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Sergio Tavelli al Plastic, Milano – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
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Sergio Tavelli: Milano a 50 anni è ancora figa, ma lo era anche quando ne avevo 18

«Le Varesine, il Luna Park in città, Corso Buenos Aires, le pubblicità in piazza Duomo» sono 32 anni che Sergio Tavelli vive a Milano, e «non mi è mai passato per la testa di cambiarla»

Sergio Tavelli – la Valtellina, Milano, il Plastic, il Club Domani, la musica, la moda

Per i pochi che non lo conoscono, Sergio Tavelli è socio e dj del Plastic, dove mette i dischi più o meno dalla metà degli anni Novanta, è quello del Bordello – con la Stryxia – e quello di Club Domani – con Andrea Ratti –, quello delle sfilate, insomma non c’è neanche bisogno di stare qui a spiegare. Lo si sa chi è. È anche e soprattutto un mio amico, e una delle persone più imprevedibili che io conosca.

Scrivere dei nemici è divertente, scrivere degli amici è pericoloso. Il tema qui potrebbe essere dei più spinosi, perché cinquant’anni non vanno giù con nonchalance proprio a tutti. Per Sergio Tavelli è diverso. I cinquanta anni che compie il 22 marzo non sono forieri di malumore alcuno. Anzi. 

Sergio Tavelli: 50 anni, senza paura

È un umano ammantato di una imprevedibilità elettrica quasi palpabile che riempie la stanza e le conversazioni di un’affascinante irrequietezza. Se durante un pomeriggio in montagna dalle sue parti (è nativo della Valtellina) i convitati cedono allo svacco, allora si imbizzarrisce, diventa una bestia zanzaresca e inizia a istigare e sobillare, a proporre attività assurde, come una gita per raccogliere fragoline di bosco a dicembre, imperterrito fino a che tutti non si sono alzati e messi le scarpe e la giacca e i guanti e si sono lasciati convincere da questa impresa senza senso. A quel punto cambia idea, era solo una specie di sadico scherzo. 

Sergio è allergico come nessun altro alla noia e all’inedia. Ha un ritmo circadiano binario: o dorme (poco, pochissimo) o, quando è sveglio, vibra della stessa elettricità di Keith Jarrett al piano. È maestro della battuta, salace e sagace, della citazione (di solito da film in bianco e nero o libro non scontato, entrambi sempre molto giusti), ed è animato da una curiosità vorace che lo rende un ottimo conversatore – e questo lo scrivo qui, perché se glielo dicessi di persona verrei fulminato con una freddura annichilente, un ottimo amico. Gli ho chiesto com’è questa cosa di compiere 50 anni e del perché non è un problema dichiarare l’età anagrafica.

Jacopo Bedussi intervista Sergio Tavelli per Lampoon

«Non è un problema dire che compio cinquant’anni, anzitutto perché sono contento di esserci arrivato. Quando ne avevo venti non pensavo ad arrivare a cinquanta. A venti anni il traguardo sono i trenta, a trenta i quaranta. Non è che i cinquanta siano una meta particolare. Quando avevo vent’anni già quelli di quaranta li vedevo come dei vecchi, quelli di cinquanta figurati. La gente mi vede così. Io dentro non mi sento un cinquantenne, però mi rendo conto che se parlo con uno di vent’anni, lui mi percepisce come tale». Gli faccio notare, con eleganza, che io con lui non ho mai sentito una differenza d’età. 

«Sì, ma con te non c’è un gap generazionale così grande… [ci tengo a precisare che il gap generazionale tra me e lui non è nemmeno così insignificante, ma Sergio a quanto pare ci teneva a sottolineare l’opposto] Poi tu mi hai conosciuto in un ambito dove l’età conta poco, cioè il club. Al di fuori dell’ambiente del Plastic dove nessuno ha un’età perché siamo tutti lì per divertirci, se sono a cena con gente che non frequenta la notte, nella vita quotidiana, lì le differenze d’età saltano fuori. Lì me ne accorgo».

L’armadio di Sergio Tavelli, da Hedi Slimane a Valentino

La prima cosa che mi viene in mente quando fa riferimento alla gente che non frequenta la notte, è quello della moda. Della definizione e del racconto di sé attraverso gli abiti. Da che lo conosco, il suo rapporto con i vestiti è sempre stato tanto attento quanto anarchico, mai gerarchico. Designer diversi, stili diversi, wave diverse anche contraddittorie, abbracciate con leggerezza e sincero senso del godimento. Nell’armadio, lo so perché alcuni li sto puntando da tempo, una serie di pezzi pazzeschi di collezioni anche leggendarie. Pantaloni di glitter di Slimane per Dior Homme, Kilt di Comme Des Garçons, introvabili maglie di Helmut Lang degli anni Novanta, dei look Pink PP di Valentino della stagione appena passata.
«In quello sono lo stesso cretino di quando quindici di anni. Mi vesto senza nessun riferimento all’età che ho. Fa parte di me stesso, invecchiando uno potrebbe cambiare il modo di percepirsi, uno potrebbe sentire la necessità di vestire più classico, a me questo dubbio non è mai venuto». Sfugge senza sforzo al rischio più grande, ossia quello del giovanilismo. «Il giovanilismo è più che altro collegato a un’idea di cattivo gusto. C’è anche da dire che tu hai una certa percezione di me perché ci conosciamo da tanti anni, ci vediamo sempre, tu non mi vedi invecchiare e io non vedo invecchiare te. Quando ci siamo conosciuti avevamo un’età e continuiamo a vederci così. Se ci vediamo a cena con un tuo cugino che di anni ne ha 22, lui di sicuro mi percepisce come un cinquantenne. Il problema grave piuttosto è che io mi percepisco caratterialmente parlando esattamente come tuo cugino (ride)».

Sergio Tavelli vestito da Moschino

Come è cambiato il modo in cui si preparava per uscire rispetto a quando aveva vent’anni? «Non sono mai stato uno che il mercoledì pensava al look del sabato. Anche adesso magari compro una cosa che mi piace poi sta nell’armadio tre mesi prima che me la metta. Mi ricordo poi che quando grazie a Bill [Shapiro ndr] ha iniziato a vestirmi Moschino, c’era una ragazza, Paula, che era l’addetta allo showroom. Veniva sempre al Plastic e mi preparava delle proposte di look, mischiando l’archivio, le nuove collezioni. Quel periodo è stato forse quello con il look più organizzato e strutturato».

Sergio Tavelli: il lavoro da dj

Gli chiedo se la sua immagine e la sua figura pubblica, che necessariamente è legata al suo lavoro, influiscano l’una sull’altra e se ha mai pensato a questo compleanno come a un momento per fare un qualche bilancio. «No, bilanci non ne faccio mai, perché sono sempre in rosso (ride). Però devo dire che invecchiando, almeno professionalmente, è cambiata la percezione che le persone hanno di me. Mi apprezzano per la mia professionalità, mentre prima magari era un apprezzamento più legato all’immagine». 

«Ho avuto esperienze di clienti che dopo aver provato a lavorare con qualcuno di più giovane e molto meno costoso, poi mi hanno richiamato. Il modo di lavorare si impara anche col tempo: quanto sei professionale, come ti poni, la precisione, la puntualità, la capacità di capire chi hai davanti e che musica mettere, la capacità di far divertire gli invitati a una festa anche non seguendo le linee guida che ti danno ma sapendo leggere il momento. Ho sentito tanta musica e ho cercato di assorbirla tutta, quindi a questo punto ho l’hip hop che mi piace e l’hip hop che non mi piace, la house che mi piace e quella che non mi piace, e in questo si sviluppa un gusto che è al tempo stesso molto ampio ma anche molto personale».

La musica di Sergio Tavelli

Non è cambiato anche il rapporto che le persone hanno con chi fa il dj? Nel 1985, per dire, quanti dj di cinquant’anni c’erano? «Io andavo a ballare a 14 anni con mia zia Manuela, che ne aveva 25, e quindi già da piccolo ero in un giro di gente che ne aveva almeno dieci più di me. Quando andavo a ballare in Valtellina, i dj avevano tutti almeno 40 anni, ma forse era anche dovuto all’essere quella una realtà provinciale. Sentivo una distanza generazionale totale. Non sentivo di avere qualcosa da dirgli».


«Uno non decide di venire al Plastic perché ci sono io – uno viene al Plastic e ci sono anch’io. Se uno va a sentire Ritchie Hawtin è come se andasse a sentire i Rolling Stones, è un rapporto diverso. Io mi rendo conto che tutti i miei amici hanno venti o trent’anni meno di me, spesso ho un sacco di cose da imparare. Per il lavoro che faccio ho a che fare con loro e non posso esimermi dal conoscere il loro mondo e dal mettermi in gioco in uno scambio di opinioni punti di vista. Mi diverto di più con loro che con i miei coetanei, che in genere hanno interessi che non sono i miei».

Sergio Tavelli, il rapporto con Milano

Dalla Valtellina a Milano è un po’ il viaggio che abbiamo fatto se non tutti, in tanti, e quando il Plastic nel 2009 è stato insignito dell’Ambrogino d’oro, a ritirarlo c’era anche Sergio. Com’è il suo rapporto con questa città? «Mi ricordo la prima volta che sono venuto a Milano, da bambino, con i miei genitori. Mi ricordo viale Fulvio Testi coi palazzoni e il cartello Milano, che adesso non è forse la zona più attraente che possa immaginare, mi sembrava di essere su un altro pianeta. Mi ricordo le Varesine, il Luna Park in città, Corso Buenos Aires, le pubblicità in piazza Duomo. Milano a 50 anni è ancora figa se devo dirti la verità, ma lo era anche quando ne avevo 18. Allora era l’idea della Città vera, sono 32 anni che vivo a Milano, e non mi è mai passato per la testa neanche una volta di cambiare città».

Quindi come ci si sente a compiere questi 50 anni? «Superati i 45 la meta è 50. Anche a 49 dicevo già 50. A dire che ne avevo 49 mi sembrava di menarmela. Regali speciali non credo di farmene, me ne faccio già a prescindere dal mio compleanno. In realtà la volta che mi sono sentito veramente vecchio è stato quando ho compiuto 28 anni. Mi ricordo che quando ho fatto la patente a 18 anni mi dissero ‘tra 10 anni scade’ e ricordo che il mio pensiero fu ‘eh vabeh, 10 anni…’ poi quando sono arrivati i 28 e mi sembravano passati 10 minuti e non 10 anni è stato un colpo. Sono orgoglioso di essere dove sono, sono contento, ho il mio lavoro, i miei amici. Non mi posso lamentare. C’è chi dice ‘che bel traguardo’, ma non è un traguardo, il traguardo è la fine di una cosa. Non sono andato in pensione».

La festa per il compleanno tondo di Sergio Tavelli è sabato 25 marzo, al Plastic

È consigliabile arrivare molto presto, ma già si sa che ne varrà la pena. Come si capisce che quella a cui sei stato era una bella festa? «Quando il giorno dopo non ti ricordi. No, non è vero. La festa bella è quella che finisce bene. Bisogna sempre andarsene quando la festa è al culmine, you have to stop at the top. Si saluta quando si arriva e mai quando si va via. Poi ci sono volte che si resta fino alla fine, gli ultimi sopravvissuti, e anche quello è bello. Io comunque bevo solo il sabato sera. A volte esco il giovedì e faccio tardi senza bere niente perché mi diverto tanto. Se non mi diverto non inizio a bere per divertirmi, vado a casa. È sempre stato così, non sono mai stato un gran bevitore. Il primo sorso di gin and tonic il sabato sera a me fa abbastanza schifo, per dire. Sono stato a feste bellissime completamente sobrio insieme a 15 persone ubriachissime. Del resto sono stato giovanissimo e anche bellissimo. Mai però le due cose insieme».

Jacopo Bedussi

Sergio Tavelli – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli a Milano – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli a Milano – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli in Valentino – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli in Valentino – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli, la moda, la musica, il Plastic– Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli, la moda, la musica, il Plastic– Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli compie 50 anni il 22 marzo 2023 – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid
Sergio Tavelli compie 50 anni il 22 marzo 2023 – Foto di Simone Arbasi, Assistenti Ilaria Maggioni e Pierre Abouzeid

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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