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Agricoltura rigenerativa e oasi di biodiversità nel comune di Vernate, Città Metropolitana di Milano
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Siccità, glifosato, importazione: la coltura del riso tra incertezza e sostenibilità

La Lombardia, tra i massimi produttori di riso in Europa, è chiamata a definire nuove strategie per fronteggiare siccità, restrizioni sui diserbanti e crescita dei consumi

Oltre il 50% del riso europeo viene prodotto in Italia

La coltivazione del riso è ritenuta particolarmente redditizia per gli agricoltori, specialmente in Lombardia, regione italiana tra le più impegnate nella produzione e chiamata a far fronte a una domanda crescente. Secondo l’Istat, in Lombardia nel 2021 sono stati coltivati 97800 ettari. La regione, assieme al Piemonte, costituisce il 90% della produzione risicola nazionale. A livello europeo, l’Italia copre oltre il 50% della produzione continentale.

La sostenibilità della coltivazione risicola è a rischio

Il riso è considerato il prodotto principe dell’agricoltura lombarda. Tuttavia, questo paradigma comincia a vacillare. La sostenibilità della coltivazione risicola è infatti a rischio, per diversi fattori, uno su tutti: la difficoltà di rivedere consumi e processi. La domanda è alta, ma tra condizioni climatiche, situazione geopolitica, rincari, gestione dell’acqua e assenza di linee comuni sulla sicurezza, le prospettive per il prodotto non sono chiare. Anche la possibilità di convertire risorse e terreni in altre colture – ad esempio il grano, che non richiede processi di allagamento – presenterebbe problemi sul lungo periodo. La sfida della transizione rimane complicata, anche perché il progressivo aumento delle temperature metterà a dura prova anche le altre coltivazioni di ripiego. 

La siccità: si calcolano per il settore del riso perdite attorno al 30%

La scarsa produzione di neve che alimenta i fiumi, unita alle ondate di calore estive, comporterà quest’anno perdite per il settore stimate attorno al 30% – considerati i processi di allagamento delle risaie funzionali al mantenimento della stabilità delle temperature. Ci sono alternative più votate alla cosiddetta coltivazione in asciutta, in cui il riso viene interrato in maniera regolare e sommerso un mese più tardi, concentrando la richiesta di acqua in un periodo più breve, ma la via della sommersione rimane la più battuta per trattare gli ettari. Le piante ingiallite e bruciate dal sole sono irrecuperabili.

45% di precipitazioni in meno rispetto alla media degli ultimi dieci anni: la preoccupazione di Coldiretti Lombardia

Un singolo ettaro richiede tra i 15 e i 20mila metri cubi di acqua per generare poco più di 4 tonnellate di riso bianco. In Lombardia si sono registrati in sei mesi soltanto 300 millimetri di precipitazioni. Il 45% in meno rispetto alla media degli anni Dieci. In occasione della firma del protocollo d’intesa per la coltivazione risicola, sottoscritto da Regione Lombardia con l’obiettivo di promuovere attività di ricerca per contrastare il cambiamento climatico e coordinare le politiche sul consumo idrico e la risicoltura sostenibile, Coldiretti Lombardia non ha nascosto la propria preoccupazione per lo scenario attuale e futuro: «L’impatto della prolungata siccità rischia di pesare sull’evolversi della stagione del riso nonostante le ultime piogge abbiano salvato le semine primaverili». Come è noto, sono poi aumentati i costi di produzione a causa della guerra in Ucraina. Sempre Coldiretti riporta un aumento del 170% per la spesa legata ai concimi e del 129% per il gasolio, oltre un calo di diecimila ettari in tutto il paese. Anche l’impennata dei costi del carburante per i mezzi agricoli contribuisce a complicare il quadro, su cui già gravano gli effetti del cambiamento climatico e un sistema idrico carente.

Glifosato: il Green deal europeo e l’impegno degli Stati a tagliare l’uso di pesticidi entro il 2030

Un altro nodo che la risicoltura dovrà sciogliere riguarda il glifosato, un diserbante sistemico totale che negli ultimi anni genera crescente preoccupazione a causa dei possibili rischi per l’uomo e per l’ambiente derivati dal suo impiego. Il Green Deal europeo ha impegnato gli Stati a rivedere in maniera significativa l’impiego dei pesticidi entro il 2030. La strategia Farm to Fork prevede una riduzione dei fitofarmaci del 50%; in ogni caso, non inferiore al 35% per singolo paese. Il glifosato, tra i diserbanti erbicidi più utilizzati in ambito agricolo – con un mercato mondiale valutato intorno ai cinque miliardi di dollari – è dunque stato rimesso in discussione al netto dei vantaggi di cui godono gli agricoltori. L’utilizzo di questo diserbante risale al 1974, quando partì la commercializzazione del prodotto negli Stati Uniti sotto il nome di Roundup, prodotto dalla Monsanto, detentrice del brevetto fino al 2001. In Italia è impiegato prevalentemente come erbicida totale non selettivo, ed è possibile trovarlo sui prodotti di importazione provenienti da paesi dove è parte integrante della filiera agricola. Il glifosato è riconosciuto per la sua efficacia nell’eliminazione delle erbe infestanti e per l’ottimizzazione della resa delle porzioni di terreno coltivate. Viene inoltre smaltito agevolmente dai batteri del suolo, non penetrando il suolo particolarmente in profondità.

La Lombardia rimane l’unica regione impegnata nel monitoraggio del glifosato nelle acque 

C’è però la possibilità di ritrovarlo fuori campo. Negli alimenti, nell’aria, nell’acqua. In Germania, per esempio, era stato rilevato all’interno di quattordici marche di birra un livello di glifosato superiore al limite consentito di 0,1 microgrammi. Anche l’Italia si è attivata per misurare la presenza di glifosato fuori dai campi coltivati. A inizio 2022 è partita nella zona risicola della provincia di Pavia una serie di misure di contenimento dell’uso di glifosato; in seguito a dei controlli regionali previsti dal Piano Nazionale per l’uso sostenibile dei fitosanitari erano state riscontrate alte concentrazioni della sostanza. Ad oggi la Lombardia rimane l’unica regione impegnata a monitorare il glifosato nelle acque e a trasmettere i dati rilevati. 

I rischi per l’uomo: la possibile correlazione tra glifosato e il linfoma non-Hodgkin

Il tema più divisivo riguarda i rischi per l’uomo. È considerevole il fronte dei detrattori del diserbante, accusato di avere effetti nocivi sulla salute umana. Tra gli effetti che destano maggior preoccupazione vi è la possibile correlazione tra l’uso del glifosato e il linfoma non-Hodgkin, tumore del sistema linfatico. La IARC di Lione (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha classificato il diserbante tra i possibili cancerogeni.  Pur rimanendo fermi sulla necessità di non utilizzare il glifosato in aree densamente popolate, secondo l’Agenzia Europea per la chimica ECHA e la Food and Drug Administration USA la sostanza non è cancerogena. Dello stesso avviso l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), ma limitatamente all’impiego alimentare. Sempre l’ECHA nel maggio 2022 ha confermato la classificazione del glifosato come sostanza pericolosa relativamente ai danni oculari e alla salvaguardia della vita acquatica.

La Commissione Europea ha rinnovato l’autorizzazione all’uso del glifosato in agricoltura fino a dicembre 2023

È notizia del 6 dicembre 2022 il rinnovo da parte della Commissione Europea dell’autorizzazione all’uso del glifosato in agricoltura, prolungata fino al 15 dicembre 2023. L’accordo tra gli Stati membri non è stato trovato in tempo, complice l’ulteriore posticipazione della resa pubblica dei risultati delle valutazioni scientifiche sugli effetti dell’erbicida fatte dell’EFSA – l’ente europeo per la sicurezza alimentare. Il rapporto definitivo non sarà disponibile prima di luglio 2023, a causa della considerevole quantità di documenti da vagliare. Tra le restrizioni applicate per ora dalla UE, il divieto di avere nella stessa formulazione glifosato e ammina di sego polietossilata.

Areté, il report commissionato da Bayer 

Per molti il glifosato rimane indispensabile, e le garanzie offerte dalle alternative non sono ritenute sufficienti da una parte della filiera. Areté, report commissionato da Bayer, ha posto l’accento sui possibili rischi che l’adozione sregolata di altre opzioni rispetto al glifosato comporterebbe, oltre a prevedere una diminuzione della produzione italiana di riso in caso di divieto dell’uso del diserbante da parte dell’Europa pari al 17,7%.

La necessità della transizione per una sostenibilità fra costi più alti e redditività minore

Si ripresenta il tema della transizione, necessaria per rendere sostenibile l’innalzamento dei costi e la riduzione della redditività. Questi fattori infatti vincolano sempre di più all’importazione di riso, altro nodo reso ancora più soffocante dai delicati scenari geopolitici attuali. Nella cornice di Confagricoltura Pavia, Eleonora Miniotti (Centro Studi dell’Ente Nazionale Risi) ha sottolineato il ruolo occupato dall’Italia nello scacchiere risicolo continentale (fonte ANSA) anche grazie ai sistemi attuali: «L’Italia oggi occupa una posizione di rilevo in questo comparto, con il 57 per cento dell’intera produzione risicola europea». Per Alberto Lasagna, direttore di Confagricoltura Pavia, lo scenario glifosato free va considerato con prudenza: «Gli agricoltori non difendono l’uso del glifosato in nome di una battaglia ideologica: se questa molecola non va bene, si trovi un’alternativa – ma va garantita la produzione».

Gli Interrogativi legati alla PAC, Politica Agricola Comune

Si delinea per la filiera la necessità di fare sistema per il futuro, con regole e azioni coordinate. Realtà come la PAC (Politica Agricola Comune) nascono per favorire questi processi a beneficio delle aziende agricole europee. Anche in questo caso non mancano gli interrogativi. Finanziata con le tasse dei contribuenti europei, la PAC fu varata per la prima volta nel 1962. Per il periodo 2021-2027, la PAC ha messo a disposizione una dotazione di 378 miliardi di euro, contribuendo a regolare l’operato dei contadini e a favorire la produttività. La stessa PAC è però finita sotto accusa: sarebbe fautrice di un sistema favorevole alle grandi industrie, e le misure attuate fino al 2020 non sarebbero state efficaci nel ridurre le emissioni del settore.

La riforma settennale della PAC: tra cambiamento climatico, sostenibilità e aiuto all’economia rurale 

Il primo gennaio 2023 entra in vigore la riforma settennale della PAC, approvata dal Consiglio dell’Unione europea a dicembre 2021 con l’obiettivo di fronteggiare il cambiamento climatico, sostenere l’economia rurale, la gestione sostenibile delle risorse e la salvaguardia del paesaggio, in continuità con quanto stabilito dal Green Deal. Agli Stati membri il compito di redigere un Piano strategico nazionale su misura. La strada è già in salita: secondo alcune associazioni ambientaliste – tra cui European Environmental Bureau – gli obiettivi dei documenti già approvati redatti dai singoli Stati (21, Italia inclusa) non sarebbero concreti in termini di salvaguardia della biodiversità e riduzione di gas serra. L’Italia è finita nel mirino delle associazioni per un piano in cui persisterebbe la dipendenza da un sistema di sussidi, e non emergerebbero politiche realmente votate al cambiamento di rotta per il settore agricolo, colture risicole comprese.

Nuove strategie: il progetto Knorr

In questo scenario controverso e definito stagnante da più parti, è tuttavia possibile rintracciare iniziative proattive. Tra queste, la nascita a Pavia del primo progetto pilota di agricoltura rigenerativa, realizzato in Italia da Knorr in collaborazione con Parboriz e Innova-tech, e finalizzato alla raccolta di riso a basso impatto ambientale, con una riduzione del 35% di emissioni di gas serra e del 30% di consumo di acqua.

Il progetto, supportato dai ricercatori delle università di Milano, Torino e Pavia, trova la sua pietra angolare nell’iniziativa Buon Cibo Knorr, e parte da un dato: il sistema alimentare è responsabile per oltre il 30% delle emissioni di gas serra.

Aldo Ferrero, professore del DISAFA dell’Università degli studi di Torino e coordinatore scientifico del progetto Buon Cibo Knorr

Da qui, come spiega Aldo Ferrero, professore del DISAFA dell’Università degli studi di Torino e coordinatore scientifico del progetto, la strada è tracciata verso il 2025 con nuove strategie positivamente impattanti: «Al termine della fase pilota, l’obiettivo è quello di ottenere una riduzione fino a circa il 30% delle emissioni di gas serra rispetto alle condizioni ordinarie di coltivazione. Ci aspettiamo anche di avere un importante aumento della presenza di uccelli acquatici, insetti impollinatori e anfibi. Riteniamo di poter ottenere i primi significativi risultati e la conferma del raggiungimento dei nostri obiettivi già tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo».

Riduzione delle emissioni di gas serra, miglior fertilità del suolo e incremento della biodiversità

L’adozione di pratiche agronomiche come le sommersioni invernali delle colture mira ad abbassare la produzione di emissioni. Per migliorare la fertilità del suolo, sarà impiegata la pratica del sovescio, tecnica basata sulla semina di una coltura in successione alla raccolta del riso e poi del suo interramento prima della coltivazione di un nuovo ciclo di riso. Sul fronte biodiversità, è previsto l’incremento della presenza di insetti impollinatori, anfibi e uccelli acquatici. Tra gli obiettivi specifici quello di produrre alimenti buoni per le persone e per il pianeta, implementando cinquanta progetti di agricoltura rigenerativa che coinvolgeranno l’80% degli ingredienti chiave dei suoi prodotti entro i prossimi quattro anni. Knorr supporterà i produttori nello sviluppo di indicatori misurabili, analisi e metodologie di campionamento, nella cornice di un’iniziativa conforme ai Principi di Agricoltura Rigenerativa di Unilever.

Edoardo Saluzzo, responsabile R&D di Innova-tech

«È la corretta gestione della vegetazione presente sugli argini delle risaie insieme alla presenza costante di acqua, in alcuni solchi della risaia, durante la stagione vegetativa» sottolinea Edoardo Saluzzo, responsabile R&D di Innova-tech. «Il principale obiettivo, in questo caso, è quello di favorire lo sviluppo dei cicli naturali, in modo da consentire alla natura stessa di sostenere e migliorare la produzione risicola». Nell’ottica di migliorare la qualità dell’acqua, è in programma la riduzione dei residui dei prodotti utilizzati per la difesa del riso. La scelta di questi ultimi assume così un rilievo maggiore rispetto al passato. In caso di risultati considerevoli, si creerebbe un precedente difficile da ignorare per la filiera risicola e le politiche agricole nazionali.

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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