto Istat del 2021,  la fiducia degli italiani nei confronti dei partiti politici su una scala da 0 a 10 è ferma a 3,3. Tuttavia abbiamo un proliferare di partiti e aspiranti premier. «Credo che non sia un controsenso se ascoltiamo quello che dice Weil: se i partiti sono diventati un modo per perseguire i propri interessi allora è ovvio che proliferino».

I social in campagna elettorale

Dall’ormai semi obsoleto Facebook a Tik Tok come ultimo campo di battaglia, l’utilizzo dei social in campagna elettorale fabbrica soltanto passione collettiva?

«Immagino che questa domanda derivi dalla idiosincrasia di Weil per la propaganda. Weil in effetti ci dice che le passioni collettive sono molto pericolose perché oscurano la ragione. E dice anche che più si è impoveriti, immiseriti, più la società finisce per separarti dagli altri, individualizzarti. In questo senso però io penso che sebbene i social siano uno strumento che si basa su alimentare l’indignazione un giorno per un tema un altro giorno per un altro senza mai leggere in maniera critica e profonda la realtà, è anche vero che non sono da demonizzare. Sono andati a sostituire altri mezzi di comunicazione e hanno un vantaggio, e cioè di poter essere quantomeno utilizzati da tutti, di non essere soltanto appannaggio di chi il potere ce l’ha già. I social sono uno strumento pericoloso come tutti gli strumenti potenti, ma sono anche uno strumento democratico».

Il sogno di Simone Weil: la politica attiva e la concretezza dei bisogni

La messa al bando dei partiti politici e la creazione invece di circoli in stato di fluidità può essere una soluzione concreta e auspicabile per la politica del futuro? «Concreta non lo so, auspicabile forse sì nella misura in cui si tenda  sempre ad un’integrazione tra alto e basso, cioè tra rappresentanza e partecipazione politica diretta. Dopo tante delusioni bisognerebbe immaginare – citando Pasolini – che la bandiera rossa ridiventi straccio e che gli ultimi possano tornare a sventolarla. La sinistra dovrebbe poter rinascere dalle sue radici: la politica territoriale attiva, le questioni sociali, la difesa dei diritti, la giustizia ambientale.

Se vogliamo uscire dalla strettoia per cui il partito è soltanto uno strumento per realizzare ambizioni personali dobbiamo ripensare al partito – e al sindacato – nelle loro funzioni di messa a servizio: devono essere immediatamente utili, ascoltare, rispondere alle necessità – vecchie e nuove – di chi si rivolge a loro. Mi sembra che su questo abbiamo molto da sperimentare e da imparare dai movimenti femministi, ambientalisti, ma anche da chi quotidianamente si dedica a pratiche mutualistiche. In poche parole, dalla politica attiva e dalla concretezza dei bisogni, entrambe questioni che stavano tanto a cuore anche a Weil».

Viola Carofalo 

Viola Carofalo è nata a Napoli. Ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali e docente di Etica della Comunicazione Interculturale e di Etica interculturale presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Si occupa in particolare dei temi dell’etica, del riconoscimento, del conflitto e della costruzione dell’identità nei contesti interculturali. Fa parte della redazione delle riviste “Studi Filosofici” e “Scienza&Filosofia”. Nel 2021 ha pubblicato: “Pensare in tempo di sventura. Saggio sulla filosofia di Simone Weil” (Orthotes).

Giulia Eleonora Zeno

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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