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Parola Magazine: un dizionario queer e universale per indagare il presente

Un progetto editoriale che indaga il contemporaneo attraverso un approccio universale contro l’individualismo: «Smetterla di firmare le opere è il gesto più all’avanguardia che si possa concepire»

Il linguaggio è ciò che ci rende umani: il progetto editoriale Parola Magazine

Utilizziamo le parole tutti i giorni: per descrivere la realtà che ci circonda, per dare un nome alle cose, per conferire un suono ai nostri sentimenti, ma anche per dare un senso all’esistenza. Le parole, dunque, hanno il potere non solo di illustrare la realtà, ma anche, spesso, di creare e influenzare l’idea di mondo che abbiamo. Si può dire che le parole sono in qualche modo l’architrave del mondo: senza di queste non potremmo comunicare ed esprimere le nostre sensazioni. In poche parole, sono ciò che ci rende umani. 

I fondatori: Roberto Maria Clemente, Rica Cerbarano, Leonardo Caffo, Marina Barbieri, 

PAROLA è proprio il nome che Roberto Maria Clemente, Leonardo Caffo, Rica Cerbarano e Marina Barbieri hanno scelto per il loro magazine. Si tratta, in realtà, di un progetto editoriale e di ricerca che vuole indagare il contemporaneo attraverso un approccio nuovo e universale, che unisce testo e immagini. «PAROLA si caratterizza come un dizionario queer nel senso più profondo del termine, ovvero quello che suggerisce la creazione di un nuovo orizzonte discorsivo, il cui obiettivo è decostruire le identità dei suoi ospiti entro un dialogo universale fatto di parole, oggetti, eventi, immagini che cercano di reinventare i termini della nostra contemporaneità», scrivono i curatori nell’editoriale di presentazione della rivista. La rivista diventa così lo strumento di racconto di un tema, sia dal punto di vista visivo che testuale, privo di ogni forma di discriminazione: «senza genere, specie, entità, individualità, etnia, possibilità di appropriazione culturale», si legge nell’introduzione del primo numero.

Lanciato a novembre 2022 Parola è progetto editoriale di ricerca per decostruire l’identità di parole chiave del nostro contemporaneo 

«Il progetto è stato lanciato a novembre scorso, ma ci stavamo lavorando da quasi due anni: il periodo di gestazione è stato molto lungo e complesso», spiega Rica Cerbarano, photo editor & managing director di PAROLA. «L’idea è venuta originariamente a Leonardo Caffo (creative director del progetto) e a Roberto Maria Clemente (art director). Entrambi insegnano Media and Design alla NABA di Milano. Riflettendo tra di loro sulle nuove necessità dei magazine di oggi, hanno avuto l’idea di creare qualcosa che andasse a destrutturare l’idea di rivista cartacea contemporanea».

Rica Cerbarano: curatrice, scrittrice e coordinatrice di progetti fotografici

Rica Cerbarano è una curatrice, scrittrice e coordinatrice di progetti legati alla fotografia. Scrive per Vogue Italia e Il Giornale dell’Arte, di cui cura il settore Fotografia. Oltre alle collaborazioni editoriali, lavora come exhibition manager per diversi festival, istituzioni e organizzazioni no-profit. 

«Sono stata coinvolta nel progetto per la parte fotografica, perché mi occupo soprattutto di curatela fotografica e di scrittura di progetti legati alla fotografia. Oltre a me – racconta – sono state chiamate altre figure professionali fondamentali per la creazione di un magazine», tra cui Marina Barbieri, producer che si occupa di libri e progetti editoriali e che ha lavorato per molto tempo con Corraini Edizioni. 

Più che una rivista, PAROLA è un progetto di ricerca

«Più che una rivista, PAROLA è un progetto di ricerca: l’idea è quella di andare a decostruire l’identità di parole chiave del nostro contemporaneo attraverso una serie di interviste che facciamo agli addetti lavori, ma anche a figure secondarie del settore che prendiamo in considerazione. Una volta raccolte tutte le interviste, le parole vengono mescolate in una sorta di collage o ‘djset’ di immagini e parole mixate dalla redazione, con lo scopo di eliminare l’autorialità dei testi.

Ci interessava allargare i confini del format intervista, in cui spesso si dà più importanza all’autore invece che al contenuto espresso» sottolinea Cerbarano. «Smetterla di firmare le opere (e le parole) è il gesto più all’avanguardia che si possa concepire in un mondo piegato da un narcisismo di trans-avanguardia eterna e digitale», si legge nell’introduzione del primo numero. La rivista appare quasi come un flusso unico che si dipana dalla prima all’ultima pagina, senza che il lettore sappia effettivamente chi ha detto cosa. «Ovviamente il tutto nel rispetto delle intenzioni degli intervistati, cioè, senza modificare ciò che è stato detto, ma creando una nuova narrazione che sia la più universale ed eterogenea possibile». 

Rita Cerberano: le parole che hanno una rilevanza nel dibattito filosofico-culturale attuale per decostruirle 

Ogni numero della rivista è quindi dedicato a un tema della contemporaneità, che viene esplorato e indagato, per quanto riguarda le parole, da diversi esperti, per la parte visuale, da fotografi invitati a contribuire con immagini inerenti al tema del numero, ciascuno secondo il suo approccio creativo. «Per ora abbiamo previsto una serie di quattro numeri – racconta Cerbarano – ma nulla vieta di immaginare numeri aggiuntivi in futuro. Sono tutte parole che nel mondo contemporaneo hanno un ruolo chiave – continua la curatrice – ma sono anche parole che spesso sono abusate e, in alcuni casi, mal interpretate. La nostra volontà è quella di andare a individuare le parole che hanno una rilevanza specifica nel dibattito filosofico-culturale attuale per decostruirle e ampliare il discorso attraverso una serie di punti di vista laterali e meno scontati».

Stampare un magazine: il cartaceo ha ancora fascino 

Anche sull’oggetto fisico c’è stato un lavoro molto puntuale ed elaborato. «Dal punto di vista dell’impaginazione, il nostro obiettivo era quello di andare a produrre un’esperienza di lettura il più possibile intima, in cui il lettore possa trovarsi faccia a faccia con la parola, in maniera accessibile e comprensibile, al di là di qualsiasi orpello estetico». La rivista è composta da una prima sezione in carta Label Tintoretto Gesso FSC da 95 g, una carta dalle sottili venature color gesso, che aiuta il colore a emergere. «Volevamo comporre la prima parte del magazine, che contiene la nostra presentazione, come un sipario, l’atrio d’ingresso dell’edificio», spiega Marina Barbieri.

Il corpo principale è invece occupato interamente dalle foto. In questo caso la carta è Magno Natural FSC da 140 g: «per questa sezione abbiamo scelto una carta uso mano ma ad alta risoluzione fotografica, non solo per una scelta tecnica (doveva ‘contenere’ molto inchiostro e non trasparire), ma anche per esigenze di racconto. Volevamo una carta corposa e allo stesso tempo morbida e consistente, che invitasse i lettori a soffermarsi, sfogliare, guardare», afferma Barbieri.

Cerbarano: «Con questo progetto abbiamo cercato di innescare un esercizio di lettura critica nei lettori» 

Molti magazine e riviste contemporanei puntano molto sull’aspetto estetico e sul prodotto come oggetto di design e meno sui contenuti. «Nel nostro caso invece – spiega Cerbarano – chiediamo al lettore di impegnarsi in un’azione di lettura attiva e critica, affinché possa formarsi una propria opinione. Nel nostro magazine – continua – è come se le parole galleggiassero in un non-luogo, sono totalmente spogliate di ogni riferimento. Questa operazione ha un effetto rilevante sull’atto di leggere e sulla comprensione del testo».

PAROLA ISSUE 01: MUSEO

Il primo numero di PAROLA magazine è dedicato al termine ‘museo’ e contiene al suo interno le parole di direttori di musei, di addetti ai lavori, di maestranze, di appassionati e di esponenti del mondo della cultura, dell’architettura, del design, accomunati dall’esperienza con e dentro lo spazio museale. A queste si aggiungono le immagini di nove fotografi, che sono stati invitati a interpretare la parola ‘museo’, attraverso gli scatti provenienti dal loro portfolio. Le immagini d’archivio presenti nel magazine, anch’esse riassemblate e ricontestualizzate, provengono invece dall’Archivio Publifoto, ospitato dentro gli spazi di Gallerie d’Italia a Torino. 

Il coinvolgimento di Sara Zambon, art advisor per RP Contemporary Art che ha selezionato il lavoro dell’artista Tiziana Pers

Nell’Issue MUSEO è stata coinvolta anche Sara Zambon, in qualità di art advisor per RP Contemporary Art che ha selezionato il lavoro dell’artista Tiziana Pers. «Siamo partiti dal museo – spiega la photo editor – perché è un termine che, in qualche modo e ciascuno per motivi diversi, ognuno di noi ha un legame molto forte con l’ambito museale-espositivo. Questa parola sembra racchiudere in sé alcune dinamiche del protagonismo presente nel dibattito culturale, dell’approfondimento della conoscenza e del concetto di gerarchia, che volevamo andare a indagare e a cercare di destrutturare. Gli autori che abbiamo coinvolto – sottolinea Cerbarano – sono tutti giovani, provenienti da diversi Paesi (Sudafrica, Svizzera, Italia, Polonia, Germania, Marocco): anche in questo caso c’è dietro la volontà specifica di restituire una visione eterogenea dell’argomento».

Rispetto alle immagini, sono stati adottati tre diversi registri visivi: il primo è quello proprio dell’impaginazione. La rivista è impaginata sulla base di fotografie scattate in ambienti il più possibile neutri e le parole stesse sono sovrapposte alle fotografie, che conferiscono loro matericità. Il secondo livello è costituito dalle immagini in bianco e nero, provenienti dall’archivio Publifoto, che sono impaginate con la tecnica del collage. Infine, il terzo livello, che è quello più prettamente fotografico, è composto dagli scatti dei fotografi, che sono stati invitati a interpretare liberamente il concetto di museo

Il museo tra spiritualità e desacralizzazione: l’arte non deve essere appannaggio solo delle classi agiate

Ultimamente le istituzioni museali sono state prese di mira dalle azioni dimostrative di alcuni attivisti che, per sensibilizzare Istituzioni e cittadini sulla crisi climatica, lanciano vernici biodegradabili su alcuni dei quadri più famosi del pianeta, destando reazioni contrastanti nell’opinione pubblica. L’aura di sacralità che per secoli ha avvolto questi spazi sembra così essere intaccata e venir meno. Un rivoluzionario cambio di paradigma che emerge anche dalle parole degli esperti intervistati nel primo numero di PAROLA.

«Sicuramente la visione attuale del museo è molto più eterogenea che in passato: un approccio che prevede la possibilità di concepire il museo come un dispositivo più trasversale sia in termini di contenuti che di spazio. È molto interessante notare – aggiunge Cerbarano – come, in alcuni casi, dalle interviste sia emersa una certa importanza dello spazio fisico, inteso come spazio diffuso che esca dai confini del museo stesso e si allarghi nella città e nella comunità in cui è situato. 

La priorità di artisti e direttori: trovare anche nuovi paradigmi per parlare a comunità che finora sono state escluse, come i giovani

«Anche se nessuno degli intervistati ha espresso esplicitamente la volontà di andar contro questa idea di sacralità, emerge però un’attenzione particolare sul ruolo sociale del museo, un tema al centro del dibattito nel settore già da tanti anni, e verso quei pubblici, come le classi sociali più povere, che per lungo tempo sono state escluse dall’esperienza museale.

Il museo, infatti, è sempre stato pensato per un tipo di classe sociale agiata, che aveva gli strumenti per comprendere le opere e i materiali esposti all’interno. Molti degli artisti e dei direttori che abbiamo intervistato, invece, hanno espresso la necessità di parlare di pubblici al plurale e non più di pubblico, nell’ottica di trovare anche nuovi paradigmi per parlare a comunità che finora sono state escluse, come i giovani. Un luogo quindi che sia in grado di attivare relazioni e connessioni sul territorio, un vero e proprio generatore di forze e di idee, più che un semplice contenitore statico in cui conservare opere d’arte»

PAROLA ISSUE 02: IL SACRO

Il prossimo numero ci ha anticipato Rica Cerbarano sarà dedicato al tema del sacro e della spiritualità. «Esiste una sorta di legame, anche se involontario, tra le due parole. Come abbiamo visto, il museo rappresenta ancora uno spazio che emana un’aura di sacralità. In alcuni casi è stata smentita dai nostri intervistati, in altri è stata rafforzata: in tutti i casi però c’è comunque una connessione tra il modo di concepire il museo come ente sacro, con la visita che rimanda a un’esperienza rituale, e il concetto di sacralità. Sarà una casualità – conclude la curatrice – ma la foto che chiude questo primo numero ricorda proprio un’immagine sacrale. Inoltre non siamo sicuri che il prossimo numero avrà lo stesso formato, del primo: è possibile che ogni numero venga declinato in base alla parola che è al centro della ricerca»

Leonardo Caffo 

Filosofo, scrittore e curatore, il cui lavoro è incentrato su argomenti teorici e applicativi relativi agli studi sugli animali umani, la postumanità, l’arte e l’architettura contemporanea e l’identità. 

Roberto Maria Clemente

Fondatore e art director dello style magazine Label

(1998-2007) e fondatore dello studio di comunicazione visiva FIONDA, occupandosi principalmente di comunicazione in ambito culturale e sociale. 

Rica Cerbarano 

Curatrice, scrittrice e coordinatrice di progetti legati alla fotografia. Scrive per Vogue Italia e Il Giornale dell’Arte, di cui cura il settore Fotografia. Oltre alle collaborazioni editoriali, lavora come exhibition manager per diversi festival, istituzioni e organizzazioni no-profit. 

Marina Barbieri 

Si occupa di libri e progetti editoriali, produce e coordina progetti che dalla carta diventano mostre, laboratori, public program e viceversa.

Alessandro Mancini

Parola Museum issue 1
Parola Magazine, Museum, issue 1

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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