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Camila Sosa Villada, Sono una pazza a volere te
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Sono una pazza a volere te. I racconti di Camila Sosa Villada dicono di un mondo nuovo

Dopo il successo del romanzo Le cattive – Sur, 2021 –, la scrittrice argentina Camila Sosa Villada torna in libreria con Sono una pazza a volere te, antologia che scava tra le pieghe di esistenze tormentate e diverse

Libertà di essere, libertà di scegliersi: intervista a Camila Sosa Villada sul suo ultimo libro Sono una pazza a volere te 

Nove racconti, nove personagge che abitano la periferia del mondo – fisica e dell’anima –, nove storie che raccontano il desiderio e la paura, e come siano legati, i due, in modo ferreo. Dopo il successo mondiale del romanzo Le cattive (Sur, 2021), la scrittrice argentina Camila Sosa Villada torna in libreria con un’antologia che scava tra le pieghe di esistenze tormentate, raccontando di miracoli ed emarginazione, di traumi e lotte, amori e magia – Sono una pazza a volere te.

I racconti di Camila Sosa Villada, dapprincipio, sembrerebbero non aver niente in comune, ma più si va avanti con la lettura, più ci si addentra, si fa la conoscenza della colorata, vivida schiera di personaggi che popolano le pagine, in modo a volte rocambolesco e a volte triste, più si fa spazio in chi legge la chiara sensazione che qualcosa a legarli, questi tipi umani, ci sia un filo rosso.

Camila Sosa Villada. «Non c’è stato un vero e proprio processo di selezione delle idee – i racconti di questo libro li avevo già tutti in mente, e pian piano li ho scritti. Il primo della raccolta, Grazie, Difunta Correa, ad esempio, l’ho scritto per ultimo e per me è stato una sorta di rivelazione. È, in assoluto, il brano più autobiografico che abbia mai scritto ed è la cronaca, senza alcuna finzione, del viaggio, fatto con i miei genitori, verso il santuario della Difunta Correa – appunto. Ci andammo perché i miei volevano chiederle la grazia, pregare affinché la vita della figlia, cioè io, cambiasse – all’epoca lavoravo come prostituta, e i miei desideravano facessi altro. Aldilà del dato biografico di questo racconto, per quel che attiene la raccolta in sé, ho lavorato seguendo l’idea Gabriel García Márquez espressa in Dodici racconti raminghi: saltare da un racconto all’altro come si trattasse di un romanzo ma, allo stesso tempo, dando voce a personaggi diversi tra loro, esplorando universi apparentemente lontani; mi ha permesso di raccogliere in un solo libro le tante idee che avevo».

Grazie, Difunta Correa – Sosa Villada si racconta in un romanzo autobiografico

In Grazie, Difunta Correa, dopo il viaggio della protagonista al santuario, la vita della personaggia – dunque della sua, Sosa Villada, essendo questo, come ha appena detto, un racconto autobiografico – cambia radicalmente. Passa dal lavorare come prostituta al poter fare l’attrice di teatro senza doversi più preoccupare di come mantenersi. I suoi spettacoli, infatti, nel giro di qualche settimana diventano dei successi, lei comincia persino una tournée, e può iniziare un nuovo capitolo. Sembrerebbe, insomma, che la Difunta Correa abbia davvero accordato la grazia ai suoi genitori, che la loro preghiera sia stata accolta, esaudita. Quel che viene naturale pensare è che, in effetti, la Difunta Correa il miracolo l’abbia fatto davvero

Camila Sosa Villada. «Io credo. Credo nelle Vergini, e nelle Sante Popolari – come la Difunta Correa, appunto -, e in casa mia ho un altare dedicato a loro. Nonostante questo, però, non posso dire con certezza sia stata Difunta Correa a cambiare la mia vita in modo così radicale, ad ascoltare le preghiere dei miei, a esaudirle – non posso dirlo, no, e non lo sapremo mai. Circa nove anni fa ho cominciato un percorso di analisi, e credo che ciò che mi è successo, dopo quel pellegrinaggio, sia più dovuto al gesto dei miei genitori che al miracolo della Santa. Vederli fare una cosa del genere per me, vederli pregare affinché la mia esistenza cambiasse e prendesse una direzione nuova, deve aver smosso qualcosa dentro di me, deve aver fatto sì che iniziassi io stessa a guardare il mondo, e ad abitarlo, in modo diverso»

«Non penso si sia trattato di un miracolo, ma di un gesto d’amore: quel che hanno fatto i miei genitori per me deve avermi dato una lucidità che prima non avevo. In quegli anni non avevo costanza, sentivo mancarmi le forze che mi servivano per concentrarmi su qualcosa, sentivo mancarmi la disciplina, e quando dovevo applicarmi, piuttosto, preferivo scappare – desideravo sparire, estinguermi. Allo stesso tempo, però, avevo la sensazione che continuando in quel modo, a condurre quella vita, a lavorare per strada sarei morta, e quando i miei genitori hanno fatto con me, per me, quel viaggio devo aver deciso, pur se in modo inconscio, per certi versi, di agire».

Inclusione sociale secondo Camila Sosa Villada: una donna che voglia farlo, che desideri lavorare come prostituta dovrebbe essere in condizioni di poterlo fare

Nello stesso racconto, la sua personaggia, parlando a sé stessa, dice “oltre a piacermi fare la puttana, mi piaceva il teatro”. La prostituzione, spesso, è considerata assoggettamento all’uomo, figlia del patriarcato – e in molti casi naturalmente è così, in effetti; quando la donna non può decidere del proprio corpo, costretta da altri –, ma non sempre è così, anzi. Una donna che voglia farlo, che desideri lavorare come prostituta dovrebbe essere in condizioni di poterlo fare: rivendicare il proprio corpo e operando anche, com’è in questo caso, una scelta che parrebbe il contrario: la personaggia sembrerebbe dire questo.

Camila Sosa Villada. «In Argentina il dibattito tra chi è contro chi a favore della legalizzazione della prostituzione è sempre molto acceso, io mi schiero dalla parte di chi rivendica il corpo come proprio e la libertà di scegliere cosa farci. In Occhi blu capelli neri, Marguerite Duras scrive di non scorgere alcuna differenza tra il lavoro della prostituta e quello dell’attrice, e io sono d’accordo con lei. Va detto poi che credo il lavoro sia un’invenzione orrenda, io sono contraria all’invenzione stessa di una cosa del genere: oggi siamo continuamente infilati in un tritatore che ci assorbe e ci macina senza posa, e penso sia qualcosa di sbagliato».

Difunta Correa è un  racconto della diversità umana: scava nell’identità delle minoranze – non solo la comunità LGBTQ+ – ma persone diverse

Rimanendo ancora su Difunta Correa, credo ci sia un altro aspetto della vicenda, qualcosa che ha a che fare con la stessa storia della Santa. Correa, infatti, è costretta a fuggire, con il figlio appena nato, da un uomo violento, ad attraversare il deserto in cerca di salvezza ma lì, lungo il viaggio, va in contro alla morte. Quando il corpo viene ritrovato, suo figlio è ancora vivo, ché ha continuato a prendere il latte materno: la ragazza diventa una martire, quindi, una martire il cui sacrificio non solo tiene in vita il bimbo, ma, in qualche modo, cambia il destino delle donne che apprenderanno la sua storia.

Camila Sosa Villada. «Il destino di alcune donne è quello di sacrificarsi affinché altre possano vedere il mondo con uno sguardo diverso, purtroppo. Non è, però, qualcosa che ha a che fare solo con le donne, o in generale con le minoranze – come la comunità LGBTQ+ –, ma con persone diverse, di categorie diverse: è qualcosa di molto trasversale. La Storia dell’umanità si è sempre mossa così, a forza di massacri, uno sterminio dopo l’altro. L’Evoluzione ci dice che l’Homo Sapiens ha pure convissuto con i suoi predecessori che, pian piano, li ha eliminati, sterminati. È triste, osceno, ma è così che funziona».

Camila Sosa Villada, La notte non permetterà che faccia giorno

Nel racconto La notte non permetterà che faccia giorno la personaggia che narra la storia lavora come prostituta. Una notte, i suoi clienti sono alcuni ragazzi facoltosi e di bell’aspetto. Il gruppo la porta in auto nella villa di uno di loro, posto elegante e tanto ampio, allora, prima a gruppetti da tre e poi uno per uno, hanno dei rapporti con lei – non senza diversi problemi, legati a certe dinamiche loro interne. Passata la notte, la sua protagonista usa i soldi guadagnati per comprare gli ingredienti necessari a preparare degli scones – dolci tipici scozzesi – da servire, poi, agli amici per un tè con loro. A leggere il racconto si ha la sensazione che ci sia una sorta di doppio binario, un parallelismo: i ragazzi condividono il corpo della personaggia come lei condivide gli scones con gli amici.

Camila Sosa Villada. «Quei ragazzi, in realtà, non condividono proprio niente: piuttosto, operano un sacrificio: sacrificano quella donna sull’altare della loro smania. Perché possa avvenire una condivisione serve che qualcuno perda qualcosa e loro, in effetti, non perdono nulla. Per me il concetto di condivisione è strettamente legato a quello di perdita, sottrazione. Anche per questo volevo che questa raccolta di racconti fosse un elogio alla perdita, ragion per cui la maggior parte dei miei protagonisti, qui, perde qualcosa senza, però, mai perdere davvero sé stesso».

Camila Sosa Villada – a Córdoba, Argentina, capita che aziende private, occupino zone agricole

In La merenda una donna anziana e una bambina, una nonna e la nipote, parlano nella cucina della loro casa. Chiacchierano del colore della loro pelle, “Nonna… perché siamo marroni?” chiede la bambina, che durante l’ora di ginnastica è stata presa in giro da una delle compagne. Nel farlo, però, l’anziana è tutta presa a lustrare e caricare dei fucili, fucili che alla fine del racconto le due imbracciano, per poi uscire in giardino, piazzarsi dietro una trincea fatta in casa, sacchi di terra e patate, e puntarli, decise, contro degli ipotetici invasori che potrebbero spuntare lì da un momento all’altro. Sembra una routine, la loro.

Camila Sosa Villada. «Qui a Córdoba, Argentina, capita piuttosto spesso che aziende private, grandi imprese, multinazionali invadano e occupino, con la forza, a volte persino con l’uso delle armi, zone agricole, campi, case di campagna in modo violento, in modo imprevisto. Succede, so che sembra incredibile, ma non lo è affatto per noi. Ecco, quel che ho immaginato in questo racconto è che nonna e nipote lì con i loro fucili si preparino a difendere la loro casa, si preparino a respingere gli invasori. Non l’ho specificato, in effetti, ma proprio perché, per quanto per me il significato fosse questo, mi piaceva l’idea che rimanesse della vaghezza attorno alla situazione, che il lettore o la lettrice potesse immaginare quel che voleva, dare al nemico il volto che preferiva».

Camila Sosa Villada è nata il 28 gennaio 1982 a La Falda, Argentina

A proposito dell’Argentina, dov’è nata e cresciuta. Il 10 dicembre scorso Javier Milei è stato eletto presidente. Camila Sosa Villada. «Sì, è un periodo strano e difficile, e non solo per il mio Paese, ma per il mondo intero – a voi è successo qualcosa di molto simile proprio l’anno scorso, e non penso di dire niente di nuovo, o sorprendente. Quel che mi sento di aggiungere a riguardo è che credo dovremmo cercare di reagire diversamente, sia a questi personaggi sia al generale avanzamento di movimenti che vorrebbero limitare le nostre libertà. In giro c’è tanta paura, si avverte come un senso di sconfitta, e penso, piuttosto, dovremmo cercare, per quanto sia difficile, di risollevarci. E poi credo sia necessario spostare l’attenzione sulla cultura, cercare di essere argine contro l’ignoranza. Ci sono tante persone oggi che cercano di riportare indietro l’orologio, riproporre dei movimenti fascisti, persone che affascinano una grande fetta della popolazione mondiale, cosa che continuerà a succedere fintantoché non cominceremo sul serio a occuparci dell’ignoranza dilagante».

Mattia Insolia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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