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Castello di Tura - main staircase
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Storie d’Ungheria: le Regine ruvide e gli alberi

Un viaggio in Ungheria contando gli alberi di Budapest: i leoni del Ponte delle Catene, l’Imperatrice d’Asburgo che diventò Regina d’Ungheria, una contessa fu murata viva nel Seicento

La lingua del Leone e il Ponte delle Catene a Budapest, la storia di Marschalko

Il drink si chiama The Lion’s Tongue – la Lingua del Leone – perché i leoni che sorvegliano il passaggio sul Danubio, ai due estremi del Ponte delle Catene, non hanno la lingua. Il drink è dolce con un retrogusto affumicato – il bicchiere si posa sul tavolo in pietra di Flava, il locale della Verno House a Budapest. Dal soffitto, foglie cascanti, il verde degli alberi della Piazza della Libertà.

Fu una storiella, un pettegolezzo, a diffondersi tra i cittadini ungheresi di Buda e Pest, quando le due città furono unite e il ponte fu inaugurato nel 1849 con una grande festa popolare. Un giovane calzolaio, un apprendista di nome Jakab Friock, urlò che i leoni non avevano la lingua, muovendo la folla ad additare lo scultore Janos Marschalko di ingenua dimenticanza. Era forse soltanto una battuta goliardica, ma diventò discussione per la città – e lo scultore Marschalko se ne risentì. Usava rispondere a chi lo importunava, quanto sperasse che ogni moglie avesse la lingua dei suoi leoni. Marschalko invitò i millantatori allo zoo, a guardar bene i leoni e le loro lingue a riposo – ottenendo ragione e valore – ma la calunnia perseverò, fino a diventar maldicenza secondo la quale Marschalko si sarebbe poi suicidato subendo l’affronto.

La Verno House, il Palazzo della Televisione e il Castello di Buda per il Palatino d’Ungheria

Le finestre della stanza della Verno House affacciano su Piazza della Libertà. Gli alberi trasformano lo spazio in un parco. Sulla sinistra oltre le foglie, la mole del Palazzo della Televisione, un edificio in stile liberty, oggi senza uso e dismesso. In ogni stanza della Verno House si respira l’odore dell’albero del fico. Un telefono a rotella è sulla credenza. La scrivania è appoggiata alla finestra. Una piscina di acqua calda nel seminterrato. Restiamo a tavola, bevendo cocktail e mangiando carni locali, parlando di storie ungheresi.

il Palazzo Reale oggi patrimonio dell’Unesco sorge come un gatto sdraiato sulla collina e definisce il profilo di Budapest. I sovrani d’Asburgo non abitarono mai il Castello di Buda che diventò la residenza del Palatino – ma poi, ai tempi di Maria Teresa, il Palatino d’Ungheria divenne un Asburgo. Il Palatino era di fatto il sovrano d’Ungheria, sottomesso all’Imperatore ma forte in autonomia. 

Tre furono i Palatini Asburgo: quello di mezzo, Giuseppe, restò al governo per 51 anni, e portò la città a una dimensione di capitale Europea. Sotto il suo governo fu costruito il Ponte delle Catene – grazie al lavoro dell’allora Ministro alle Comunicazioni, Istvan Szechenyi – un uomo di relazioni in Europa e in patria, poliglotta e acculturato, che viaggiò in Italia e in Inghilterra per studiarne le lingue e per leggerne gli autori. Rinunciò alle sue rendite nobiliari e le devolse alla costruzione dell’Accademia per le scienze ungheresi. Trovò i finanziamenti per la costruzione del Ponte e per le sculture dei leoni. Tentò una volta il suicidio ma fu salvato – lo ritentò, spaventato dalla polizia austriaca che lo accusava di connivenza con i ribelli, e si uccise nel 1860.

Il Danubio a Budapest: l’imperatrice Elisabeth, regina d’Ungheria: il film di Sissi

Tra Buda e Pest il Danubio è largo 300 metri – la costruzione del Ponte delle Catene prese ispirazione dal Marlow Bridge di Londra e fu un’infrastruttura che diede stupore. Ai tempi della costruzione, nel 1849, l’Ungheria era in lotta contro l’Austria per affermare la sua indipendenza. Soltanto nel 1867, grazie anche alla tessitura conciliatrice ordita dall’imperatrice Elisabeth, l’impero d’Austria diventò l’impero Austro-Ungarico. Da quel momento, Francesco Giuseppe fu Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria. Negli anni precedenti si era tentata una germanizzazione degli ungheresi, come a volerli trasformarli in uno tra i popoli tedeschi – il riconoscimento del Regno sanciva l’opposto.

L’imperatrice d’Austria, Elisabeth – possiamo anche chiamarla Sissi – si dice abbia avuto una lunga storia d’amore con il conte Andrassy, sovversivo, condannato a morte in Austria nel 1951, salvato dall’amnistia voluta da suo marito. Nel film della nostra infanzia girato da Ernst Marishcka negli anni Cinquanta quando l’imperatrice era Romy Schneider, i nomi delle famiglie ungheresi appaiono come comparse. La contessa Esterhazy era una dama di compagnia arcigna e Batthyany si rifiutava di salutare la Regina.

Gli alberi di Budapest, Katalin Novak, e il lavoro di Fokert

Oggi gli alberi sono stati piantumati: in città, nelle piazze e nelle vie più strette, in centro e nelle arterie, lungo il Danubio. Aceri, tigli, ippocastani, querce. Gli impianti sono stati posizionati nelle ultime stagioni, l’urbanistica è stata implementata di recente. Una spremuta d’arancia – chiedo al ragazzo che lavora qui al bar, a chi sia dovuta la spinta per la forestazione urbana. «Abbiamo avuto una donna presidente negli ultimi anni, le donne sanno come gestire la casa» – risponde, con un poco d’orgoglio ma anche svicolando gli occhi, forse per il personaggio divisivo che Katalin Novak è stata fino allo scandalo che ha portato alla sua caduta e dimissioni, lo scorso febbraio 2024. 

Le operazioni di forestazione a Budapest sono state condotte da Fokert, una compagnia privata impegnata nell’orticultura fin dal 1867, diventata società pubblica. Cercando più informazioni online su Fokert si trovano solo pagine in ungherese: alcune notizie le recupero dal sito di notizie PestBuda. Gli impiegati di Fokert si occupano della manutenzione di milioni di metri quadri di verde a Budapest. Siepi, foreste urbane e filari lungo le strade. La tecnica di piantumazione segue il metodo Miyawaki – un metodo diffuso e riferito alle esperienze dell’ecologista giapponese Miyawaki Akira, che prevede la piantumazione di germogli arborei ad alta densità, così che le genetiche più forti abbiano la propulsione a emergere sulle altre più rapidamente, accelerando la crescita vegetale e ottenendo una forestazione robusta in un tempo ridotto. Sempre per coadiuvare l’innesto di aree verdi robuste e resilienti, Fokert ha previsto l’installazione dei cosiddetti “alberghi per insetti”: dispositivi che potrebbero sembrare casupole, dove tocchi di legno e rotoli di corteccia forniscono dimora a insetti impollinatori.

Viaggiando in macchina, lasciando l’autostrada, i villaggi in Ungheria appaiono come case abitate lungo le provinciali. Scritto così potrebbe sembrare una reminiscenza del periodo sovietico – ma oggi, queste case hanno un rispetto tra la porta e la carreggiata dove corre un canale a scolare la pioggia, un albero, e cespugli di fiori. Sorge spontaneo il confronto con le abitazioni popolari delle campagne appena fuori Milano.

Godollo: la Regina d’Ungheria e la banca per l’imperatore

Quando l’Imperatrice d’Austria, divenuta Regina d’Ungheria, scelse il palazzo di Godollo come luogo di villeggiatura per tutta la famiglia, l’intera zona trovò ricchezza. La rete ferrovia previde la tratta che qui potesse arrivare e rifornirsi tramite l’approvvigionamento di carbone disposto per la Villa Reale. Altre famiglie da Pest scelsero la zona come luogo di ristoro estivo. Si creò una vita sociale e mondana – e allo stesso tempo gli artigiani, i fabbri, e tutte le manovalanze della zona ebbero richieste di lavoro. Fu fondata la banca di Godollo che ebbe come primo azionista l’Imperatore. Un esempio della ricchezza della zona, lo troviamo nel castello della cittadina di Tura: un edificio la cui costruzione del 1883 trovò ispirazione sia nei castelli francesi lungo la Loira, sia dalla Halton House in Inghilterra, proprietà della famiglia Rothschild. 

Il Castello di Tura, BDPST Group e Istvan Tiborcz

Il terreno fu acquistato dal barone Sigmund Schossberger qualche anno prima, nel 1869 – ovvero pochi anni dopo che, grazie a Elizabeth e al Conte Andrassy, gli ungheresi avevano trovato una radice solida al rispetto della loro identità. Il barone ne fece dono a sua moglie, e con la sua famiglia lo abitò. I due figli non se ne occuparono – e con l’arrivo delle guerre, la casa versò in stato di abbandono. Nel dopoguerra diventò una scuola e come tale servì fino al 1973. Tornò in mani private e fu oggetto di transizioni e compravendite. 

Oggi il castello di Tura è presentato come la punta immobiliare del BDPST Group, una holding che lavora in real estate, turismo, logistica, finanziario. La proprietà fa capo a Istvan Tiborcz, uno degli affaristi più in vista – e quindi osservato – in Ungheria (come riporta il Daily News Hungary).

Il BDPST Group ha raccolto le sue proprietà alberghiere nella Botaniq Collection, di cui fa parte la Verno House a Budapest e il Castello di Tura. Qui al castello, venti stanze, disposte al primo e al secondo piano – con una differenza di qualità troppo marcata tra i due livelli. Salendo la prima scale, si accede a stanze ampie oltre lo standard, letti a baldacchino e saloni come camere; la seconda rampa nella torre porta a vani più angusti, sotto il tetto. Il Castello di Tura è oggi un luogo per scenografia e incontri d’affari, palco per feste e ricevimenti per tutta la buona società di Budapest, e un ristorante raccomandato dalla guida Michelin. L’operazione restituisce a questa zona il ruolo di sobborgo privilegiato che l’Imperatrice decise.

Gli Asburgo e la Cripta dei Cuori

Era una tradizione di casa d’Asburgo, avere le spoglie sepolte senza cuore e senza viscere. La Cripta dei Cappuccini conserva le salme, mentre il cuore era asportato e posto in un’urna dedicata – oggi conservata nella Cripta dei Cuori alla Hofburg. Francesco Giuseppe era contrario a questa pratica, e diede ordine che il suo corpo e quello di sua moglie non fossero toccati – mentre l’ultimo arciduca con tale titolo riconosciuto, Otto d’Asburgo, scomparso nel 2011, volle che il suo cuore fosse conservato in Ungheria, nell’abbazia benedettina di Pannonhalma. Guidando, andiamo verso il confine con l’Austria. Ci fermiamo prima, nella città di Sarvar dove fu stampato il primo libro ungherese, un’edizione del Nuovo Testamento – e dove visse la contessa Elisabeth Bathory.

Elisabeth Bathory nella rocca della famiglia Nadasdy a Sarvar

A cavallo tra il Cinquecento e il Seicento. Elisabeth Bathory abitò la rocca della famiglia Nadasdy, di cui aveva sposato l’erede. Era una donna più ricca dello stesso imperatore Asburgo del tempo, Mattia II – suo nipote sarebbe diventato il principe di Transilvania. A lei si devono le saghe notturne e la fiaba della regina nera di Biancaneve. La signora di Sarvar fu imputata di aver torturato e ucciso oltre un centinaio di giovani donne, per usarne il sangue e mantenere intatta la propria giovinezza. Leggende e calunnie, congiure e condanne. Una parte di cronaca si può dare garantita: la donna era instabile, la genealogia tra consanguinei aveva portato turbe psichiche e schizofrenia – ma l’imperatore e il Conte Thurzò, Palatino d’Ungheria, bramavano di espropriare terre e ricchezza. Le accuse furono funzionali. La donna fu imprigionata, murata viva, alimentata tramite un foro – si lasciò morire di fame.

Il castello Nadasdy oggi è un edificio pubblico, dopo che lo stato ne prese la proprietà dall’ultimo Re di Baviera che qui arrivò in esilio. Sarvar è circondata da luce, laghi e boschi – la magia nera, come ogni fiaba richiede, è stata sconfitta. Le vene termali si scontrano nella profondità della terra e tutta la città di Sarvar è una fonte di acqua curativa e calda. 

Melea, Botaniq collection: bioedilizia e filiera corta

A Sarvar, troviamo la terza struttura della Botaniq Collection, il Melea, The Health Concept. Un albergo e un luogo di cura del corpo. L’edificio è costruito in bioedilizia con il riscaldamento a pompe di calore fornite da Geo Concept e illuminazione a basso consumo energetico. Il giardino è di ispirazione giapponese. I trattamenti seguono l’arte thailandese. L’approvvigionamento della cucina è a filiera corta: la carne proviene dall’allevamento bovino che cura solo capi al pascolo, il pesce è lo storione del fiume. Il buffet è un tabù, contro la definizione di spreco. Il caffè è lavorato a meno di 25 chilometri di distanza. Il nome Melea è il nome dell’Albero del Rosario – i noccioli dei suoi frutti erano usati per pregare.

Sarvar, il cortile del Castello Nadasdy
Sarvar, il cortile del Castello Nadasdy
Melea, The Health Concept - l_ingresso
Melea, The Health Concept – l’ingresso
Verno House, Budapest - a peacock in the lobby
Verno House, Budapest – a peacock in the lobby

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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