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Gae Aulenti – una retrospettiva in Triennale
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Gae Aulenti in Triennale, l’indipendenza dall’architettura: «Non voglio essere specialista»

Non bisogna fingersi una cosa sola: il segreto che ha fatto la fortuna dei progettisti italiani del Dopoguerra – la retrospettiva di Triennale Milano dedicata a Gae Aulenti

Una mostra di Triennale Milano rilegge il lavoro di Gae Aulenti

Gae Aulenti era più brava come grafica o come architetta? Ha chiesto qualcuno a Nina Bassoli, curatrice per Architettura, rigenerazione urbana e città alla Triennale di Milano, dopo la conferenza inaugurale della retrospettiva dedicata a Gae Aulenti. Come scenografa, direi – la scenografia era ciò che le riusciva meglio, ha risposto Bassoli. 

Gae Aulenti aveva imparato presto che non  bisogna fingersi una cosa sola – il segreto che ha fatto la fortuna dei progettisti italiani del Dopoguerra. L’architetta nota nel mondo per la realizzazione del Musée d’Orsay e in Italia per essere una delle prime donne a comparire in RAI quando si diceva ancora “architetto”, ha dedicato tutta sé stessa a uno stile di vita più che a un movimento architettonico. 

Più che agli sterili fondamentalismi che avevano caratterizzato l’architettura modernista, Gae Aulenti si è legata ai contesti, alle persone, ai viaggi e su questi ha costruito e ricostruito edifici. Il suo era prima di tutto un discorso di indipendenza nel lavoro e nella vita privata: «Io non voglio essere specialista di qualcosa. Penso che questa sia una condizione femminile, questa scelta che ti fa preferire le cose più nel profondo invece che in superficie, che ti fa preferire, per esempio, il sapere al potere. In questo rifiuto credo che ci sia un’armonia e non nel contrario»

Come tanti architetti del Dopoguerra, Aulenti comincia dal design e dall’editoria di design

Gae Aulenti ha imparato a parlare le lingue di tutte le discipline: la letteratura, la poesia, il teatro, le arti visive, il cinema e poi l’alpinismo e ancora la politica e l’antifascismo. Come tanti architetti del Dopoguerra, Aulenti comincia dal design e dall’editoria di design: impagina e lavora nella redazione di Casabella, dove sviluppa quell’idea peculiare – che poi riporterà nelle sue architetture domestiche – del quadrato come modulo, come il centro dell’incontro tra cose dissimili che, solo in quel momento di convivialità, dialogano su una pagina di rivista oppure in una libreria o, ancora, su un tavolo da pranzo. Sono numerose le foto che la vedono ritratta con una sigaretta in mano, circondata da amici, a capotavola dei giganteschi tavoli da lei progettati. Occhi fermi ma buoni e tagli di capelli sempre cortissimi. 

Vita privata e vita pubblica stanno dentro lo stesso edificio – la porta di Gae Aulenti nella retrospettiva alla Triennale di Milano, interviene il curatore Giovanni Agosti

Gae Aulenti ha sempre vissuto su quella linea funambolica dove vita privata e pubblica stanno dentro lo stesso edificio. Una porta collegava il suo appartamento in zona Brera allo studio di architettura e ogni mattina la attraversava dando il buongiorno ai collaboratori. La mostra retrospettiva Gae Aulenti (1927-2012), secondo le parole del curatore Giovanni Agosti, vuole ricostruire, per il pubblico, l’attraversamento di quella porta, a dodici anni dalla morte della progettista. Agosti paragona l’esposizione all’Étant donnés di Duchamp, una delle opere più misteriose del Novecento, dove da uno spioncino di una vecchia porta di legno lo spettatore spia un paesaggio bucolico con una donna distesa di cui non si conosce il volto. Solo che qui in Triennale non solo spiamo tra le fessure del colonnato ma attraversiamo anche questi piccoli buchi. Scenografa più che architetta diceva Nina Bassoli e infatti è di scenografie che si nutre questa mostra. 

Costruita su un nucleo centrale di ambienti, riprodotti dal vero e progettati da Gae Aulenti, luoghi effimeri e quindi scomparsi oppure in procinto di essere distrutti, la retrospettiva accompagna lo spettatore in delle stanze dai contorni e dalle cronologie sfumate, che si accartocciano l’una sull’altra come in una sovrapposizione temporale. Si comincia dal progetto espositivo L’arrivo al mare (1964) realizzato per la XIII Esposizione Triennale, si attraversa poi una scivolosa concessionaria Fiat e un caleidoscopico negozio Olivetti e poi ci si imbatte nelle scenografie teatrali, Le Baccanti di Euripide all’Istituto Magnolfi di Prato e Elektra al Teatro della Scala. Si cammina per Napoli, Perugia e Parigi con una ricostruzione della navata del Musée d’Orsay. Intorno agli ambienti ricostruiti, poi, striscia circolare una circonvallazione di documenti, disegni preparatori, cataloghi e fotografie che ripercorrono le fasi limitrofe di ogni progetto. «Un congegno drammaturgico, all’esterno del quale corre una mostra di architettura, apparentemente tradizionale» commenta Agosti nella guida che accompagna la mostra. 

«Il teatro afferra il tempo e con questo elemento manipola gli altri tre»: una mostra come una pièce teatrale più che una mostra di architettura è la più adatta a ricordare l’Aulenti che ancora c’è

«Si sa che lo spazio è definito da quattro parametri: la larghezza, la lunghezza, la profondità e il tempo. Si dice che l’architettura si occupi dello spazio e quindi di questi quattro elementi. In realtà, il tempo è usato in maniera nascosta e oscura. Il teatro, invece, afferra il tempo» raccontava Aulenti in un’intervista «e con questo elemento manipola gli altri tre». Se l’architettura ha un punto di vista il teatro ne ha infiniti, e, se alcuni movimenti architettonici, come quello modernista, hanno abitato solo il loro presente, quelli del teatro fanno risorgere i passati e plasmano i futuri, mischiano e confondono diverse temporalità. Forse per questo una mostra come una pièce teatrale, più che una mostra di architettura, è la più adatta a ricordare l’Aulenti che ancora c’è e tracciarne il presente. Ma come si vive nel presente dell’architettura indipendente di Gae Aulenti? Senza legarsi a movimenti, senza adagiarsi nel passatismo, senza mai ripetersi? E come si fa a ricostruire il presente piuttosto che il passato in una mostra retrospettiva? 

Gae Aulenti in Triennale – un elogio al futuro dell’architettura
Gae Aulenti in Triennale – un elogio al futuro dell’architettura
Gae Aulenti in Triennale Milano_ architettura come pièce teatrale
Gae Aulenti in Triennale Milano_ architettura come pièce teatrale

I progetti pop e dissacranti, l’impegno sociale: il manuale realizzato con Tommaso Trini sugli allestimenti per la Fiat e l’utopia di Milano con Pier Paolo Pasolini

La Gae Aulenti manualistica pochi la definirebbero pop o dissacrante. D’altronde questi termini hanno anche pochissimo a vedere con il suo aspetto e con l’aura che le narrazioni postume le hanno creato attorno: quella di una donna coltissima e forse un po’ seriosa. Si scopre però alla Triennale di Milano una Gae Aulenti che lavora, per esempio, affianco a Tommaso Trini, il pluripremiato critico d’arte, e lo invita a scrivere dei testi per un manuale in due volumi, dove si contestualizzano nella storia dell’arte le scelte grafiche, d’arredo e progettuali all’interno delle concessionari Fiat da lei progettate. Lo showroom ricostruito in Triennale vede due auto percorrere oblique una curva costruita tra il pavimento e un soffitto illuminato come se fosse la sala di proiezione di un blockbuster americano. Come fermare la corsa di un’automobile in uno spazio chiuso? Come rendere la qualità cinetica dell’auto, e così avvicinarla al cinema e alla fotografia, che le auto le hanno sempre amate?

Facendo entrare la strada nel negozio, anche qui costruendo una scenografia. Oltre ai progetti si scoprono anche i sogni di Aulenti che dalla casa di via Annunciata 7, a Milano, nel 1969 coordina un gruppo di architetti, sociologi, grafici ma anche semplici cittadini per immaginare una “Milano invece di Milano”: una città senza automobili, con piste ciclabili e marciapiedi mobili coperti, un’utopia che affascina anche Pier Paolo Pasolini, con cui pensa di realizzare un film su questa nuova e vicina milano. Manifesti e pannelli disposti nei Consigli comunali, con un uso etico e sociale della grafica e del design della comunicazione, dimostrano un’attenzione – anch’essa spesso dimenticata – di Aulenti verso la cittadinanza e una consapevolezza di quanto l’architettura influenzi la vita politica. In una delle sue ultime interviste non a caso dichiara preoccupata: «Cade il muro di Berlino e costruiscono un muro in Palestina». 

L’architettura di Gae Aulenti non si vede, ma fa da scenografia al nostro presente

La domanda sul perimetro del cielo era forse una delle «frasi anticipi, talvolta degne di una sibilla» – come le definisce il curatore e amico Agosti – che Aulenti usava per disorientare commensali, presuntuosi uomini architetti, collaboratori e amici. Chiedeva quale fosse secondo loro il perimetro del cielo, come calcolarlo e, poi, rispondeva che il cielo è perimetrato dall’architettura. Quello di Gae è stato sempre un approccio alla professione che andava oltre la manualistica, verso il cielo e forse oltre l’architettura stessa. In un’altra intervista le chiedono quando ha deciso di dedicarsi proprio a questa professione e lei risponde, un po’ tentennante, che forse tutto accadde quando vide la distruzione dell’Italia e dell’Europa dopo la guerra e in lei crebbe una volontà di ricostruire.

In ultimo, l’architettura per Aulenti è tensione sociale, sono gli sforzi di uno – il progettista – che trovano compimento solo se compresi da chi l’architettura la vive e la attraversa, solo se riescono a dialogare e cogliere il contesto e le relazioni, le preesistenze dei luoghi. Non è un edificio né la sua ricostruzione, non è la navata di museo, non è neppure l’allestimento di grandi magazzini per imprenditori illuminati ma è una relazione con il contesto e proprio per questo – tanto è amalgamata bene con quello che c’è intorno – che l’architettura di Gae Aulenti non si vede, ma c’è sempre, a fare da scenografia al nostro presente. Raccontava in un’intervista per la RAI, a proposito del Musée d’Orsay, «quella di questo museo è un’architettura nascosta, il che non vuol dire affatto non fare architettura, anzi direi che il tema è molto più difficile». 

Gae Aulenti, l’architettura come scenografia del presente
Gae Aulenti, l’architettura come scenografia del presente
La mostra dedicata a Gae Aulenti in Triennale Milano
La mostra dedicata a Gae Aulenti in Triennale Milano

Alessia Baranello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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