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Moschino by Jeremy Scott Autunno/Inverno 2014
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Luoghi comuni della società dei consumi diventati moda: Jeremy Scott e Moschino

 I do not speak Italian, but I do speak Moschino: Jeremy Scott dopo dieci anni, come il fondatore Franco Moschino lascia il timone della Maison italiana e diversi punti interrogativi

A dieci anni dal suo esordio a Moschino, Jeremy Scott lascia Moschino

Sono i primi anni Ottanta quando, con il sistema industriale del Made in Italy ancora in via di costruzione, Franco Moschino avvia la sua macchina scenografica. Contro ogni forma di tradizionalismo, Moschino analizza la società del suo tempo per irriderla e rovesciarla con gli strumenti offerti dall’industria della moda. A distanza di trent’anni dalle prime creazioni di Franco Moschino, Jeremy Scott prende il timone della Maison, di cui celebra e rinnova l’immaginario in una chiave odierna e inevitabilmente pop. Il sodalizio decennale tra Jeremy Scott e la Maison italiana è oggi giunto al termine. 

Barbie, Coca-Cola, McDonald’s e i riti del contemporaneo nelle collezioni scottiane 

«Conosco solo il pop. È questo il mondo in cui vivo». Così Jeremy Scott conferma nel docufilm di V. Yudin Jeremy Scott. The People’s Designer il suo universo dai contorni bidimensionali cui si approccia con umorismo e comicità. Nel ricorrere ai luoghi comuni della società dei consumi, Scott non erige alcun muro di distinzione tra cultura alta e bassa, fagocitando ogni cosa: le stelle di Hollywood, i cereali sottomarca, le barbie, le lattine di Coca-Cola e i grandi pittori. Come analizza Fabio Fabbri «Quel che ne deriva è un’epica del quotidiano cristallizzata in mosse intenzionalmente viste e straviste, nel catalogo dei gesti di una femminilità – e di un’umanità – pressata a fumetto, a cartoon, immersa in una parodia dove tutto è bambolotto, coreografia da bella statuina culminata nella sfilata di marionette per Moschino»

Jeremy Scott nella società dei consumi 

Dieci anni è il tempo che Franco Moschino ha trascorso alla guida della sua Maison, e ugualmente dieci sono gli anni della parabola artistica di Jeremy Scott da Moschino. Classe 1974, marcatamente statunitense, Scott si forma al Pratt Institute di New York, dopo essere stato rifiutato dal Fashion Institute of Technology di New York con la motivazione quasi paradossale di mancanza di originalità. Trasferitosi a Parigi, dopo un buon numero di rifiuti, nel 1997 Scott mette in piedi la prima sfilata, Body Modification, in cui tessuti di scarto si prestano alla realizzazione di abiti le cui sagome mutano e alterano le forme del corpo femminile. La cifra stilistica cartoonesca di Scott si definisce solo successivamente, con la Primavera Estate 2001, ma soprattutto con la collezione American Excess per l’Autunno Inverno 2001-02: un’esibizione caricaturizzata del game show Ok, il prezzo è giusto! È però nell’Autunno Inverno 2010-11 che il citazionismo di Scott sfocia nel richiamo diretto a Moschino, tra sagome tagliate ed codici a barre. Da qui passano solo due anni prima che Massimo Ferretti, CEO del gruppo Aeffe di cui il marchio fa parte, lo scelga come Direttore Creativo del brand. 

Prendendo il posto di Rossella Jardini, che fino a quel momento aveva diretto la conduzione del marchio senza tuttavia alcun plus di creatività rispetto al suo padre fondatore, Scott riprende, aggiornandolo, il teatro del cliché plasmato da Moschino. «I do not speak Italian, but I do speak Moschino» afferma Scott, abbracciando una grammatica costruita su luoghi comuni da lui scardinati e ricontestualizzati sulla scena della moda contemporanea. La cultura del consumismo, del junk food, dei loghi, della musica pop e dell’industria di massa irrompe così già nella prima sfilata presentata da Jeremy Scott, dove il logo ad arco di McDonald’s assume i contorni di un cuore. 

La moda delle strategie di marketing 

Nessuno è insostituibile.  O piuttosto lo è da quando gli anni Novanta hanno sottratto il controllo sulle dinamiche della moda dalla sfera di influenza dei designer. Al loro posto, gli amministratori delegati o CEO dei grandi gruppi, muovono le pedine della scacchiera sulla base di strategie studiate a tavolino. Il marketing e la comunicazione, non il disegno o la fattura degli abiti, campeggiano al centro della scena, lasciando minime possibilità di azione. 

A ’Designer’ si preferisce la qualifica di ‘Direttore Creativo’, a indicare la figura professionale che indica la direzione da perseguire, interviene nel delineare un immaginario coerente e funge da collante e punto di riferimento all’interno della compagine artistica del marchio.  La figura del Direttore Creativo, frontman della Maison, è tuttavia controllata e limitata nelle sue funzioni dal già citato CEO. E così, chi pure ha dato un contributo fondamentale alla definizione dell’identità del marchio, può essere spazzato via al primo giro di valzer o cambio di rotta dell’onnipresente marketing. 

Moschino, all’anagrafe Franco Moschino 

Designer, commentatore sociale ed enfant terrible della moda italiana, Franco Moschino si forma all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Da aspirante pittore, si convince presto del fatto che la moda possa essere un veicolo d’espressione valido tanto quanto le tele e i colori della terza arte. Al seguito di Versace, per il quale lavora come illustratore dal 1971, gli si aprono per la prima volta le porte dell’Olimpo della moda, per non chiudersi più.  Nel 1977 Moschino prende il posto di Walter Albini alla direzione creativa della firma milanese Cadette, presso la quale il suo linguaggio stilistico inizia a connotarsi dei tratti che lo renderanno celebre. 

È il 1983 quando la griffe vede ufficialmente la luce delle prime passerelle con la collezione Primavera Estate 1984. Semplici, lineari, dai tagli precisi e rigorosi, i primi look firmati da Franco Moschino rimandano ad un guardaroba classico e magistralmente eseguito. Eppure, già questa prima fase è percorsa dal filo di un leggero citazionismo, tra doppi sensi e riferimenti non casuali. Il motivo su abiti e gonne a righe verticali in bianco e nero non è altro, in effetti, che un codice a barre zoomato, a indicare che ogni cosa può essere serializzata e codificata. 

Tra citazionismo e passatismo di Franco Moschino

Franco Moschino attinge a voci già scritte nel grande dizionario dell’immaginario collettivo, facendone gli accenti della sua poetica. «Sono un ristorante che cerca di fare bene dei piatti classici già inventati da chissà quale cuoco» spiega nella raccolta fotografica Moschino 1983-1993. X Anni di Kaos! (1993), a indicare un menù di prodotti sociali già inventati e dunque citabili nella forma privilegiata dell’abito da sfilata. Quello messo in scena da Moschino è un teatro del cliché, una commedia votata all’ironia e alla comicità ove i protagonisti sono stereotipi e convenzioni. Un tale utilizzo del dispositivo citazionista fa delle sue passerelle quelle che Fabriano Fabbri definisce «macchine virgolettanti» su cui sfilano, tra frasi fatte e slogan commerciali, i prodotti preconfezionati della nostra società.  Il furto culturale è tuttavia legittimato dal trattamento cui Moschino sottopone i suoi bersagli: egli li ridicolizza, sbeffeggia e rovescia, finché non rimane altro che un bell’involucro. 

I vestiti manifesto di Moschino: la moda è un messaggio,  non è solo estetica

L’atteggiamento di Moschino si muove sul filo del divertissement, parodiando la moda stessa laddove si prende troppo sul serio. «La moda dovrebbe essere divertente e dovrebbe mandare un messaggio. Io uso i vestiti come un manifesto», un’affermazione che condensa l’idea di una creatività pensata e ragionata, pur non rientrando in nessuna specifica tassonomia della moda. Cartoline del Bel Paese, le creazioni firmate da Moschino sono tableau vivant di una cultura forgiata dall’arte, dalla poesia e dal buon cibo, cristallizzata e demitizzata con cognizione di causa e spirito sabotatore. Le tradizioni di una volta, difese dalla cultura popolare, e i miti del passato entrano in scena solo per essere rovesciati. La citazione, per quanto alta e virgolettata, come quando in una delle diverse performance in costume di cui si rende protagonista arriva ad impersonare Dante Alighieri, è ridotta a gag. Altrove, ad essere bersagliata è la figura tutta americana del cow-boy, oppure quella del prete o, ancora, l’universo degli hippie, a significare che la forbice di Moschino in fondo non risparmia nessuno. 

Tra moda e arte pittorica: riferimenti artistici alti e bassi della maison Moschino

Still Life quanto mai reali, le creazioni di Moschino poggiano su innesti artistici di varia provenienza, e in particolare su quell’arte figurativa cui si era affacciato nella primissima fase della sua vita. Maestri della Metafisica e del Surrealismo, Giorgio de Chirico e René Magritte offrono al couturier italiano una costellazione di fonti cui egli attinge senza parsimonia. Le ritroviamo nei disegni delle vetrine che incorniciano gli abiti ma anche nelle opere pittoriche che gli produce parallelamente all’attività di designer. Sulle cornici dei suoi quadri ritroviamo mollette, nappine, frutta finta e oggettistica della più varia natura, a canalizzare in altra forma il  mare magnum della sua creatività. 

«Ho sempre mentito. Io non sono realtà e gli abiti sono i miei sogni: entrate tutti a vedere – c’è la donna cannone, quella baffuta, saltimbanchi, la Maga Magò, Arabella e sua sorella… Ora sono diventato Arlecchino in carne ed ossa… entrate a comprare signore». Moschino riassume così l’idea di una creatività che non esiste senza il caos, di un armadio fatto di personaggi, battute sagaci e slogan. Tra questi ultimi, uno recita Ready to where? storpiando per assonanza l’inglese ready-to-wear?. Ricorrendo ancora una volta alla formula del gioco, Moschino si interroga sul della corso della moda e sulla direzione che stava intraprendendo. Un universo, dunque, fatto di divertimenti ma anche di riflessioni profonde e punti interrogativi. 

Recitativi su misura 

Non fashion show, ma messe in scene teatrali, le passerelle di Moschino seguono un copione eseguito da modelle formatesi da attrici. Si tratta di recite in cui una gestualità esasperata e, ancora una volta, stereotipata si presta al mondo della moda. Allo sberleffo non sono sottratte nemmeno le grandi Maison di tradizione francese, da Louis Vuitton a Chanel. Nella collezione Autunno Inverno 1986-87 la M di Moschino prende il posto del monogramma LV, mentre il ciondolo della collana assume le fattezze di cavatappi. La Primavera Estate 1988 fa poi di Chanel un canale televisivo, Channel 5, in cui sfilano gli iconici tailleur di Mademoiselle con fiori di plastica o campanacci al posto dei bottoni. Scomparso a quarantatré anni, ad appena dieci anni dalla fondazione del suo omonimo marchio, Moschino ha dato a vita a recitativi bizzarri, coreografie deliranti, visioni oniriche e frammenti di vita passata prestati al linguaggio della moda. D’altro canto, come egli sosteneva, La vita sono tanti atteggiamenti, anche la moda.

Stella Manferdini

Jeremy Scott prima collezione maschile 2014
Jeremy Scott, con la t-shirt ‘I don’t speak italian but I do speak Moschino’
Moschino Primavera/Estate 2015 barbie collection
Moschino Primavera/Estate 2015 Barbie Collection

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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