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Miu Miu Upcycle denim
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Denim e upcycling: da Miu Miu a Vitelli

Un jeans upcycled emette fino all’83% di CO2 in meno rispetto a uno nuovo – l’ultima collezione Upcycled di Miu Miu e altri tentativi per esplorare il potenziale del denim vintage e altri tessuti storici

Upcycled by Miu Miu: il progetto dedicato al design circolare 

Miu Miu all’inizio del 2024 ha lanciato la quarta edizione del progetto dedicato al design circolare. La prima edizione del 2020 consisteva in una capsule collection di ottanta pezzi realizzati con capi di abbigliamento provenienti dagli anni Trenta agli anni Ottanta del Novecento e custoditi in negozi vintage disseminati per tutto il mondo. Una volta selezionati, gli indumenti sono stati studiati dall’ufficio stile e rivisitati in chiave contemporanea attraverso i codici stilistici tipici di Miu Miu. 

Già in occasione della seconda edizione di Upcycled by Miu Miu, l’azienda italiana si era concentrata sul denim, attraverso una collaborazione con Levi’s. Il progetto comprendeva i modelli più classici di Levi’s: i 501 da uomo e la Trucker Jacket, tutti vintage originali MADE IN USA degli anni Ottanta e Novanta. Pezzi emblematici nati in America dagli abiti da lavoro e simbolo della ribellione giovanile dalla metà degli anni Cinquanta in poi, sono stati riadattati e personalizzati dalla maison per dare vita ad un gioco di contrasti tra maschile e femminile che ha trovato la sua massima espressione nell’iconica etichetta Levi’s reinventata in rosa. L’edizione 2022-23 ha visto invece come protagonista la giacca in pelle, un altro simbolo di intere generazioni e movimenti giovanili che ha spesso fatto coppia con i blue jeans. 

Il denim è protagonista della collezione Upcycled by Miu Miu 2024

Nel 2024 Miu Miu è tornata ad occuparsi del denim attraverso un progetto di recupero che ne esalta le caratteristiche intrinseche, come la durabilità e la ruvidità di quella patina unica che la tela sviluppa col passare del tempo, rendendo jeans e trucker jacket tra i capi più richiesti nel mercato del vintage e second hand. I pezzi di questa collezione sono stati realizzati con capi originali scovati da esperti e specialisti del denim di tutto il mondo. Ogni indumento è stato selezionato accuratamente per i suoi dettagli, come le scoloriture, le cuciture, ma anche per la qualità della tela e il suo peso. Come in un collage, giacche, gonne e pantaloni sono stati scuciti e riassemblati con inserti in pelle scamosciata naturale e cuciture bianche a vista. 

A livello stilistico, la maison ha puntato su vestibilità e silhouette morbide, a partire dalle giacche blouson e jeans rimodellati portati bassi sui fianchi. Mentre i top a foulard e i micro-pantaloncini sono di chiara ispirazione all’heritage di Miu Miu, moderni ma dal gusto retrò. I bottoni automatici, sui cui è stato inciso il marchio Miu Miu, sono stati rimossi e reinseriti manualmente uno ad uno, dimostrando ancora una volta come la pratica dell’upcycling permetta di ridurre al minimo lo spreco, riutilizzando ogni componente e integrando inserti di altri materiali e indumenti dismessi. La campagna fotografica firmata da Tarek Cassim che accompagna la capsule collection è anch’essa una celebrazione in chiave artistica della tecnica dell’upcycling: le sagome delle modelle – Ana Elisa Brito, Wenqing Liu e Alice McGrath – sembrano ritagliate e incollate in stile collage su un altro supporto.

Diesel Upcycling For e GUESS Upcycled Collection: ridare nuova vita al denim

Già nel 2020 Diesel aveva debuttato durante la Milano Fashion Week con la capsule collection Diesel Upcycling For, dove a fare da protagonista era proprio il denim. L’idea era nata da un’esigenza: trovare un nuovo utilizzo per le numerose prove di lavaggi e per i vari campioni che ogni anno rimangono inutilizzati nei magazzini dell’azienda. Parallelamente, il progetto voleva dimostrare a designer e creativi come il riutilizzo possa rivelarsi una pratica creativa vincente grazie alle diverse interpretazioni di brand e stilisti. Il lancio della capsule – solo un aspetto di una più ampia visione incentrata sulla sostenibilità e circolarità portata avanti da anni da Diesel – è stato anche un’occasione per rimettere sarti e lavoratori della filiera al centro del dibattito: presso il flagship store di Piazza San Babila le sarte, armate di macchina da cucire, hanno dato una dimostrazione pratica di upcycling trasformando vecchi tessuti in nuovi capi di abbigliamento di fronte ad un pubblico curioso. 

Nel 2022, GUESS – già da anni in prima linea nella ricerca e ideazione di tecniche produttive a basso impatto ambientale – ha lanciato Upcycled Collection in collaborazione con Homeboy Industries, un programma di riabilitazione e reinserimento in società di Los Angeles. Una collezione diversa dalle precedenti, che alla causa ecologica affianca quella sociale, fornendo ai membri della comunità le competenze e conoscenze necessarie per trasformare scarti in nuovi capi di abbigliamento. Tote bag, pantaloni, bustier, giacche e persino cuscini e cucce per cani: una collezione ampia e variegata dove il denim dismesso ha cambiato forma e addirittura funzione, sottolineandone la versatilità.

Miu Miu Upcycle denim – extract from the video
Miu Miu Upcycle denim – extract from the video

Altri esempi di denim upcycled: John Galliano x Maison Margiela

Il direttore creativo di Margiela John Galliano nel 2020 ha lanciato Recicla, un progetto incentrato sulle buone pratiche di riciclo e recupero. Le radici di Recicla sono da ricercarsi nella linea Replica di Martin Margiela, fondatore della maison. Già a partire dagli anni Novanta, Margiela era solito acquistare abiti e accessori di seconda mano e stravolgerli attraverso la sua audace visione per tramutarli in capi di abbigliamento completamente nuovi. Tutti i pezzi unici che compongono le collezioni Recicla sono caratterizzati da una grande etichetta bianca che riporta l’origine e l’epoca di provenienza del capo. Nel corso degli anni, Galliano ha realizzato cappotti, vestiti, borse e pantaloni accostando tessuti e materiali diversi tra loro in un dialogo tra passato e presente. Per la sua Artisanal Collection 2021, Galliano ha ulteriormente ampliato l’offerta dell’etichette Recicla proprio con inserti di denim upcycled presenti in giacche, pantaloni e cappotti loden. 

Il post-Covid è stato un periodo particolarmente florido in campo di riciclo e upcycling, come dimostrato non solo da Maison Margiela, ma anche da altri marchi di haute couture come Jean Paul Gaultier e Schiaparelli. Nel primo caso, il guest designer Chitoise Abe di Sacai ha cucito insieme Levi’s vintage per creare una voluminosa gonna patchwork, mentre Daniel Roseberry di Schiaparelli ha dato una svolta surreale a vecchi jeans realizzando una giacca in denim con ampie maniche impreziosite da ricami in oro e ceramica. 

Da Vitelli a Sami Mirò: Il futuro della moda ruvida è più sostenibile e più circolare? 

Le nuove leve dell’industria della moda hanno dimostrato un particolare interesse e impegno nella ricerca di alternative meno inquinanti che non implichino soluzioni estreme – e inattuabili – invocate a gran voce dai più radicali, quali smettere di produrre e di acquistare. E così l’upcycling si rivela ancora una volta un’opzione vincente. Lo dimostra il giovane brand italiano Vitelli, fondato da Mauro Simionato con il sogno – realizzato – di dare una seconda possibilità a fili di recupero destinati alla discarica. Specializzato nella maglieria, Vitelli crea i suoi capi in due modi: direttamente in atelier con macchine a mano, o in modo sartoriale con una tecnica chiamata agugliatura che consiste nell’infeltrire i fili per dare compattezza al materasso di fibre. Il risultato è un tessuto 100% upcycled, rigenerativo, che hanno chiamato Doomboh. In occasione della Milano Fashion Week di febbraio, Vitelli ha debuttato in passerella con la collezione autunno inverno 2023/24 dove il denim – rigorosamente proveniente da deadstock- è entrato in gioco in maniera inaspettata, augugliato con la seta restituendogli una matericità cruda e organica.

Un ethos simile guida anche l’approccio del brand della designer statunitense Sami Mirò, la cui filiera è ecologica dall’inizio alla fine. Dalle materie prime coltivate secondo principi biologici, come canapa ed eucalipto, a materiali riciclati e di recupero, primo fra tutti il denim. Poco più di un anno fa, Mirò ha lanciato la collezione Zero Waste Denim, realizzata utilizzando il 100% dei jeans di scarto. La stilista spiega infatti che non generare nuovi rifiuti è possibile solo attraverso il “reverse engineering”, un metodo di rielaborazione consapevole che consente di sfruttare ogni centimetro di tessuto e ogni componente di ciascun jeans, sia che esso venga utilizzato per creare un unico nuovo modello sia che venga rielaborato come in un puzzle di tessuto.  Già nel 2022, Mirò aveva lanciato una capsule di capi upcycled, ancora una volta in collaborazione con il colosso del denim Levi’s, sempre più consapevole dell’impatto che l’industria della moda ha sull’ambiente e sul benessere delle comunità che abitano i luoghi dove avvengono i processi produttivi maggiormente inquinanti. 

Problemi di sostenibilità nella moda: il lato oscuro del denim

I capi di abbigliamento in denim sono da più di un secolo una costante all’interno degli armadi di tutto il mondo. L’iconica tela blu in cotone, ruvida e morbida al tempo stesso, e materiale d’eccellenza per abiti da lavoro già a partire dall’Ottocento, ha saputo adattarsi ai numerosi cambiamenti che nel corso dei decenni si sono avvicendati nel mondo della moda grazie alle sue proprietà quali durabilità, versatilità e resistenza. I capi in denim – jeans, gonne e giacche – sono ancora oggi tra i più richiesti; si stima infatti che ogni anno vengono immessi sul mercato più di due miliardi di paia di jeans, molti dei quali rimangono invenduti e vengono destinati allo smaltimento, per un giro di affari globali di circa 75 miliardi di dollari.

Numerosi studi hanno provato che produrre un singolo paio di jeans si utilizza fino a un chilo di cotone, la cui coltivazione richiede a sua volta 10.000 litri d’acqua, ai quali se ne aggiungono altri 2.630 necessari per trattare e lavorare la tela durante le varie fasi produttive. Acqua che, al termine di questo processo industriale, è quasi impossibile depurare e riutilizzare per via della dannosità ed aggressività delle componenti chimiche utilizzate – circa due milioni di tonnellate all’anno, oltre a pesticidi e insetticidi che si disperdono direttamente nell’ambiente. Pertanto, la maggior parte delle volte, l’acqua viene scartata, non trattata, in luoghi inappropriati. Senza contare che raramente le fasi di produzione di un indumento avvengono tutte in uno stesso paese – o addirittura continente – comportando un elevato prezzo ambientale in termini di emissioni di CO2. Guardando questi dati, appare evidente che la questione ecologica che ne deriva ha un impatto enorme sul pianeta e che trovare soluzioni alternative deve essere un obiettivo perseguito su larga scala e sinergicamente da tutti gli attori del sistema moda.

Recycling vs. Upcycling: le differenze

‘Upcycling’ è un termine anglosassone usato per definire una pratica di economia circolare. L’upcycling è spesso confuso con il recycling – il riciclo – di fibre e tessuti dismessi. Secondo una ricerca del 2023 di Kearney, società leader di consulenza strategica internazionale, commissionata dal Foglio della Moda, il riciclo di fibre tessili è un processo invasivo, lungo e costoso e per questo, nonostante eviti l’impiego di fibre vergini riducendo lo sfruttamento di materie prime, non sempre offre una soluzione efficace alla questione ecologica all’interno dell’industria della moda. La stessa Commissione Europea ha dichiarato che meno dell’1% del tessuto utilizzato per produrre abbigliamento viene riciclato in nuovi capi, denim incluso. A ridurre ulteriormente le possibilità di riciclo degli indumenti in denim, sono gli accessori metallici come bottoni e cerniere, etichette di vario tipo e qualsiasi inserto di tessuto diverso dal cotone. Ad oggi, infatti, gli abiti realizzati con più di due fibre sono considerati non riciclabili.

Al contrario, upcycling significa recuperare l’esistente, ossia gli abiti dismessi, e dargli una nuova forma ed estetica attraverso un processo di trasformazione. Si stima che un jeans upcycled emette fino all’83% di CO2 in meno rispetto a uno nuovo. Per far sì che questa pratica venga messa in atto efficacemente, però, è necessaria una buona base di partenza, ovvero capi di qualità e duraturi. Sempre Kearney mette in luce come, soprattutto fra i più giovani – Gen Z e l’ultimo strascico della generazione dei Millenials – manchi una cultura dell’abito e di rispetto nei confronti di chi l’ha creato e delle materie prime impiegate. L’attuale missione di numerosi brand, sia affermati che emergenti, è quella di istruire le nuove generazioni di consumatori sul ciclo di vita dei prodotti e sulle nuove opportunità offerte dalla nascente cultura del recupero.

Agnese Torres

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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