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Il recupero di una cava abbandonata a Mazara del Vallo
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In città servono architetti o placemaker? non più costruire, ma recuperare

Chi sono i placemaker? figure ibride che si occupano della rigenerazione degli spazi abbandonati; reinvenzione e la restituzione alla comunità di un luogo, dagli spazi agricoli fino alle periferie

Placemaker e rigenerazione urbana, una prospettiva allargata

«Non ho inventato io i placemaker, ma li ho incontrati», racconta Elena Granata, professoressa di Urbanistica al Politecnico di Milano e autrice del libro Placemaker – Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Einaudi). Granata racconta queste figure ibride che si occupano della rigenerazione dei luoghi che abitiamo e che abiteremo: ridanno vita agli spazi abbandonati, rendendoli funzionali e sostenibili, e riescono a trasformare la crisi globale e climatica in un un’occasione per ripensare le città. «Il concetto di rigenerazione urbana di solito fa riferimento a manufatti di tipo industriale rimasti abbandonati nei centri urbani e di cui si ripristinano alcune funzioni», spiega Granata. «In questo caso è diverso: nella rigenerazione dei placemaker ci sono la reinvenzione e la restituzione alla comunità di un luogo. Può essere uno spazio agricolo, un borgo, una periferia abbandonata, un contesto nell’entroterra: un luogo che ha perso la sua funzione vitale rispetto agli esseri umani. È una rigenerazione che include una dimensione economica, di senso e anche di manutenzione del territorio».

Nel solo 2021 in Italia si sono contati 70 chilometri quadrati occupati da nuove coperture, il il valore più alto di consumo di suolo degli ultimi dieci anni; l’epoca dell’iper-cementificazione deve finire

Manutenzione del territorio significa prendersi cura di quello che già esiste senza aggiungere altro materiale né sottrarre ulteriore suolo. Un ribaltamento della prospettiva non da poco. Nel 2021 in Italia il consumo di suolo ha raggiunto il valore più alto degli ultimi dieci anni, con circa 70 chilometri quadrati occupati da nuove coperture artificiali in un solo anno, mentre gli edifici già costruiti ma non (più) utilizzati sono oltre 740 mila. «In passato abbiamo costruito troppo e male. Questo si ritorce contro la vita delle persone, come dimostrano le immagini del terremoto in Turchia e dei tanti terremoti italiani. Oggi dovremmo aver capito che non è più tempo di costruire, anche perché sappiamo che l’urbanizzazione accresce il peso della crisi climatica e quindi peggiora le nostre condizioni di vita. In Italia abbiamo tantissimi manufatti abbandonati che potremmo reinventare e recuperare», dice Granata. «Nel giro di pochi anni il contesto italiano è cambiato molto: anche i grandi investitori e i grandi capitali che si muovono nell’edilizia hanno capito che c’è un vantaggio a investire sul recupero e sulla rigenerazione. È un dato di assoluta novità per il nostro Paese, ma certamente ciò non riesce ancora a contrastare la pulsione a costruire ex novo, perché su questo fronte rimangono enormi vantaggi di tipo finanziario. Ci vorrebbero delle condizioni fiscali ed economiche che rendano più vantaggioso il recupero».

Restituire spazi alla comunità: il caso di Fondazione Prada e piazza Liberty

Il fine ultimo della rigenerazione operata dai placemaker è la restituzione dei luoghi alla comunità. Nel suo libro Elena Granata propone diversi esempi, tra cui un confronto paradigmatico: quello tra Fondazione Prada e l’Apple Store in piazza Liberty a Milano. «Prada ha fatto un’operazione molto vantaggiosa dal punto di vista economico: ha acquistato un famoso terreno nella periferia della città e ha fatto costruire Fondazione Prada come una roccaforte chiusa, in cui si entra pagando. C’è la presenza fissa di una struttura bellissima, che è veramente una delle mete dell’arte contemporanea, ma non c’è integrazione tra l’intervento di rigenerazione e il contesto vitale intorno», spiega Granata.

«Dall’altra parte, Apple ha fatto un’operazione di rigenerazione di piazza Liberty: al posto di creare un luogo privato, ha costruito uno spazio pubblico, la scalinata che conduce al negozio ipogeo, e consente a tutti di sedersi sui gradoni in qualsiasi momento, anche quando il negozio è chiuso. Il posto è bello, ma soprattutto è restituito alle persone: ai giovani, ai turisti, ai passanti. Questi due esempi ci servono a capire che nella trasformazione delle città oggi non abbiamo i buoni contro i cattivi, gli attivisti contro i grandi brand. Ciascun caso è diverso e questa volta, nel gioco di produzione di beni pubblici, Apple ha fatto la parte del pubblico: ha sottratto una piazza che era da molto tempo nell’incuria e l’ha restituita alla fruibilità pubblica civile. È una cosa molto bella: se lo facessero tutti, ci sarebbe un concorso in produzione di beni pubblici da parte di soggetti privati».

Il recupero delle Catacombe di Napoli

Ci sono tanti altri esempi, in Italia e fuori, di luoghi reinventati, rigenerati e restituiti alle comunità dai placemaker di oggi. Uno degli interventi più riusciti è il recupero delle Catacombe di Napoli da parte di don Antonio Loffredo. Commenta Granata: «Loffredo, che si definisce un imprenditore civile, vede nel recupero delle Catacombe non soltanto il riscatto del manufatto, come farebbe anche un architetto, non soltanto il riscatto economico, come farebbe un economista, ma il riscatto delle persone. Il placemaker è colui che vuole rigenerare le persone, le economie e i luoghi contemporaneamente». Il cui recupero è diventato occasione per fare impresa sociale e promozione turistica e culturale; le Catacombe hanno vinto i Global Remarkable Venue Awards 2020, assegnati ogni anno dalla piattaforma Tiqets per celebrare musei e attrazioni capaci di offrire esperienze memorabili ai visitatori. 

Periferica e Farm Cultural Park in Sicilia; Kokkedal e il termovalorizzatore CopenHill in Danimarca

Altri esempi del lavoro dei placemaker si trovano nel sud Italia. Uno è a Favara, centro storico siciliano oggi trasformato nel Farm Cultural Park, un luogo condiviso con residenze d’artista e gallerie d’arte. L’altro a Mazara del Vallo dove Periferica, organizzazione che promuove la rigenerazione urbana, ha convertito una ex cava in un’area per eventi e festival. All’estero hanno fatto scuola i giardini inondabili di Kokkedal in Danimarca, dove un necessario intervento per la gestione delle acque è diventato l’occasione per creare un grande spazio pubblico destinato al gioco e allo sport, e anche CopenHill a Copenaghen, avanzato termovalorizzatore per la gestione dei rifiuti dotato di pista da sci e supermercati.  Altro esempio italiano è quello dello specchio di Viganella. «Il piccolo comune montano piemontese rimane in ombra tutto l’inverno», racconta Granata. «Sindaco e architetto del paese decidono di costruire un enorme specchio basculante, di quaranta metri per quaranta, che riflette la luce solare sulla piazza. Entrambi sono placemaker perché reinventano una piazza, che sarebbe altrimenti rimasta al buio e abbandonata, rendendola un luogo visitato dai turisti e dove i residenti possono stare più a lungo. I disegni preparatori dello specchio raccontano la potenza dell’immaginazione umana»

Chi sono i placemaker

Le storie dei placemaker sono diverse: non c’è una ricetta magica, un unico metodo applicabile ovunque. C’è un denominatore comune: «Un feeling tra un soggetto capace di immaginazione e una comunità che risponde», dice Granata. Questo soggetto non è necessariamente un architetto, anzi: è una figura con competenze, esperienze e interessi variabili. «Questo è sia un punto di forza sia un punto di debolezza», commenta Granata. «Il placemaker è in qualche modo l’ispiratore e il regista che poi chiama a raccolta le competenze utili per il suo progetto: può essere un antropologo che riscopre un interesse per il territorio, un sociologo, un cooperante che ha fatto impresa sociale e si reinventa, un prete che mette mano alla sua chiesa. Questo è l’aspetto democratico e popolare. Il lato debole è che oggi in Italia servirebbero vere e proprie scuole di placemaking: non abbiamo bisogno soltanto dell’estro accidentale di qualcuno che si muove da autodidatta».

È possibile insegnare a diventare dei placemaker in un contesto accademico tradizionale come le università? Secondo Granata in parte sì: «Chi fa architettura urbanistica è spinto da una genuina e sana voglia di cambiare il mondo, ma ci sono ancora tanti freni culturali che derivano dall’ambiente in cui si cresce. I giovani fanno molta fatica a immaginare una città senza automobili o dove si piantano alberi anziché costruire edifici. Può essere un’operazione faticosa far capire a un architetto che si può fare questo lavoro senza costruire, ma demolendo, reiventando, riciclando e restaurando. È come chiedere a un chirurgo di non operare».

Immaginare le città del futuro non a misura di lavoro ma di essere umano – il lavoro dei placemaker

Abbiamo ereditato centri urbani organizzati secondo i tempi e i ritmi delle fabbriche: il caos delle ore di punta rivela che siamo tutti forzatamente sincronizzati su un unico orologio collettivo, con uffici, negozi e scuole che aprono alla stessa ora. Questi centri urbani non sono a misura di bambino (troppo traffico), di anziano (troppi inciampi e marciapiedi ostruiti), di giovani (mancano spazi di aggregazione), di persone disabili (troppe barriere architettoniche), di donne (la geografia urbana può rendere più o meno pericoloso rientrare tardi la sera) e nemmeno di minoranze etniche (non c’è espressione adeguata della varietà culturale). «Abbiamo ereditato città concepite a contenitori, ciascuno con la sua funzione: la scuola educa, il museo istruisce alla bellezza, il parco è il luogo della ricreazione nel verde, gli ospedali curano. Lavoriamo tutti negli stessi contenitori, con gli stessi orari e agli stessi ritmi», riflette Granata. «Oggi ci rendiamo conto che questi contenitori sprecano risorse e vanno ripensati nelle loro funzioni. Agendo su questo aspetto, oltre che sui tempi di vita, potremmo dare una spallata a quella città organizzata come una fabbrica e pensata per uomini adulti, maschi e sani, che non sono però il modello della varietà delle persone che abitano i centri urbani».

Decostruire per rimettere le persone al centro – sintesi di un placemaker

«Bisogna cominciare a smontare gli aspetti spaziali e temporali che diamo per scontati, ripartendo dalle esigenze delle persone», risponde Granata. «La diffusione dello smart working dopo la pandemia ha già introdotto un elemento di rottura, ma pensiamo alle scuole: perché devono iniziare tutte alle 8.30, non si può immaginare che alcune comincino più tardi, magari nell’adolescenza? Possiamo pensare che la natura non sia chiusa in un parco o in un giardino, ma sia l’elemento che tiene insieme l’intera città? Ci vorranno dieci o vent’anni, però questo assetto va smantellato».

Elena Granata

Professoressa associata di Urbanistica al Politecnico di Milano, docente alla Scuola di Economia Civile e autrice di libri, saggi e articoli. Consulente di istituzioni pubbliche e private, da anni si occupa delle relazioni tra imprese e territorio e di branding culturale. 

Chiara Beretta

Farm Cultural Park di Favara
Farm Cultural Park di Favara

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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