Let’s talk about clothes, Prada collezione uomo Autunno Inverno 2023
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Workwear: le evoluzioni di Virgil Abloh, dal 2019 a oggi

La moda arriva ancora dalla strada? Le categorie del kitsch, del camp e del punk sono state sostituite da nuovi termini: dallo streetwear al workwear, funzionale e tecnico

Lo streetwear è morto: affermazione o quesito aperto? Da Virgil Abloh nel 2019 a oggi

Lo streetwear è morto. Da quattro anni a questa parte la locuzione si ripete, come affermazione o quesito. La prima volta fu il 2019, quando Virgil Abloh debuttò alla direzione creativa delle collezioni uomo Louis Vuitton definendo uno street style concettuale. Concettuale nel ricordare uo dei diritti non scritti della moda: l’appropriazione. 

Spesso dico in giro che Duchamp è il mio avvocato. È la premessa legale a garanzia di ciò che faccio. Perché lo streetwear inizia con un gesto di riappropriazione di un logo, nel rovesciarlo e ricucirlo. Questo è quanto aveva affermato Abloh. Per chi non avesse chiaro il rimando, per ready-made si intende un oggetto preconfezionato che, estrapolato dal contesto d’origine, diventa opera d’arte. L’inventore è l’artista novecentesco Marcel Duchamp.

Streetwer e workwear – le forme su cui la strada di Abloh si proietta sono blue jeans, sneakers, camicie e abiti oversize

Mettendo mano all’archivio di Abloh si trovano, tra gli altri, motivi da segnaletica stradale, come strisce pedonali e insegne di lavori in corso. Una moda di strada in senso letterale. Le forme su cui la strada di Abloh si proietta sono blue jeans, sneakers, camicie e vestiti oversize. L’appropriazione di Abloh è finalizzata a un pensiero diverso: Se prendo una felpa da uomo e ci metto la scritta donna è arte. Il cortocircuito dei sensi è immediato, come anche il quesito che si porta dietro: si può ancora parlare di streetwear? Il fenomeno, nato dalle retrovie della società, pare infatti essersi talmente popolarizzato da auto-traghettarsi verso la sua morte o trasformazione in altro. Alcuni parlano di industria, altri di cambio di rotta verso il workwear – e rispetto a quest’ultimo ci si chiede quale sia la differenza. 

Streetwear: dal marcio e sudicio al funzionale tecnico – workwear, le giacche alla Fendi Factory di Capannuccia, a Firenze

Il punto di partenza necessario sono i dati forniti dalle sfilate. Le ultime presentazioni in analisi, il rapporto tra moda ufficiale e subculture sembra aver subito una netta retromarcia. Le categorie del kitsch, del camp e del punk – che, letteralmente, significa «marcio, sudicio» – sono state sostituite da nuovi termini e aggettivazioni: workwear, funzionale e tecnico. Il workwear vorrebbe riferirsi al medesimo immaginario del sudicio e dello sporco, ma nel cambio di nome c’è anche un cambio di passo. 

Nella Fendi Factory di Capannuccia, a Firenze, dove ha sede la produzione della pelletteria, si è assistito lo scorso giugno ad una celebrazione del lavoro manuale. Giacche da lavoro multitasche, grembiuli in tessuto o carta washi, cappotti laboratoriali e metri in pelle posti a mo’ di accessori. Il contesto non era semplice scenografia, ma uno spaccato del lavoro degli artigiani Fendi, tra tavoli e mensole oberate di strumenti del mestiere.

Let’s talk about clothes – Parliamo di vestiti – è il titolo dell’Autunno 2023 firmato Miuccia Prada e Raf Simons.

Parlare di vestiti significa per loro raccontare l’abito come prodotto industriale, come frutto di un lavoro. Ecco dunque sfilare i simboli di questa riflessione: zip, colletti, tute e uniformi. Gli abiti da lavoro di Fendi e Prada – ma anche di Sacai, Givenchy, Zegna, Kenzo e Loewe – non sono sporchi: mancano le resine, il grasso, le polveri, le fibre sgualcite o «vissute». Gli indumenti da lavoro sono introiettati nel sistema moda che ce li restituisce in un linguaggio imbellettato. A sostegno della posizione, Miuccia Prada afferma che l’elemento decorativo non va denigrato, ma accettato come componente necessaria del vestito. Così servita, l’estetica del workwear è resa non solo gradita, ma anche desiderabile. 

Quando il mainstream non è più accettabile: i jeans di perline di Pierpaolo Piccioli

A ben guardare, il workwear di oggi è ben lontano dalla moda di strada di ieri. Ritmato dalla musica rock e incarnato dalla bicicletta di Marlon Brando nel film cult Il Selvaggio (1953), lo streetwear era nato come terremoto della gioventù, come desiderio di libertà dal conformismo borghese. Di contro alla moda mainstream, lo streetwear rappresentava ciò che non si vede perché resta sotto terra, perché è underground. Quando tra gli anni Ottanta e Novanta una parte dei giovani prese coscienza di come il pensiero dominante non solo non rappresentasse la realtà, ma la falsificasse, vi oppose altro. 

Street fashion gli albori dello streetwear – quando la moda spostò l’asse narrativo dalla borghesia alla gioventù dei ribelli

Si iniziò a parlare delle subculture, ovvero dei movimenti di ribellione giovanile: hipster, rockers, mods, skinheads e, più notoriamente, punk. L’estetica occidentale tradizionale fu sconfessata. Fu sdoganato un atteggiamento distruttivo nei confronti degli abiti e della vita stessa, che per essere vissuta a pieno necessita di divertimento e assuefazione, spesso ottenuta tramite l’uso di droghe. È a questo punto che si iniziò a parlare di street fashion, volendo intendere uno spostamento dell’asse narrativo dalla borghesia alla gioventù dei ribelli. Il termine mainstream assunse una connotazione negativa a definire chi asseconda il mercato privandosi di un’identità precisa. 

Oggi la moda ha abbandonato il terreno delle ribellioni giovanili. L’eversione che un paio di jeans strappati poteva produrre è stata polverizzata da nuove passioni. Jeans e T-shirt non sono più «crinali di abbassamento della moda verso i gusti della società di massa»: sono la norma, il mainstream. Il punto su cui oggi la moda, giustamente, batte, è il tema del lavoro, della manifattura e dell’artigianato. Riportare in prima fila chi da sempre alloggia le vie laterali del sistema, oggi, è eversivo. Poco importa se i jeans dell’Haute Couture di Valentino siano intessuti di perline. Quel che conta, e che colpisce, è che nel finale gli ottanta dipendenti del suo atelier sono saliti in passerella, a dimostrare il lavoro che c’è dietro. 

Il jeans è passato da emblema di ribellione a simbolo della globalizzazione inquinante

Se la moda di strada ha reso l’abbigliamento da passerella accessibile e democratico, dall’altro ha riconosciuto l’incubo di una moda che inquina. Un prodotto dell’ingegno di Lévi Strauss – il fondatore della Levi Strauss & Co. – i blue jeans erano allora il capo identificativo di operai, agricoltori e allevatori di bestiame. Il nome deriva da «bleu de Genes», dove bleu è la tintura indaco utilizzata per dare il colore e Genes è la città di Genova, da cui si importavano i tessuti in cotone. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta la beat generation ne fece un simbolo di ribellione. 

Oggi sappiamo che per produrre un solo paio di jeans sono necessari 9.500 litri di acqua. Il cotone è sottoposto a filatura, tessitura, lavaggio, tintura, il passaggio più inquinante. Per conferirgli il caratteristico blu slavato, sono spesso utilizzati componenti chimici tossici che, in aree del mondo poco controllate, sono riversati nei fiumi. Il jeans è passato dall’essere un emblema di ribellione a un simbolo tangibile della globalizzazione inquinante. 

La moda si riprogramma sulla geopolitica di oggi: è forse uno spiraglio verso nuove idee?

La moda è in grado di riprogrammarsi. Ce lo ha insegnato Virgil Abloh e, ancor prima, Courrèges. Mary Quant sollevava nubi di dissenso con le sue gonne «mini, mini, mini», Courrèges riportava i fermenti giovanili nel territorio sicuro della moda ufficiale. Con la sua collezione più nota, Space Age (1964), Courrèges raccontava un futuro tra utopia e distopia, in cui gli abiti parevano uniformi senza emozioni, ma in realtà erano rivoluzione. Il suo lavoro ha segnato una linea netta di demarcazione tra quanto c’era prima e quel che sarà dopo di lui. 

Alcuni decenni lo separano da Abloh. I due condividono una formazione e tendenza a ragionare in termini di igiene compositiva. L’architettura pulita e la componente concettuale sono elementi che rendono comprensibili e accettabili i loro lavori. Lo stesso grado di pulizia e nitore si ritrova nel workwear sartoriale di Fendi, Prada e Valentino, contraltare di tematiche geopolitiche profonde – l’inquinamento, le microplastiche, la crisi nell’intercambio generazionale della manifattura artigianale italiana e europea.  

Stella Manferdini

Virgil Abloh per Louis Vuitton, Autunno Inverno 2020
Virgil Abloh per Louis Vuitton, Autunno Inverno 2020

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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