Concerto della scorsa edizione di Milano Music Week Lampoon
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Milano Music Week e Linecheck: ragionamento sull’evoluzione della musica italiana

Dal 21 al 27 Novembre Milano ospiterà Milano Music Week e Linecheck:  abbiamo chiesto a Nur Al Habash, direttrice artistica di MMW, e Dino Lupelli, founder di Linecheck

Milano Music Week e Linecheck 2022

Dall’Expo di Milano all’evoluzione contemporanea, da nomi come Thundercat, Little Dragon, Lewis Capaldi, James Holden all’esportazione di realtà Italiane sempre più in grado di dire la loro fuori dai confini nostrani, Linecheck torna per l’edizione 2022 con la stessa mentalità di sempre e (ancora) tanta voglia di generare scoperta e interesse verso il settore artistico-musicale e le sue possibilità. Cosa che per il mercato nostrano fa Milano Music Week, di cui Linecheck è main content partner anche nel 2022 e che anche per questa edizione mette nel mirino temi simili alla manifestazione sorella: la potenza del networking, l’importanza di momenti formativi e la verticalità sul dibattito musicale a tutto tondo, senza fronzoli e con l’intento di riunire dimensione live e parlata sotto lo stesso tetto.

Abbiamo chiesto cosa dobbiamo aspettarci dal 21 al 27 Novembre a Milano, teatro in cui Milano Music Week e Linecheck andranno in scena, a Nur Al Habash, direttrice della Fondazione Italia Music Lab e dallo scorso anno alla direzione artistica di MMW, e Dino Lupelli, founder di Linecheck e direttore generale di Music Innovation Hub.

L’edizione 2022 di Milano Music Week

Nur, tu hai preso in carico questo ruolo da poco ma l’attività in cui sei stata coinvolta significa già tanto per Milano Music Week, con un programma arricchito di idee e contenitori che viaggeranno verso una scoperta ancora più ampia. Che esperienza sarà guidare l’edizione di quest’anno?

NAH: Sì ho iniziato praticamente in corsa, un anno fa, quando a due mesi dalla scorsa Music Week sono diventata co-direttrice artistica a fianco di Luca De Gennaro, e mi è stato poi chiesto di curare l’organizzazione e il coordinamento istituzionale. La scorsa non è stata un’edizione che ho organizzato del tutto io perché sono arrivata proprio all’ultimo, ma mi è servita per capire come funziona l’evento e come lavorarci poi nel futuro, a partire da questo 2022.

Cosa ti aspetti dal ruolo della Milano Music Week che guiderai quest’anno e cosa si deve aspettare chi sarà nel capoluogo lombardo in quei giorni?

NAH: Ti dirò, forse inizialmente credevo dietro ci fosse meno lavoro, invece ce n’è e parecchio (e direi che forse da fuori questo non si percepisce molto). Le aspettative erano chiaramente quelle di far crescere l’evento, che però mi è esploso letteralmente in mano: abbiamo avuto un enorme interesse da parte di brand (quest’anno davvero tanti, rispetto al passato, che si sono interessati al mondo Milano Music Week) e content partner, ossia tutto ciò che fa parte dei contenuti della settimana. Siamo stati inondati di proposte, quindi sono molto felice e ottimista, sia per chi ci ha lavato che per chi verrà durante gli eventi in settimana. Ma alla vigilia dell’evento direi anche molto stanca [ride, ndr].

Colapesce e Dimartino e l’esplorazione del linguaggio musicale

Hai anticipato che il tuo obiettivo è quello di ampliare gli orizzonti di un evento già parecchio ricco di temi, dove il linguaggio musicale viene esplorato da più lati (e in questo senso immagino giochi anche la scelta di Colapesce e Di Martino scelti come curatori esclusivi, per alcuni territori su cui la manifestazione opera). Com’è stato questo processo? E come pensi si possa mantenere vivo anche in ottica futura?

NAH: Sì, quest’anno una delle novità che ho apportato è stata quella di ampliare il comparto eventi e quello delle proposte, oltre che l’impostazione relativa all’incontro con gli artisti: non solo interviste sulla carriera o sul momento specifico, ma dibattiti che mettono la musica al centro e poi indaghino il tema da più punti di vista possibili. Dall’aspetto generazionale a quello sociale e anche autoriale, come quello della scrittura ‘che dura per sempre’ (mi viene in mente Alan Sorrenti che dialogherà con Ceri e Colombre, due artisti della nuova scena a creare proprio quel genere di contrasto utile a unire mondi diversi). Ci sarà anche una conversazione tra Mogol padre e figlio, che è un altro esempio perfetto per dire che tutto ruoterà sull’amore per la musica e sull’amore per parlare di musica. La Milano Music Week dev’essere l’esperienza perfetta per conoscere gli artisti, non solo un’occasione per vederli calcare un palco né tantomeno vederli parlare (solo) di sé stessi.

La nascita di Linecheck, lo sguardo internazionale

Dino, come si unisce Linecheck al territorio di Milano Music Week? Qual è la sua storia e come si evolve, in questo contesto?

DL: Linecheck nasce nel 2015, in circostanze per cui diverse cose si combinarono insieme in maniera spontanea: Milano ospitava una storica edizione degli MTV Europe Music Awards, durante l’anno dell’Expo, e il comune organizzò un incontro istituzionale tra addetti ai lavori. Convergenza che peraltro portò poco dopo a innescare la nascita della Milano Music Week. Linecheck era prima organizzato da Elita, società di cui ero titolare, dopodiché è stata invece acquisita da Music Innovation Hub che tutt’oggi ne è proprietaria. La sua cifra è sempre stata quella dell’internazionalizzazione, elemento che peraltro mi sembra naturale debba esistere nella musica e nei suoi circuiti oggi, dall’elettronica al jazz.

Ironicamente la dimensione che fa più fatica ad essere esportata, e di cui l’Italia può vantare un repertorio — oltre che una contemporaneità di tutto rispetto — è quella popolare, noi cerchiamo quindi dagli albori di lavorare sul concetto di esportazione. Che non può nascere se non esiste una connessione tra mercati o una conoscenza più approfondita che una piattaforma può centralizzare, mettere in vetrina. Oltre a questo è anche territorio di capacity building, cioè strumento per migliorare, appunto, conoscenza all’interno dell’industria, potenziare le possibilità, sapersi evolvere.

E poi c’è la musica: cosa deve attendersi il pubblico di Linecheck da questa edizione?

DL: La parte festival è rivolta a music lover affamati di novità, che è sempre stato un diktat consolidato già dalla prima edizione e per cui è stata riconosciuta a livello internazionale, nel comparto music conference. Un risultato sicuramente non scontato quando siamo partiti, ma che ormai possiamo orgogliosamente confermare.

Il ruolo di Milano e dell’Italia nel la produzione e nel mercato musicale

In questo senso anche Milano Music Week ricopre un ruolo piuttosto simile (e altrettanto cruciale): dare all’Italia un territorio di esportazione della conoscenza e fare un punto sullo stato dell’arte della music industry. E la città di Milano, che dell’innovazione ne abbraccia sia gli aspetti più riferiti al mercato che quelli artistico-musicali, è una chiave.

NAH: Sì, non è un mistero che oggettivamente Milano è la capitale Italiana della musica, e la composizione a matrioska di Linecheck e Milano Music Week continua ad offrire uno spazio per professionisti e addetti ai lavori che converge per portare conferme (oltre che, di edizioni in edizioni, scoperte). L’aspetto del capacity building di cui parlava Dino riguarda entrambe le esperienze, ed è qualcosa di gran valore: l’offerta spazia da momenti di networking a seminari e workshop formativi, da panel a live di vario genere. E questo coinvolge sia chi lavora che chi fruisce musica. Poi, su Milano, per diventare città ancora più attraente a livello internazionale (e sul piano musicale, nello specifico), la strada da fare è comunque ancora tanta: credo che Linecheck in questo senso è l’unico esperimento che ci prova, sgomitando tra la competizione e cercando di invertire la nostra mentalità non sempre propensa a questo tipo di evoluzione verso l’export.


DL: Mi allaccio a questo per dire che le cose che sì, è fondamentale soprattutto mettere al centro il concetto di importazione ed esportazione come simbiosi. Dall’estero ci guardano un po’ come Paese chiuso in sé stesso, e questo se favorisce il mercato interno non permette sicuramente un riscontro esterno. La mentalità della rassegna è quella di far progredire questo canone, far puntare gli occhi sulla nostra industria in maniera organica, ed i numeri di chi si interessa e di chi è coinvolto in questo senso sono confortevoli.

I riflettori sull’evoluzione 

Sulla parte festival, per Linecheck, c’è molto di questo tracciante, perché da realtà più nostrane come Marco Castello e I Calafatari, Studio Murena e il dj set di Ciao Discoteca Italiana il cartellone spazia tra elettronica sperimentale conosciuta a livello globale europeo e showcase di etichette europee di ricerca: com’è stato costruire un cartellone con queste prerogative di evoluzione?

DL: La programmazione si compone di due grandi aree, ovvero gli showcase di artisti Italiani che vengono presentati al mercato potenziale internazionale (attività peraltro abbastanza unica, a livello di music conference) e la lineup del festival rivolta ad un pubblico più ampio. La cifra stilistica viene elaborata ogni anno da un curatore: per questa edizione di Linecheck la direzione artistica è stata affidata a Germano Centorbi, che ha seguito la linea che proponiamo un po’ da sempre, ovvero quella che cerca di mettere in luce il prodotto italiano ‘export-ready’ (e ti assicuro che a volte è il più inaspettato) e combinarlo ad artisti di interesse europeo e internazionali. Su questo discorso Linecheck nasce con affinità spiccata verso il mondo dell’elettronica, ma il racconto che abbiamo fatto gli ultimi anni è stato quello della contaminazione tra le realtà sperimentali e quelle etniche, folk e popolari, che credo corrisponda al meglio all’evoluzione del mercato musicale globale, oggi.

Adottare uno sguardo nuovo e unitario

Cosa succede dopo Milano Music Week e Linecheck? Ovvero, come si tiene vivo questo interesse e questa passione verso l’evoluzione del mercato musicale quando i riflettori si spengono?

NAH: Le due hanno delle anime molto simili anche se sfaccettate, ma sicuramente la parte formativa rimane centrale. E mi aspetto che quello che viene imparato durante la settimana Milanese si propaghi in maniera organica durante il resto dell’anno, nell’attività giornaliera e lavorativa di chi ha partecipato. Dalla comprensione del mercato alle novità, cercando di veicolare gli strumenti che le rassegne offrono. Oltre a questo, naturalmente, è bene che l’importanza delle connessioni che si creano tra realtà, piattaforme e addetti ai lavori rimanga tale anche dopo questo compleanno che cade a Novembre. 

DL: Concordo, e sottolineo che l’obiettivo (e l’auspicio) dev’essere anche quello di trovare ancora maggiore coesione di visione ed obiettivi: è un’occasione speciale che secondo me (e rafforzato da qualche anno in cui le manifestazioni si svolgono sullo stesso territorio e nello stesso momento) dovrebbe portare ad uno slancio definitivo. Ovvero, cercando di comprendere un obiettivo comune per traguardi importanti, guardare a una crescita degli investimenti e dell’attenzione mediatica, come succede in altri comparti della filiera creativa come moda e design, sempre molto presenti nell’interesse nella città di Milano.

La fine del modello autarchico 

DL: Diciamo che da un modello autarchico sarà sempre più importante aprirsi ed evolvere: il mercato Italiano è ancora molto poco attento alle tematiche che regolano questo sistema (e ne abbiamo avuto esempio durante la pandemia, tra dinamiche e regole che l’ecosistema musicale non riusciva a far valere come altrove succede naturalmente). Se vogliamo dare alla musica un peso giusto dal punto di vista economico — oltre che culturale — l’ambizione e lo sforzo deve andare verso questo percorso. Se pensiamo anche all’enorme interesse che negli ultimi anni i giovani hanno rivolto a questo settore (e da anziano mi permetto di dire che è veramente qualcosa che sta cambiando parecchio in meglio, le cose) è inevitabile riflettere su questo. Perché accresce la diversità, le competenze e quindi accresce le possibilità. E penso anche che la mia generazione debba da questo imparare molto, rivolgendo lo sguardo al futuro: non è detto che se lavori da trent’anni nella musica conosci già quello che succederà domani. Anzi.

Nur Al Habash

Nata a Roma nel 1986 è una giornalista musicale e music export manager. Dal 2021 è Direttrice della Milano Music Week. È fondatrice di Italia Music Lab, hub nato per fornire supporto ai giovani artisti italiani. Nel 2017 ha fondato per SIAE, Italia Music Export, ufficio nato per supportare e promuovere la diffusione della musica italiana all’estero.

Dino Lupelli

Nato a Bari nel 1970, studia Legge e si specializza in Organizzazione di Eventi Culturali. È attivo nell’industria musicale dal 1990. Lupelli è General Manager di Music Innovation Hub e direttore del Linecheck, progetto di internazionalizzazione della musica italiana. Nel 2015, durante l’Expo di Milano, ha fondato Linecheck Music Meeting and Festival, una manifestazione incentrata sulle opportunità di networking per l’intero settore musicale nazionale.

Giovanni Coppola

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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