Essere Barbie è una condanna
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Barbie: una lobotomia in rosa che in Italia frutta 2mln di euro il primo giorno al cinema

Tette gonfie, niente sesso: Barbie sorride al cinema dopo tanti lavori e nessuna identità, interpretata da Margot Robbie, Ryan Gosling è Ken – oltre gli incassi al botteghino, essere Barbie è una condanna

Non una bambola qualunque 

Definire Barbie una bambola non sarebbe riduttivo. Non appartiene a quelle in porcellana collezionate da signore piccolo borghesi che in alcuni film si rivelano delle assassine provette – si pensi all’immaginario del regista Don Mancini e il suo Chucky. Lontana anche da bambolotti che scimiottano l’età infantile come Cicciobello, Barbie è un giocattolo-icona. Non trattiene il bambino o la bambina che giocano con lei nel loro presente, l’infanzia. Non chiede di essere accudita. Barbie li proietta in un futuro fatto di possibilità, lavoro, amori e bellezza. Snodabile, felice, non ha età ma pare aver raggiunto la pubertà. È proteiforme. È convenzionalmente figa. Parla cinquanta lingue ma non ha mai conseguito una laurea. Capace di sorridere anche quando si ritrova nello spazio – tra le oltre centocinquanta posizioni lavorative che ha ricoperto si annoverano la veterinaria, l’assistente di volo, la presidente degli Stati Uniti. 

Barbie veste pure i panni da astronauta, quelli dell’italiana Samantha Cristoforetti con una versione in tuta spaziale, casco e stivali per la linea Role Model. Barbie è multipotenziale. Può tutto (o quasi). Specchio di una realtà finzionale, originata da quella concerta del denaro, concorre – anche solo inconsciamente – all’ansia sociale del definire il proprio ruolo nel mondo da quando si è bambini. Categorizzare, collocarsi, lavorare duro: fare fortuna, raggiungere l’apice di una vita perfetta. Una parabola all’americana apparentemente scontata ma che ancora logora molti e li condanna al burnout. Barbie è il salvacondotto per la nevrastenia contemporanea dalla tenera età.  

Barbie oggi ha sessantaquattro anni, ma gioca ancora a fare l’adulta 

Fluttua nello spazio e sorride come la prima volta, quando fu creata da Ruth Handler nel 1959, co-fondatrice di Mattel Creations. La signora Handler si ispirò osservando la figlia Barbara giocare con le bambole di carta: si attivavano giochi di ruolo dove al fantoccio dalle sembianze umane vengono relegati compiti da adulto. “Giochiamo a fare i grandi” sembra essere il motto che soggiace alla genesi di questa bionda in miniatura che il 9 marzo 1959 debuttò all’International American Toy Fair di New York con un costume da bagno a righe bianche e nere e i capelli raccolti in una coda di cavallo. Nome per esteso: Barbara Millicent Roberts. Nata in Wisconsin, già adolescente, sotto il segno dei pesci. 

Barbie trasformista, Barbie anoressica 

Oggi esistono per Barbie 5 tipologie di corporatura, 22 carnagioni, 76 acconciature, 94 colori di capelli e 13 colori di occhi, mentre il compagno Ken (Kenneth Carson, il nome del figlio di Handler) è disponibile in 4 corporature, 18 tipi di lineamenti, 13 incarnati, 9 colori di occhi e 22 colori di capelli. Mattel si adegua ai tempi, al politicamente corretto e all’inclusività a tutti i costi. Ha pure messo in commercio una Barbie disabile, una con protesi permanente e una affetta da vitiligine. Apprezzabile? Nell’immaginario collettivo resta una ragazza bionda, ridotta in scala 1:6 rispetto alla realtà. Un fisico inarrivabile criticato a più riprese. Molte le accuse di indurre all’anoressia coloro che giocano con questa entità plastificata. Stando sempre alle proporzioni in scala, sarebbe alta 1.75 nella vita reale. Nel 1965 Mattel presenta una Barbie con una bilancia rosa che indica 50 chili.

Barbie, Ken: amore, gioco e sesso

Un seno ridotto a due rigonfiamenti sul petto. Aureole e capezzoli non pervenuti. È noto che Ken sia evirato. Barbie gioca a fare la grande ma non ha tutti gli attributi corporei che la definiscono tale. Nuda, snodabile, vestita, spogliata e rivestita. Educativamente si rischia di sottendere che un corpo femminile può essere così manipolato? Lei riconoscibilmente donna per via del corpo affusolato, trucco e capelli. Lui una sorta di eunuco dalla mascella sexy. L’orientamento sessuale in un mondo di bambole non è contemplato. Ma un giocattolo privo di apparati riproduttivi è in grado di orientare la sessualità di alcuni? Con Barbie non giocano solo le femmine. I maschi che si divertono con lei non per forza sono futuri omosessuali ma entrano in contatto con una dimensione meno virile di quella offerta da un gruppo di soldatini. Insomma, il gioco – come la sessualità – è fluido. Stando al pensiero di Nicolas Bourriaud, «siamo dunque tutti queer in potenza: al di là delle assegnazioni sessuali, la totalità delle componenti della nostra identità dipende da simili tattici, suscettibili di esser giocati sulla scacchiera delle culture». E Barbie appartiene appieno alla pop-culture contemporanea. 

Che influenza hanno Barbie e Ken sui bambini? Sono inclusivi nella loro scolpita esclusività corporea? Incitano alla tolleranza o alla violenza? La pedagogia con le sue ricerche sul campo evidenzia che molte Barbie sono state oggetto di “molestie”: chiome fluenti tagliate a zero e arti strappati. Sembra quasi vogliano esorcizzarla dallo stato di barbi-turica gaiezza eterna. È sopportabile una ragazzina plastificata sinonimo di perfezione che sorride e basta? Barbie interpreta molti ruoli ma in verità sa solo sorridere. L’espressione è l’unico tratto che non muta. Non è nata con le sette emozioni primarie. Non conosce rabbia, disgusto, disprezzo, paura, tristezza o sorpresa. Nient’altro che felicità. Il sorriso è il suo dovere. La modalità con cui si approccia al mondo. Perverso proporre un canone fisco irraggiungibile tanto quanto sintonizzarsi su un unica emozione. Barbie gioca a fare la grande ma non lo sarà mai. E per quanto adesso venga venduta pure in carrozzella, è certo che con le rughe mai sarà vista. 

Barbie – il nuovo film di Greta Gerwig

Dopo le apparizioni nella saga cinematografica Toy Story, Barbie torna alla ribalta sul grande schermo impersonata dalla bionda Margot Robbie, accanto a Ryan Gosling nel ruolo di Ken. Capelli ossigenati, tratti estetici esibiti incarnano l’umanizzazione dell’oggetto-feticcio che compie una sorta di viaggio di formazione. 145 milioni di dollari per un film costruito sul vuoto che per quasi due ore tenta di tessere un confronto tra realtà concreta e finzionale. Barbie dal suo microcosmo in rosa arriva nel mondo reale dove affronterà inneggiate prove di coraggio. Da qui slanci femministi, pari opportunità, libertà d’espressione. Questa triade è sbaragliata da stacchetti musicali e coreografie dai motivetti orecchiabili. Barbie è un film che assurge al suo compito: intrattenere, dal caldo, dai problemi, dalla vita. Agli attori è stata posta una sfida: interpretare chi è privo di personalità. Fondersi con l’inumano, vivificare un immaginario commerciale. Come scrisse Germano Celant, si tratta di «individualità astratte, fatte di abiti e trucco. Sono persone che non sentono la necessità di esprimere alcunché a parte la superficie levigata dei corpi, svuotati di ogni valore illuminante, che non sia il make-up e la distorsione di sentirsi trendy, vicini al glamour delle star». Una lobotomia in rosa che in Italia frutta oltre due milioni di euro il primo giorno di proiezione. La regressione culturale parla chiaro: c’è ancora bisogno di Barbie. 

Barbie tra consumismo e cultura kitsch 

Dal mondo inesistente e a tratti fuorviante di Barbie se ne è originato uno che conta circa trentacinquemila dipendenti nel globo. Giocattolo cool per eccellenza, rappresenta il sinolo tra desiderio consumista e overdose di mercificazione. La sociologa Silvia Mazzucotelli Salice, riprendendo il pensiero di Elizabeth Currid, parla di Warhol Economy. L’economia e i suoi prodotti sono specchio e conseguenza di una cultura di massa che idolatra il prodotto e le sue apparizioni fotografico-televisive – oggi anche digitali. Andy Warhol ha trentuno anni quando Barbie ascende nel mercato. Le dedica un dipinto nel 1986 che ne celebra la potenza simbolica: una femminilità su misura di standard patinati e sogni prêt-àporter che albergano sugli scaffali dei centri commerciali. 

Barbie diventa Andy Warhol 

Come ricorda Salvato, a distanza di più oltre trent’anni, Mattel celebra l’artista in collaborazione con Andy Warhol Foundation. La prima Barbie della collezione è del 2015. Una versione femminile di Warhol: caschetto platino, giubbotto da motociclista, jeans neri, pennelli, tubetti di colore, una fotocamera. Il secondo modello è ispirato alla New York degli anni Settanta, alla Factory, alle notti nello Studio 54. L’ultimo contiene un omaggio al dipinto di Warhol. La bionda indossa infatti un lungo abito da sera su cui è stampata l’opera, andando così a innescare una dinamica metacitazionistica: Barbie cita Warhol, che aveva celebrato Barbie su tela per commissione di Mattel Creations. Completano il look un paio di décolleté azzurre piene di lustrini, che ricordano le Diamond Dust Shoes – la serie di scarpe femminili dipinte da Warhol.

Life in plastic, it’s fantastic

Proseguendo su questa scia pop-citazionista, inammissibile non ricordare che Barbie ispirò nel 1997 la canzone Barbie Girl del gruppo dance-pop Aqua. Il testo della hit, che ironizza rispetto a un universo volutamente frivolo, fu scritto dopo un membro della band danese-norvegese visitò una mostra sulla cultura kitsch in Danimarca dove trionfavano modelli di Barbie. Le strofe «life in plastic, it’s fantastic. You can brush my hair, undress me everywhere. Imagination, life is your creation» non piacquero molto a Mattel Creations che fece causa al gruppo. La canzone ne uscì indenne essendo riconosciuta come parodia secondo il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti. 

Essere Barbie

«Simbolo della decadenza del perverso occidente», nel settembre 2003 l’Arabia Saudita ha messo fuori legge la vendita di Barbie, trovandola non conformi ai principi dell’Islam. Attorno a questo minuto oggetto è stato creato un mondo, idolatrato e criticato. Barbie ha molti amici e animali, tutti acquistabili. C’è chi li colleziona. Alcuni anelano a fare diventare reale il suo universo e soprattutto rassomigliarle il più possibile. Barbie e Ken umani. Ecatombi della chirurgia estetica. Deriva del femminismo, essere Barbie in breve significa che sei carina e molto scema. «Hey bambola», un manichino da contemplare. Magari qualcuno si eccita pure. Essere Barbie è condanna. Stigma di deficienza. La tua unica identità è il corpo e come lo agghindi. Se sei triste, sei fottuta. Barbie è riuscita a imporsi in un mondo di immagini. Martire trasformista, sorride alla condanna di essere vuota. Dal canone estetico policleteo, a quello rinascimentale fino alla rosea dimensione di fianchi troppo stretti e tette troppo gonfie. Barbie: l’anti Venere di Willendorf. 

Federico Jonathan Cusin

Maragot Robbie in Barbie
Maragot Robbie in Barbie

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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