Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.
Marisol Mendez, Bull
TESTO
CRONACHE
TAG
IMMAGINI Copy to Clipboard
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Marisol Mendez: la condizione di molte donne in Bolivia tra sessismo e patriarcato

Marisol Mendez in Madre fotografa una società fallocentrica: in Bolivia religione e tradizione distorcono l’immaginario della donna – Vergine Maria, Maria Maddalena, sessismo e patriarcato

Marisol Mendez esplora e denunciare la condizione della donna in Bolivia, attraverso le immagini

Pubblicato dalla casa editrice basata a Londra Setanta Books, Madre è il primo foto-libro dell’artista visiva boliviana Marisol Mendez (1991). Il progetto è iniziato nel 2019 con l’intenzione di rappresentare gli effetti che religione cattolica, colonialismo e supremazia bianca provocano ancora oggi sull’immagine della donna.

Dopo gli studi a Buenos Aires e in Inghilterra (dove si lega a movimenti impegnati sui temi della body positivity, della diversità e dell’inclusione), Marisol Mendez rientra in Bolivia. Qui inizia a esplorare e denunciare la condizione della donna nel suo paese. Le uniche immagini che avevano accesso ai media erano quelle stereotipate di giovani, bianche – soprattutto bionde – e conformi a un tipo di fisico utilizzate in modo sessista e maschilista.

«In Bolivia questa era l’unica immagine esistente: rappresentare la donna come un oggetto può provocare conseguenze pericolose in termini di immaginario collettivo».

Marisol Mendez rappresenta le donne che incontra per strada in Bolivia 

Madre doveva inizialmente essere una serie di ritratti come sorta di sfida nei confronti di questo limitato punto di vista. Ritratti di donne nel loro vivere quotidiano, incontrate per strada, nei bar, durante le proteste femminili anti violenza o appartenenti al proprio nucleo familiare. Il progetto è stato realizzato interamente con l’aiuto della madre della fotografa nella veste di assistente. Si è sviluppato attraverso conversazioni che intrattenevano con le donne, il cui consenso era indispensabile per procedere con gli scatti. I problemi che via via emergevano non erano solamente legati alla rappresentazione femminile ma a strutture patriarcali e religiose ancora troppo rigide. 

«Sin dall’inizio sapevo di non voler lavorare con delle modelle, anche se i ritratti che scattavo prendevano spunto dalla fotografia di moda. Desideravo invece che le persone scelte aggiungessero qualcosa di personale all’immagine. All’inizio molte donne erano a disagio nei confronti del progetto. Alcune non hanno voluto partecipare, sempre per quell’idea che se non sei giovane, bianca e dentro un certo standard fisico diventi sospettoso di fronte a qualcuno che vuole scattarti una foto».

La percezione della donna in Bolivia: o Vergine Maria vs Maria Maddalena

In Bolivia la donna rimane confinata all’interno della visione dualistica: o santa Vergine Maria o Maria Maddalena peccatrice, che la fotografa racconta attraverso il sincretismo di credenze indigene e religione cattolica in cui lei stessa è cresciuta. La Vergine che rappresenta non è europea ma andina, le immagini sono provocatorie del maschilismo, della religione e delle sue contraddizioni. Degli esempi: la statuetta della Madonna soffocante dentro la busta di plastica oppure la mela, frutto del peccato, mangiata dalle api, come a non volere abbracciare totalmente il loro simbolismo.

«Sono sempre stata ossessionata dall’immaginario religioso, sono cresciuta sotto la religione cattolica ma la verità è che in Bolivia non praticherai mai il cattolicesimo nella sua forma pura, tutto si mescola. I miei genitori mi hanno insegnato rituali, mia madre sa leggere i tarocchi, sono cresciuta anche nella superstizione, non si può sfuggire a queste tradizioni».

Madre inserisce i segni di questo sincretismo, che per Marisol è la vera religione del suo paese: la Vergine montagna (appartenente alla credenze Inca) che rappresenta un rifugio e cresce doni nella sua pancia, Mama Kila con in mano il fucile, Dea Luna, protettrice delle donne e del loro ciclo. Ad interpretare quest’ultima la sua vicina di casa, la cui madre è rimasta fortemente scettica nei confronti della narrazione di Mendez. La fotografa vuole infatti dimostrare come nel suo paese ancora troppe donne subiscano oppressioni ed abusi. Seppur contro la violenza, sceglie di inserire figure armate, pronte a difenderle. 

Appartenenza alla comunità ed emarginazione: la donna in Bolivia attraverso le immagini di Marisol Mendez

Le fotografie sono delle messe in scena, i costumi e le maschere che indossano fanno parte della loro cultura, la stessa che ancora oggi le rende donne emarginate. La ricerca di Marisol Mendez si inserisce quindi a metà tra prospettive opposte, per provocare domande al confine tra reale e finzione, naturale e mitico, riscrivendo una nuova narrazione. Anche la figura femminile può essere raccontata nelle sue versioni più estreme ed archetipiche, Maria Maddalena e la Santa Vergine. 

«Fin dall’inizio ho voluto esplorare tutto lo spettro entro cui viene presentata la donna. Questa può essere una vergine ed una prostituta nello stesso giorno, ed è la bellezza dell’essere donna, anzi dell’essere umano. Siamo continuamente contraddittori e complicati mentre le immagini ci rappresentano in modo troppo riduttivo».

La Bolivia è un paese così culturalmente ricco e diverso, anch’esso contraddittorio e, la fotografa dice, “ingovernabile”. Non esiste nessun cliché che lo leghi ad un’immagine precisa, qualcosa di molto più intuitivo negli altri paesi, perciò, in qualità di produttrice di immagini, lavorare su un terra non troppo battuta poteva essere un grande vantaggio per muoversi all’interno di tutto lo spettro visibile.

L’archivio familiare di Marisol Mendez

Marisol Mendez non si pone come archeologa o storica all’intento di Madre ma, appellandosi alla sua educazione visiva che risiede prima nel cinema poi nella fotografia di moda, inserisce una componente di finzione e teatralità. Fino alla manipolazione. Infatti, se da un lato rappresenta la voce delle donne del presente, attraverso ritratti che documentano la cultura, storia e tradizione di un paese, dall’altro si alternano immagini di archivio familiare che Marisol Mendez recupera e modifica. Elimina i volti maschili al fianco delle sue nonne e bis-nonne dai quali sono state oppresse e che sono state costrette a sposare perché non hanno avuto altra scelta. 

Gli interventi sulle immagini d’archivio servono a sovvertire il loro significato originale ed aggiungere nuovi livelli di simbolismo, costituiscono un ponte attraverso cui la fotografa si riconnette con la sua discendenza femminile.

«Attraverso Madre ho interrogato donne boliviane che hanno vissuto cambiamenti, perdite e violenze, ma la prima donna che stavo interrogando ero io, per comprendere cosa significa avere queste radici e come queste radici mi abbiano portato verso altre direzioni. In un momento in cui niente è fisso e le strutture si sgretolano continuamente, dobbiamo ritenerci fortunati ad avere almeno la libertà di poterci esprimere. Se penso a mia nonna, lei non ha deciso chi sposare, quale scuola frequentare, non ha avuto la possibilità di scegliere se restare o lasciare un paese che la opprimeva».  

La rappresentazione delle minoranze, inclusività e diversità umana – l’identità secondo Marisol Mendez

L’idea di tradurre il progetto in un foto libro è nata consequenzialmente alla quantità di immagini che Marisol stava producendo. Si tratta del primo progetto personale a lungo termine al quale si dedica – anzi, fino a poco tempo prima di tornare in Bolivia, l’idea di Mendez era quello di diventare una scrittrice, ecco perché frequenta a Buenos Aires la scuola di cinema, dove serviva che il testo fosse tradotto in immagini per essere compreso. Madre è nato «da uno stato molto emotivo rispetto a tematiche legate alla rappresentazione e all’identità, inclusività e diversità umana».

Termini che nelle immagini della fotografa si sovrappongono, così come si sovrappongono gli estremi opposti della figura femminile. L’identità è, allo stesso modo dello spettro di cui parlavamo prima, qualcosa di mobile e composto da elementi diversi. 

«C’è una parola che mi piace molto, “intersectionality”, per spiegare le cose che non sono determinate dalla loro provenienza, o dal loro colore di pelle, o dal fatto che siano femminili o maschili, l’identità è sempre in evoluzione, e credo nel potere della rappresentazione per raccontarla nel suo continuo formarsi».

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

IMMAGINI Copy to Clipboard
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X