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Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri, 2023
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Spaziale: il progetto di Fosbury Architecture al Padiglione Italia della Biennale

Nove interventi sul territorio italiano, tra rigenerazione e condivisione – Fosbury Architecture, collettivo che quest’anno cura il Padiglione Italia alla Biennale Architettura racconta il progetto Spaziale

Il collettivo Fosbury Architecture: Giacomo Ardesio, Alessandro Bonizzoni, Nicola Campri, Veronica Caprino e Claudia Mainardi

Alla 18esima Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia il Padiglione Italia è curato da Fosbury Architecture: Giacomo Ardesio, Alessandro Bonizzoni, Nicola Campri, Veronica Caprino e Claudia Mainardi. Con il progetto curatoriale Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri, il collettivo di architetti nati tra il 1987 e il 1989 porta a Venezia le istanze di una nuova generazione di progettisti under 40. Nove gruppi di progettisti, supportati da altrettanti professionisti provenienti da diversi campi delle industrie creative, hanno sviluppato in giro per l’Italia dei progetti concreti, già attivati negli scorsi mesi e che ambiscono a diventare permanenti. A Venezia si trovano invece una documentazione e una sintesi delle azioni diffuse in tutto il territorio italiano. Lampoon ha incontrato il collettivo Fosbury Architecture per parlare del loro approccio.

Il progetto Spaziale al Padiglione Italia della Biennale di Architettura 

 «Spaziale definisce la nostra idea di spazio – spiegano gli architetti del collettivo – inteso come luogo fisico e simbolico, area geografica e dimensione astratta, sistema di riferimenti conosciuti e territorio di possibilità. Il titolo si riferisce a quello che è il fulcro della mostra, ovvero non mostrare un catalogo di progetti già realizzati, ma attivare delle azioni fisiche, ‘spaziali’ su tutto il territorio italiano. Il termine parla anche dell’esigenza di una nuova generazione di progettisti di farsi spazio all’interno del dibattito architettonico e di far valere il loro approccio, che mette al centro la collaborazione con altre discipline».

I nove progetti di Spaziale alla Biennale di Architettura: l’unione tra arte e architettura, spazio pubblico e privato, costruzione e performance

L’obiettivo di utilizzare la Biennale di Architettura come pretesto per attivare dei processi spaziali e umani in varie parti d’Italia presenta vari spunti di interesse, quanto di rischio. Se da un lato tale progetto può avere un impatto reale sulla vita quotidiana di alcune persone, il rischio potrebbe essere quello di uscire dallo spazio definito e controllato della mostra entrando in una dimensione pubblica, incontrando incertezze e imprevisti. «Il nostro è un progetto che vuole fare della complessità la sua virtù principale» spiega il collettivo. «Siamo coscienti che contesti come la Biennale di Venezia possono funzionare come acceleratori di processi e relazioni. Sin dall’inizio ci interessava catalizzare alcune iniziative virtuose in atto, immaginando insieme ai progettisti dei nuovi capitoli ad-hoc. I progetti che abbiamo selezionato si posizionano a cavallo tra arte e architettura, spazio pubblico e privato, costruzione e performance. 

Dalla piattaforma Post Disaster Rooftops a Taranto, città simbolo del disastro ambientale, al progetto del collettivo HPO sul tema dell’Incompiuto

Il festival Post Disaster Rooftops rappresenta un chiaro esempio di questo approccio, come: «Si tratta di una piattaforma curatoriale e critica che invita progettisti, pensatori e artisti a indagare la condizione dello scenario urbano mediterraneo. Le varie azioni sono ambientate sui tetti di Taranto, città simbolo del disastro ambientale che stiamo vivendo. Altri progetti sono invece delle invenzioni, in cui invitiamo i progettisti a lavorare su un determinato contesto. Ad esempio, il collettivo HPO non aveva mai lavorato sul tema dell’Incompiuto e neanche sul territorio di Chieti. Abbiamo però pensato di attivare questa combinazione di elementi, persone e situazioni in modo totalmente sperimentale. Quelli presentati in mostra non sono prodotti raffinati, puliti e conclusi, ma rappresentazioni di un processo che continua. Questo opening è solo un punto intermedio di una traiettoria più lunga».

Le sfide dei progetti di Spaziale: dalla transizione alimentare alla rigenerazione delle periferie, dal binomio natura-tecnologia alla democratizzazione della cultura

In merito all’approccio adottato da Fosbury per i nove progetti di Spaziale, i giovani progettisti raccontano di essere partiti da questioni non direttamente collegate all’architettura, ma che rappresentano temi urgenti a livello locale e globale: disastro ambientale, multiculturalismo, transizione alimentare, rigenerazione delle periferie, il binomio tra natura e tecnologia, democratizzazione della cultura, il patrimonio pubblico incompiuto. «Diciamo che sono sfide impossibili: non possono essere ‘risolte’ con un singolo progetto», spiegano gli architetti di Fosbury.

La struttura dei progetti di Spaziale: i progettisti affiancati da advisor e incubatore; l’esempio dell’intervento La Casa Tappeto a Catania

 Attorno a ogni tematica abbiamo radunato una piccola collettività: una pratica (progettista, collettivo o studio), un advisor e un incubatore. L’advisor è una figura d’eccellenza che serve a potenziare il progetto e a tradurre l’intervento in un prodotto veramente transdisciplinare. L’incubatore è invece una istituzione locale che contribuisce a radicare il progetto localmente. Questi incroci di sguardi hanno generato sempre dinamiche inaspettate e creato nuove convergenze e reti con altre realtà. Ad esempio, al quartiere Librino di Catania, il progetto La Casa Tappeto nasce dall’incontro tra Studio Ossidiana, l’artista Adelita Husni-Bey e l’associazione Talità Kum. È stato poi fondamentale il supporto tecnico e gestionale di OSS – Ortigia Sound System Festival, con cui abbiamo collaborato negli anni passati».

La scelta di non inserire Milano e Roma tra i progetti di Spaziale

Dal Friuli alla Sicilia, i nove progetti sono distribuiti equamente in tutta Italia. Manca Milano, la città in cui i componenti di Fosbury Architecture vivono. «Abbiamo escluso sia Milano sia Roma, in realtà. Avevamo paura di accentrare troppo l’attenzione sulla città in cui abitiamo. Di Milano già si parla molto, e abbiamo preferito scegliere luoghi che non sono così in primo piano, aree marginali geograficamente, ma comunque rilevanti per ciò che vi accade. Un esempio: Cabras, il comune sardo su cui hanno lavorato gli architetti di Lemonot insieme all’agronomo e cuoco Roberto Flore, è l’area umida più grande d’Europa. Lì è innestata tutta la filiera regionale e nazionale della bottarga di muggine. Se vuoi parlare di transizione alimentare, quel luogo è veramente paradigmatico, anche se non inserito in un dibattito architettonico. È stato stimolante vedere come da macro-tematiche siamo arrivati a progetti molto specifici, che si sono anche trasformati e in qualche modo compromessi rispetto alle premesse proprio per adattarsi al contesto».

Il Padiglione Italia: punto di incontro dei nove interventi

«All’interno del Padiglione Italia sono esposte delle rappresentazioni sintetiche di quello che è successo nei mesi passati e di quello che continuerà a succedere nei prossimi mesi» spiegano i Fosbury. «I nove interventi, estremamente specifici e radicati nei luoghi, si incontrano a Venezia e dialogano tra loro. In qualche modo ci ricordano che le fragilità di alcuni sono le fragilità di tutti. Ai due lati del padiglione c’è un grande video realizzato da noi insieme a Fantamagico e Alterazioni Video, che documenta le attivazioni dei progetti in tutta Italia. Un algoritmo interpola i vari estratti visuali, che sono stati taggati con delle parole chiave e combinati in unico mosaico, sottolineando le affinità tra i progetti».

Fosbury Architecture, la ‘questione generazionale’ e la perma-crisi

«Non ci piace troppo parlare di ‘giovani architetti’ o dare un taglio generazionale al padiglione, ma è anche vero che quando abbiamo proposto la nostra indagine questo era uno dei fattori evidenziati. L’età media dei partecipanti è di 33 anni. C’era la volontà di portare in Biennale un gruppo di progettisti che, come noi, è cresciuto a livello professionale in un momento storico ben preciso: la perma-crisi. Abbiamo iniziato l’università nel 2008, in piena crisi finanziaria, e ci siamo laureati nel 2014, tra le rovine del mercato immobiliare. Oltre alla pandemia, abbiamo poi la crisi climatica che ci accompagnerà permanentemente. Queste condizioni inedite ci hanno spinto a generare degli anticorpi e a cambiare il modo in cui concepiamo la professione. È importante rappresentare questo tema in un contesto come il Padiglione Italia. Anche se minoritaria rispetto a un contesto disciplinare più ampio questa è una tendenza che è possibile riscontrare e che riteniamo rilevante».

Fosbury Architecture

Nasce a Milano nel 2013 da un’idea di Giacomo Ardesio, Alessandro Bonizzoni, Nicola Campri, Veronica Caprino e Claudia Mainardi . Il collettivo ha preso parte a numerose iniziative su scala globale, tra cui le Biennali di Lisbona, Versailles, Chicago e Venezia. Tra le varie ed importanti partecipazioni e iniziative, si è distinto con una menzione al Premio T Young 2021 – Claudio De Albertis e un’ulteriore menzione d’onore al Compasso d’Oro 2020 con la pubblicazione Incompiuto. La Nascita di uno Stile.

Salvatore Peluso

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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