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Ghemon - In Un Certo Qual Modo
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Ghemon: difendo chi sono dicendo di ‘no’

La musica, la stand-up comedy e la depressione, Ghemon ora si racconta sul palco dei teatri italiani con il suo spettacolo di stand up comedy Una cosetta così

Ghemon, da Una cosetta così nasceranno nuove canzoni, un video e chissà

Ghemon ha adottato una politica no-spoiler. A inizio spettacolo chiede al pubblico di usare poco il cellulare e di pubblicare solo foto o video senza audio, così da non spoilerare nulla ai prossimi spettatori. Il pubblico ha reagito positivamente: in rete si trovano pochi spezzoni. In Una cosetta così, la recitazione è intervallata da momenti di musica in cui Ghemon canta canzoni inedite scritte per lo spettacolo e che in futuro vorrebbe si tramutassero in un disco.

«Il modo di stare sul parco da cantante a stand-up comedian è diversa. Gli anni sul palco come cantante mi hanno aiutato, ma quando stai parlando, recitando, nessuna musica ti salva. Se c’è una battuta che non entra o non l’hai eseguita come te l’eri immaginata, o una persona ti ha distratto, o un rumore ha cambiato l’umore della stanza devi reagire in un’altra maniera e improvvisare. Questo mestiere mi sta insegnando altri modi di stare sul palco. Aiuta a sapersi adattare. Mentre quanto canti puoi sistemare qualcosa della musica ma quella è la canzone. In un pezzo di stand up ti puoi fermare, dire un’altra cosa, ti si può aprire un altro ponte, è interattivo». 

Cosa vogliamo dalla musica: Ghemon al Book Pride con Gigi Datome

Ghemon sarà ospite al Book Pride. Il 10 marzo, insieme a Gigi Datome, curatore del Book Pride 2024, conversa su musica e letteratura. Il cantautore ha indagato la sua vena artistica spaziando anche tra la radio, i podcast e la letteratura. È autore di Io Sono, Diario Anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle, HarperCollins. Oggi Ghemon ha cambiato ancora pelle, sperimentando un nuovo linguaggio espressivo: la stand-up comedy.  

Una carriera sempre in discussione e in evoluzione, è difficile inscrivere Ghemon in un genere musicale. Gianluca Picariello, in arte Ghemon (come il personaggio del cartone Lupin III), è partito dal mondo hip hop, e negli anni ha rinnovato il suo stile musicale mescolando, soul, jazz, rap e cantautorato italiano. Dal 2023 porta nei teatri d’Italia il suo spettacolo Una cosetta così.

Una cosetta così: Ghemon nei teatri italiani

Una cosetta così non è un concerto, non è un monologo teatrale e neanche uno spettacolo comico, ma è un po’ di tutto questo. Uno spazio di libertà creativa in cui Ghemon ha sperimentato anche un nuovo modo di relazionarsi con il pubblico. 

«Ho seguito la stand-up per tanti anni. Come è stato anche per la musica, ero prima di tutto un ascoltatore. Poi ho sentito qualcosa che mi chiamava dentro. Sono passati dodici o tredici anni, dal mio primo spettacolo da spettatore di stand-up comedy. Il tempo per maturare questa idea è stato lungo. Sono uno a cui piace scherzare, ragionare e riflettere sui temi anche delle cose quotidiane. A volte non riuscivo a mettere nelle canzoni queste riflessioni. Quindi per una questione di completezza sentivo di voler sperimentare altre possibilità di espressione. Con ritardo, sono arrivato a questo spettacolo». 

«La scrittura di canzoni e di testi comici hanno modalità creative diverse. Le accomuna una piccola fase di metodo, dove devi tenere allenato il meccanismo dell’osservazione. In macchina fermo al semaforo, guardo un’altra auto e rubo un particolare. Osservare la gente è quello che più mi aiuta a trovare l’ispirazione».

Donare la propria vita intima allo spettatore e riderci su: Una casetta così di Ghemon 

Uno spettacolo che unisce teatro e canzone, di gaberiana memoria, in cui Ghemon si apre con il pubblico raccontando la sua vita: dalla relazione con i genitori a quella con la fidanzata vegana, alla passione per la corsa. Sempre in chiave ironica, per non prendere troppo sul serio anche le note più tristi della vita che suonano per tutti.  

«Quando parli della tua vita intima davanti agli estranei non è così male. Gli altri empatizzano con te e pensano ‘questo è come me’ o ‘questo sta messo peggio di me’. È un sollievo, che con la musica non sempre si riesce a fare. Quando nel pubblico ti ritrovi persone che conosci, gli amici, i genitori, dire certe verità in faccia è terapeutico. Ho scelto la stand-up anche per quel motivo». 

Ghemon e il racconto della malattia: perché bisogna ancora parlare di depressione

Ghemon è sempre stato sincero nel racconto della sua intimità, a partire dal rapporto con la depressione. Malattia di cui ha sofferto negli anni passati e che l’ha spinto a parlarne. Nella sua esperienza personale della depressione ha vissuto come ci fosse ancora uno stigma sociale attorno a questa malattia. La depressione è uno dei disturbi mentali più diffuso in Italia, ma solo un paziente su tre riceve un trattamento sanitario adeguato (secondo l’analisi del Headway-Mental Health Index 2.0,realizzato da The European House- Ambrosetti in collaborazione con Angelini Pharma).

«Oggi qualcosa sta cambiando. Se ne parla di più, si affronta di più l’argomento e questo lo rende meno un mostro a tre teste. Questo aiuta le persone a informarsi. Ci sono ancora persone che per questioni anagrafiche o culturali che la considerano ancora un fatto di cui vergognarsi, da cui star lontani, che si può sempre risolvere da soli. Ora per me non è più difficile. Noto di più la difficoltà in qualcuno che mi guarda. Avendone parlato a lungo ho raggiunto una consapevolezza al riguardo. Il fatto che io ne parli così tanto liberamente non mi libera dal provare emozioni negative, da avere magari momenti difficili. Sotto al palco la situazione è diversa, però sono meno spaventato dalle persone». 

Ghemon: la depressione, la sofferenza e la creatività

Dal periodo buio di Ghemon, da cui come ha raccontato è uscito grazie anche ad una terapia farmacologica, ne è nato un nuovo album. Pavese scriveva che la tremenda verità è che soffrire non serve a niente. Forse soffrire, per qualcuno può essere anche un motore di cambiamento, un punto da cui ripartire creando il nuovo. 

«La sofferenza può portare qualcosa di nuovo, anche di positivo, a patto che non sia auto indotta. Altrimenti uno pensa di doversi lanciare nella sofferenza per poter creare, e quello non aiuta per niente la creatività, fa solo star male. A volte la creatività è altro – è la riflessione che si è fatta dopo che si è vissuto. Mentre stai male stai male, l’atto creativo arriva dopo. Se la gioia è un fatto collettivo, la tristezza la viviamo nella nostra intimità. Il disco è stato l’esito. Ho reagito con i miei mezzi, ma non sono guarito. I problemi erano rimasti, ho avuto la possibilità di elaborarli in un modo bella di cui potessero godere anche altri». 

La cultura della performance e il rischio all’omologazione: Ghemon, Sangiovanni e Levante

Sempre più artisti negli ultimi anni si sono esposti e hanno parlato del benessere mentale. Da ultimo Sangiovanni, subito dopo la fine del Festival ha annunciato che si prenderà una pausa dalla musica ritardando l’uscita del disco e le date dei concerti. Prima di lui, anche Levante si era aperta raccontando la depressione post parto, argomento ancora più tabù della depressione, e la difficoltà a ritornare sul palco. A livello internazionale: Avicii, Billie Eilish e Selena Gomes solo per citarne alcuni. 

La cultura della performance spinge a immettere nel mercato musica continuativamente, fare più soldout possibili e a raggiungere profitti sempre più alti sacrificando la creatività e il benessere del singolo artista. L’industria della musica è stata assorbita dalla logica del consumismo. Queste dinamiche rendono le canzoni beni di consumo usa e getta, buone per una stagione estiva. Quando un artista però ha qualcosa da dire di vero e profondo, non lo può fare a comando, richiede studio, ricerca e i tempi giusti. Anche noi utenti e ascoltatori dobbiamo disabituarci dal pretendere che un artista faccia un album ogni uno o due anni. Perché quello di cui noi benediciamo, non è un prodotto ma è l’essere dell’artista: una persona comune, con i suoi alti e bassi, i suoi momenti di creatività e di difficoltà. 

In un ambiente competitivo in cui le case discografiche pesano, bisogna essere in grado di ascoltare la propria voce, seguire l’istinto e rischiare di dire dei no anche a costo di perderci ma di preservare se stessi. «Ascolto il corpo. Quando reagisce negativamente, è un indicatore di malessere. A volte facciamo delle cose perché qualcuno si convince a farle. La nostra esistenza è un compromesso continuo. Necessario mantenere una minima di codice di comportamento. Difendo chi sono dicendo ‘no’. Se mi viene proposta una cosa che io penso che non sia giusta ci penso e poi dico no. Non ho paura di dire no, anche quando mi può tornare contro. Anche quando dire di sì mi avrebbe portato a qualcosa di meglio, ma distante da quello che sono».

La musica che facciamo oggi sarà immortale? Ghemon e la musica d’autore

De Andrè, Dalla, Tenco. La musica che produciamo oggi ha la stessa valenza espressiva delle canzoni dei cantautori dello scorso secolo? «Non si può mettere a paragone una canzone trap con Bocca di Rosa. Forse potremmo paragonarla a Gioca Jouer. Bisogna capire qual è la proporzione che intendiamo fare. Nelle vecchie interviste di Battisti, lo accusavano di non saper cantare e che le sue canzoni fossero acerbe. Era un giovane e in quel momento non sembrava sarebbe potuto passare alla storia. Il tempo decreterà. Oggi abbiamo la Trap, e si potrebbero giudicarne le canzoni. Non è che colpa del genere. Un genere è un contenitore, non ha una responsabilità oggettiva, ce l’hanno sempre le persone, figlie della società. Le canzoni di oggi sono uno specchio di quello che c’è fuori».

Ghemon e Sanremo

In relazione agli interventi di Ghali e Dargen D’amico a Sanremo: «L’artista deve poter esprimere un pensiero, così è stato. Il politico, altrettanto può fare il suo commento. Il problema nasce laddove ci fosse una legge che impedisca a qualcuno di esprimersi. Lo stesso vale pure per la comicità. Tutto sta nell’interpretazione dell’altra persona».

«In questo momento mi interessa aprire i boccioli di quello che ho seminato, piantato e che è uscito fuori dalla terra con questo spettacolo. Quindi in questo momento non ci penso proprio al resto. Non credo che per come è strutturato il Festival in questo momento io potrei dire qualche cosa. Preferisco esprimermi in un’altra maniera, ma se dovessi rendermi conto che con una canzone posso fare la differenza, posso far sentire la mia voce, intendo dire far sentire la mia vera voce, allora sì a quel punto partecipo. Sanremo è una competizione prima di tutto e gioca su schemi più legati al mondo del pop in cui io non saprei bene come fare a distinguermi. Ci dovrei andare a mio rischio. Preferisco esprimermi in dei campi e situazioni in cui la mia voce si può distinguere di più».

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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