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L’estetica Y2K ha riportato in auge gli angeli di Fiorucci: racconta Aldo Colonetti

La moda non scende più dall’alto, come lo Spirito Santo, ma nasce dal basso sotto la spinta di una evoluzione del costume: Elio Fiorucci raccontato da Aldo Colonetti

Lo sguardo ‘diverso’ di Elio Fiorucci spiegato da Aldo Colonetti 

Elio Fiorucci raccattava vestiti dai mercatini delle pulci e li rigenerava con innesti di modernità. Padre di quell’estetica pop che oggi sembra più attuale che mai, il marchio da lui fondato gode di un gradito ritorno sulla scena anche grazie al ritorno dell’estetica Y2K – la moda anni 2000. Il suo sguardo sul mondo e, in particolare, sulla materia e sugli oggetti, era connotato da un tratto di diversità e innovazione. Ne parliamo con Aldo Colonetti, storico e teorico dell’arte, dell’architettura e del design nonché amico di Elio Fiorucci, autore di scritti e curatore di mostre a lui dedicate. 

Da Milano alla Swinging London, Fiorucci e il modo diverso di intendere e ‘fare’ la moda, con Aldo Colonetti

Elio Fiorucci affermava: «Ci sono cose che ci circondano e a cui non diamo peso, e poi improvvisamente le vediamo in maniera diversa». Gli oggetti, seppur ricoperti di una patina polverosa e naftalinica, erano osservati da Fiorucci con occhi differenti, in grado di cogliere l’incanto anche nel caos sconfinato dei thrift shop, i mercatini delle pulci londinesi. Da Milano, dove nasce nel 1935 e dall’età di diciassette anni segue l’attività del padre, il quale possedeva tre negozi di pantofole nel centro della città. Nel 1965 Fiorucci parte alla volta della capitale britannica in un viaggio che si rivelerà illuminante.  

È la Londra degli anni Settanta, la Swinging London di Mary Quant e Barbara Hulanicki, a fornire la spinta propulsiva al costituirsi dell’immaginario fiorucciano. Passerelle di moda vintage, cromaticamente connotata, senza titoli o etichette, Bazaar e Biba – le boutique dell’avanguardia londinese – sono i luoghi dove Fiorucci individua le potenzialità di merci e chincaglierie che, sottoposte a specifici montaggi, potevano dar vita al nuovo: «Quel casino mi commosse […] la moda non scendeva più dall’alto, come lo Spirito Santo, ma nasceva dal basso sotto la spinta di una turbinosa evoluzione del costume». 

Elio Fiorucci e Aldo Colonetti si conobbero allo IED Istituto Europeo di Design di Milano 

«Per me Elio – racconta Aldo Colonetti – era anzitutto un amico. Ci siamo conosciuti nei primi anni Novanta a Milano presso lo IED – Istituto Europeo di Design – di cui io ero direttore, mentre Elio faceva parte del Comitato Scientifico, e da lì è nata un’amicizia. D’altra parte Elio mi ha fatto scoprire che la moda origina dalla strada – da questa scoperta sono poi nate attività portate avanti insieme. Le rivoluzioni legate al mondo della moda di cui Fiorucci è stato portatore germinano dal cemento del circondario urbano e dagli oggetti che lo popolano. A iniziare dalla Londra degli anni Settanta, dove Elio andò a fare ricerca e conobbe, tra gli altri, Vivienne Westwood. Ho appreso che la moda è conforme alla vita e per ‘fare’ moda occorre osservare il mondo».

«Io non creo, copio»: la moda di Elio Fiorucci

Il frutto di un’operazione di recupero compiuta tra le strade cittadine e i quartieri del mondo: i prodotti di Fiorucci non scaturivano da un pensiero autoriale, ma quanto da una selezione di quanto già esiste ed è già stato fatto. Un’operazione non dissimile da quella dell’artista francese Marcel Duchamp con il ready-made, da intendersi come la decontestualizzazione ed elevazione ad opera d’arte di oggetti di uso quotidiano. Allo stesso modo, Fiorucci accumulava le cianfrusaglie più disparate al fine di rielaborarle in capi perfettamente indossabili. Un lavoro di assemblaggio, taglio e cucito ben riassunto nell’affermazione da lui stesso pronunciata «Io non creo, copio». 

Elio Fiorucci il Marcel Duchamp della moda

«Io lo definisco ‘Il Duchamp della Moda’. Elio non disegnava – spiega Aldo Colonetti – ma osservava le cose comuni e le realtà oggettive che noi altri non riusciamo ad indagare al di là della superficie. Su di esse, egli attuava poi delle trasformazioni. Elio è stato precursore nell’utilizzare, per esempio, indumenti militari. Si pensi agli anfibi, che ha trasformato in scarpe dalle cromie accese, o a oggetti e accessori di uso quotidiano, come lo zaino. Un innovatore, un rivoluzionario del costume – queste le definizioni che meglio gli si addicono»

«Un episodio che ricordo – prosegue Aldo Colonetti – è stato quando, durante i nostri viaggi negli Stati Uniti, mi portò in uno spazio per commercianti nel quale era affastellata una miriade di oggetti. Oggetti comuni, come spille, mollette, ciondoli. Una sorta di luna park degli oggetti, anche di cattivo gusto. Io ne sono uscito senza prendere nulla, mentre Fiorucci riempiva due grandi borse: riuscì a vedere quel luogo e la sua oggettistica confusa in modo diverso da me. Cianfrusaglie apparentemente banali, una volta tornate in Italia con il loro nuovo proprietario, sono state trasformate in immagini, figure e forme. È stata una delle prime volte in cui ho visto in azione un’intuizione che noi non abbiamo». 

Il negozio secondo Elio Fiorucci e l’amicizia con Andy Warhol e Keith Haring

Nel 1967 Fiorucci inaugurò il suo primo negozio nel capoluogo lombardo, in Galleria Passerella. Seguiranno poi la registrazione ufficiale del marchio nel 1970 e nuove aperture con gli store di New York, Los Angeles e Londra. «Ha creato un marchio – racconta Aldo Colonetti – ed è stato presente nel mondo prima di tutti gli altri. Ha aperto un negozio a New York da cui è nata non solo una relazione con la città, ma anche con le figure di quella realtà. Andy Warhol presentò il primo numero della sua rivista Interview nel negozio di Fiorucci. Sempre nel contesto newyorkese, Elio fu il primo a comprendere la qualità artistica di Keith Haring, che invitò in Italia prima che diventasse noto per realizzare graffiti all’interno del negozio che successivamente aprì in Piazza San Babila. Da un lato fu osservatore della vita comune, dall’altro era interessato con le arti a instaurare rapporti non di marketing, ma di trasferimento di valori. Era chiamato a convegni e mostre sul fronte della moda e delle arti applicate».  

Una frase riportata da Andy Warhol nei suoi diari rende l’idea di quanto Fiorucci intendesse veicolare attraverso l’esperienza del negozio «Sono andato da Fiorucci, è proprio un luogo divertente. È tutto ciò che ho sempre voluto, tutta plastica».

Il negozio di Fiorucci in Piazza San Babila e quello in Via Torino a Milano pensati da Ettore Sottsass e Michele De Lucchi

Gli spazi da lui immaginati e realizzati hanno il carattere di una sinestesia in cui ciascuna delle cinque sfere sensoriali può trovare espressione. «Prima del negozio in San Babila, Elio – prosegue Aldo Colonetti – ebbe per primo al mondo l’intuizione di inaugurare un negozio in via Torino, a Milano, aperto a tutte le ore, dove era possibile comprare oggetti legati all’arte, alla moda e alla cultura, consumare un pasto o fare aperitivo. Era un modello unico al mondo senza antecedenti. Il design dei suoi negozi non fu affidato a un vetrinista, quanto a architetti, come Ettore Sottsass e Michele De Lucchi. Oggi è prassi affidare il disegno di spazi commerciali ad architetti e designer, ma all’epoca, anche in questo, Fiorucci fu innovatore. Era curioso e amava andare oltre il proprio confine, il proprio giardino»

Tra Pop e Pop-Art: l’immaginario di Fiorucci 

Il citazionismo di Fiorucci aveva, più propriamente, la forma di una riscrittura, con l’introduzione di elementi e materiali nuovi rispetto ai capi originali. L’inventario cui egli attingeva è quello dell’American Dream, delle insegne luminose e dei loghi della cultura Pop. Contrazione lessicale di popular, il Pop identifica una categoria eterogenea e transgenerazionale definita dal riferimento a elementi comuni o popular nell’accezione inglese del termine. La Pop Art, d’altra parte, è una corrente artistica il cui sviluppo è circoscritto nel tempo e il cui punto di massima fama è da collocarsi intorno alla metà degli anni Sessanta. Pur colorando gli oggetti della società dei consumi di tinte vivaci, gli artisti della Pop Art restituivano un mondo prodotto in serie, freddo e distante, privo di ogni coinvolgimento emotivo. Fiorucci, al contrario, pur facendo uso di uno degli strumenti più efficaci della Pop Art, riscattava l’oggetto, infondendogli un plus di vitalità. 

Tra le icone di Fiorucci, emblemi di una Pop Art alleggerita del senso di sconfitta dell’uomo rispetto all’oggetto che caratterizzava il movimento artistico, troviamo gli angioletti disegnati da Italo Lupi e le immagini di Oliviero Toscani. A partire dalle forme, Fiorucci era in grado di rintracciare la bellezza intrinseca nel più banale degli indumenti. Ne sono un esempio le T-shirt, capo economico per antonomasia, che egli trasformava in tele pittoriche dove ospitare cuori pixelati, personaggi Disney, slogan o citazioni di opere. Il bianco delle magliette così nobilitato divenne negli anni Ottanta oggetto della mostra T-show presso la galleria d’arte Marconi di Milano, dove furono esposte T-shirt firmate da grandi artisti del periodo. 

L’ultimo Fiorucci 

Nel 1990 Fiorucci cedette la sua azienda alla società giapponese Edwin International, pur mantenendo l’epicentro nella città di Milano e continuando a lavorare nella grande distribuzione dell’abbigliamento con il rilancio, per esempio, dei grandi magazzini OVS. Nell’ultimo ventennio della sua attività si dedicò inoltre a iniziative di respiro internazionale, tra cui il Progetto Amazzonia portato avanti dal WWF, e partecipò attivamente ad attività culturali e accademiche. Etica dei consumi, ricerca costante, libertà dagli schemi preconfezionati e creatività sono qualità che caratterizzarono Elio Fiorucci fino alla sua scomparsa, nel 2015. 

Aldo Colonetti – «Mi piace ricordare la mostra che nel 1999 organizzai negli Stati Uniti, intitolata Lo stile di Elio Fiorucci. Si trattava di una mostra di manifesti per lo più fotografici realizzati dall’amico Oliviero Toscani. Il modo in cui Oliviero ha fotografato fino alla fine i prodotti, il contesto e lo scenario di Elio fa parte di come Elio e Oliviero osservavano la moda. La moda non ha bisogno di figure estreme, ma di figure normali, che la facciano vivere tutti i giorni. Durante la presentazione della mostra, alla quale accorsero figure di ogni settore, ho toccato con mano come, nonostante i negozi di Fiorucci avessero chiuso negli anni Novanta, tutti riconoscessero in lui un ruolo di rivoluzionario del costume più che della modaDopo la sua scomparsa, nel 2018, ho curato un’altra mostra a lui dedicata dal nome Epoca Fiorucci, presso la Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia. Mi sembrava giusto farlo in una città che è anche palcoscenico delle arti. La mostra è stata concepita come un’esposizione culturale, dove erano presenti anche un dipinto di Hering e uno di Basquiat. Elio fece vedere al mondo che la moda deve utilizzare al meglio la cultura artistica, prendendo dall’arte lo spirito, la ricerca e anche la trasgressione, se vogliamo». 

«Negli ultimi anni Elio intraprese una strada animalista diventando vegetariano. Nutrì amore e rispetto per gli animali. Mi piace ricordare un aneddoto che dà la misura della profondità della sua figura. Mi balenò l’idea di proporre ad Elio di disegnare una collezione di pentole per un’azienda italiana. Poteva essere interessante da più punti di vista. Fiorucci non vide di buon grado la mia proposta in quanto non poteva in alcun modo evitare che i compratori vi facessero cuocere carne animale. Ecco l’Elio sensibile, di una sensibilità profonda, una sensibilità per nulla falsa, non marchettara. Era un uomo semplice, generoso. Probabilmente per suo carattere non è diventato ricco come i grandi stilisti italiani. Era uno sperimentatore».

Aldo Colonetti 

Aldo Colonetti è filosofo, storico e teorico dell’arte, del design e dell’architettura. Dal 1985 al 2013 è stato direttore scientifico dello IED (Istituto Europeo Design) e dal 2014 è professore di chiara fama al Politecnico di Milano. Dal 1991 al 2014 ha diretto la rivista Ottagono. Ha fatto inoltre parte del Comitato scientifico della Triennale di Milano, del Comitato Presidenza ADI e del Consiglio Nazionale del design-MiBACT. È autore di saggi, curatore di mostre, attività e iniziative culturali in Italia e all’Estero.

Stella Manferdini

Fiorucci DXing, Disco Look, 1975
Fiorucci DXing, Disco Look, 1975
Vittorio Spaggiari, Manifesto, 1974 – 1976
Vittorio Spaggiari, Manifesto, 1974 – 1976

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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