Barbara Kasten, Architectural. Site 17, High Museum of Art, Atlanta, GA, August 29, 1988
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Da grande voglio fare il rapper: l’evoluzione di un sogno per Mondo Marcio

«Scena musicale odierna: tanta roba, tanta fuffa» Intervista al rapper milanese tra una città che cambia, violenza giovanile strumentalizzata dalla politica e l’importanza di creare spazi di discussione sulla salute mentale 

Mondo Marcio – salute mentale e mascolinità

Il rap rientra tra le forme espressive privilegiate per sviscerare il disagio personale. Il maggior successo di Mondo Marcio, Dentro alla scatola (2006), tra i primi brani rap a fare breccia nel panorama musicale italiano, era uno sfogo personale. Un esempio di condivisione e apertura che si ritrova in Magico a sedici anni di distanza: 

«Allo specchio parla dei momenti più difficili, ma soprattutto di come ne sei uscito. Tutti affrontiamo delle prove, ma reagire è una responsabilità» spiega Marcio. «Lo stigma sulla salute mentale va tolto il prima possibile. Serve un cambiamento rispetto a quello che succedeva prima, quando – in quanto uomo – non potevi piangere. Al massimo potevi berti il tuo bicchiere di whiskey liscio prima di andare a dormire, e nel peggiore dei casi spararti un colpo in testa dopo qualche anno», racconta Mondo Marcio.

«Oggi c’è maggior consapevolezza riguardo a parole chiave come mindfulness, meditazione, energia, selfcare, che possono risultare New Age riciclata, ma sono necessarie per contrastare il livello di stress che viviamo, bombardati da richieste sull’essere iper-performanti. È pieno di giovani con attacchi di panico, crisi di ansia, problemi legati agli psicofarmaci». 

Un disco post-covid

«Magico ha preso vita quando è finito il periodo del Covid. Ho capito che la soluzione per me era la musica. Da lì è nato il concept: la magia personale che mi fa stare bene, che mi piace fare. A prescindere dai soldi e dal riconoscimento», spiega Mondo Marcio. «La magia di cui parlo è una fiamma che si alimenta con l’esperienza. Si riaccende quando più hai bisogno di calore».

Il progetto, che include le collaborazioni con Gemitaiz, Arisa, Caffellatte, Nyv e la partecipazione di Saturnino, arriva a tre anni di distanza da Uomo! «A parte Desideri, che ho scritto nel 2019, la maggior parte dei brani di Magico è nata nel 2022. Il disco è un percorso di vita. Sono stati tre anni vissuti molto intensamente, un rollercoaster di emozioni». 

Mondo Marcio – dal country alla drill, il rap rimane una costante

Tredici brani (più un bonus track presente nel formato fisico) dove Marcio alterna gli stili, proponendo anche sonorità in voga tra il pubblico rap più giovane. A cominciare dalla drill, esplosa a livello globale grazie al newyorkese Pop Smoke (ucciso nel 2020 a Los Angeles), e tuttora spinta da artisti come Fivio Foreign e Central Cee all’estero e Rondodasosa in Italia, fino all’esercizio di stile con rappati vecchia scuola. 

Il disco racchiude una serie di ispirazioni e influenze raccolte e assorbite strada facendo: «Pusha T per la parte rap e Central Cee per la parte drill» spiega. «Per la carriera che ho avuto e per le decisioni prese, sono nella posizione creativa di poter fare quello che mi piace, a prescindere dal mercato. Che sia un pezzo vicino al country come Mezzanotte o alla drill come Fuoco e ghiaccio. La chiave per me è fare propri i trend». 

Il rap rimane una costante, nonostante alcuni veterani della scena abbiano manifestato più volte una sorta di disaffezione per il proprio genere di riferimento. «Non ho mai pensato di cambiare genere» precisa. «Nel 2019 avevo definito Uomo!, il mio ultimo disco della mia prima vita, perché avevo in ballo progetti legati alla mia vita personale. Poi è arrivato il Covid ma la fiamma non si è mai affievolita. Il disco parla proprio del fatto che in tanti anni di alti e bassi personali la costante positiva è stata l’amore per la scrittura e la condivisione con il pubblico delle canzoni».

Mondo Marcio contro il politicamente corretto e la cancel culture

«Il politicamente corretto e la cancel culture hanno finito per influenzare anche chi rappa o lavora nella creatività. C’è questo bisogno di dover parlare pulito a tutti i costi, di non dover offendere nessuno, che è diventato vessatorio per noi creativi». 

«Penso che il mestiere di un artista sia anche – se non prima di tutto – quello di provocare. Una reazione, un’emozione. Il mio è un ruolo di rottura. Sia personale che culturale. Se mi vengono legate le mani non posso più fare il mio lavoro come si deve. È poco utile alla creatività, e si vede anche nei prodotti che escono. Dagli album ai film, è tutto molto piatto e fatto con lo stampino, per paura di offendere qualcuno». 

Nell’album di Mondo Marcio trovano posto anche considerazioni sulle nuove voci del rap

«Tanti ragazzi fanno rap per copiare altri ragazzi che ce l’hanno fatta. Non perché gli piaccia realmente, ma perché è di moda, fa fare like e soldi. Rimane emulazione. C’è molta confusione, al di là di quello che si vuole fare nella vita, a livello di input e stimoli. Appena ti svegli e accendi uno schermo, hai centomila cose diverse che ti vengono proposte da consumare. Se sei strutturato può essere una distrazione, ma a sedici anni sei una spugna. Troppa offerta rispetto alla domanda effettiva, troppa roba per poterla consumare. Abbiamo troppo di tutto. Questo restituisce la scena musicale odierna: tanta roba, tanta fuffa».

«La nostra società è claustrofobica, preconfezionata. Ogni canzone è già stata registrata, ogni film è già stato girato. Si continua a riciclare idee vecchie di trent’anni, a resuscitare supereroi sotto nuove versioni, a campionare canzoni. È proprio un’altra era. Io sono entusiasta di arrivare dalla mia. Mi ha permesso di avere ossa spesse e spalle larghe. Se iniziassi oggi avrei la fortuna di farmi notare con un cellulare, invece che con la gavetta – ma con la sfortuna di dovermi confrontare con un mare di indecisione e incertezza». 

Il rap rimane una chimera per molti

Lo racconta in Autumn Beat Antonio Dikele Distefano (film in uscita su Prime Video il 10 novembre): la storia di due fratelli che sognano di sfondare con il rap nella scena italiana degli anni ’10, qualche anno dopo “Dentro alla scatola” e “Applausi per Fibra”. Qualcosa che per Mondo Marcio è possibile anche nei ‘20. Ma il problema non è sfondare, quanto restare: «Io a sedici anni avevo le idee chiarissime. Volevo fare questo e mi è andata bene, grazie al talento, alla fortuna e al lavoro».

Mondo Marcio continua la sua riflessione sull’oggi: «L’arte che viene creata è una conseguenza della realtà socio-politico-culturale che si vive. Per artisti come DMX, Busta Rhymes, Jay Z e Nas, l’attitudine era “sono più forte di te”. Oggi, nomi come Lil Uzi Vert o Lil Baby fanno sentire i propri sentimenti, ma senza la necessità di spaccare. Non c’è più bisogno di aggressività». 

Percepisci nelle nuove leve la volontà di costruire una legacy?

«Con questa attitudine, no. Non perché non si possa fare, ma perché non è nell’interesse di nessuno. Non è né il mindset né il modello di business del 2022. Vale tanto per i brand quanto per le nuove leve del rap»

«Pensiamo ai mobili dei nonni. Se ci buttavi una bomba sopra, si rompeva la bomba. L’idea era di fare le cose per farle durare, con materiali di prima scelta, e che potessero rimanere nelle case delle persone per cinquant’anni. Dopo si è passati all’idea di voler fare dieci prodotti con trenta colori diversi che durassero sei mesi obbligando il pubblico a comprarne uno nuovo. Come gli spin off cinematografici. Io sono rimasto vecchia scuola. Se mi ripaghi in soldi, tempo o attenzione, mi sento in dovere di darti il miglior prodotto possibile. Nel mio caso, l’album più vero che posso fare, che ti permette di trovare qualcosa di nuovo anche al trentesimo ascolto». 

Un mercato musicale saturo, con un pubblico bombardato di nuove uscite ogni venerdì, è la conseguenza del circolo produttivo a cui l’umanità si è vincolata: «È un modello fallimentare, come possiamo vedere tutti i giorni. Il pianeta è sputtanato, perché continuiamo a produrre a prescindere da quello che la gente vuole. Abbiamo di fronte le conseguenze della fabbrica che non si spegne mai». 

La Milano di Mondo Marcio

I cambiamenti riguardano semmai ciò che circonda l’artista, a cominciare dalla città nella quale è nato «Milano è la città che mi ha dato una casa per trentasei anni. C’è sempre stato un rapporto di amore e odio, come qualsiasi persona che frequenti tutti i giorni. Negli anni ho imparato a capirla di più per le piccole cose, specialmente viaggiando». 

La Milano odierna non è soltanto una riserva quasi illimitata di luoghi da scoprire e fare propri («Al momento sono spesso al Ghe Pensi Mi a NoLo»), ma anche uno specchio del momento di transizione che le fasi successive alla crisi pandemica hanno innescato, unite alla stagione politica di cerniera tra il Governo Draghi e l’immediato futuro. In questo scenario, il rap può ancora inserirsi?

«Penso che la mia arte serva a rendere la realtà più sopportabile. C’è bisogno di speranza. Le elezioni hanno accentuato un clima di confusione, paura e incertezza. Quando c’è paura, le persone si rifugiano sotto l’ala di chi fa la voce grossa, promettendo misure forti e soluzioni in tempi record. È un istinto ancestrale. La mia soluzione è di restare uniti, senza creare ulteriore separazione e tensione. La magia è anche quello, concentrarsi sulle cose che fanno stare bene».

Rap e politica

Ad accostare rap e politica ci pensa spesso la cronaca, impegnata a rincorrere episodi di criminalità e microcriminalità legati più o meno direttamente agli esponenti della scena milanese e lombarda più street, rei di rappresentare un modello negativo che alimenta il fenomeno delle baby gang: «Potremmo pensare che sia un fenomeno legato al 2022. In realtà questa mattina ascoltavo Illmatic di Nas, del 1998, e già nel primo pezzo N.Y. State of Mind si parla di ragazzini che premono il grilletto. Le baby gang ci sono sempre state, idem i ragazzi soldato in Africa. Non legherei quindi le risse al rap». 

«A me la nuova scena piace» sottolinea Mondo Marcio. «Non per i tafferugli: devi fare qualcosa di positivo con quello che hai. Se arrivi dalla strada vuoi uscire, non rimanerci. Ad alcuni di loro, non tutti forse, penso sia chiaro. Di certo non c’è quella preparazione che noi eravamo obbligati ad avere per emergere. Oggi è tutto molto immediato, alcuni nomi si accendono subito e si spengono altrettanto in fretta»

Magico, Mondo Marcio

Distribuito da The Orchard. Mondo Marcio porterà poi Magico dal vivo a inizio febbraio 2023: mercoledì 1 sarà a Roma (Largo Venue), giovedì 2 a Milano (Magazzini Generali) e venerdì 3 a Torino (Hiroshima Mon Amour).

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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