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Siamo Foresta con Bruce Albert: riforestare le menti per curare il pianeta

«Gli alberi non possono essere elementi sporadici in un contesto urbano – la città deve aprirsi alla foresta». Interviene Bruce Albert, co-curatore artistico di Siamo Foresta – Fondation Cartier per Triennale Milano

Questo contenuto è parte della collaborazione editoriale tra Lampoon e Fondation Cartier pour l’art contemporain

Bruce Albert e l’incontro con i Yanomami

Gli Yanomami sono un gruppo indigeno che vive nelle foreste tra il Brasile e il Venezuela. Bruce Albert nel 1975 ebbe il suo primo incontro con questa popolazione autoctona. «Avevo ventidue anni e studiavo antropologia in Francia. Uno dei miei professori era in contatto con alcuni colleghi dell’Università di Brasilia. Stavano conducendo una ricerca sociale sugli Yanomami. Scrissi a loro e mi accettarono all’interno del progetto. Dopo alcuni mesi presso il campus di Brasilia, andai a conoscere gli Yanomami tra febbraio e marzo del 1975. Avevo una formazione politica e volevo conseguire il dottorato di ricerca in antropologia. La situazione in cui mi trovai al tempo combinava entrambi gli elementi: in Brasile c’era la dittatura militare e gli Yanomami vivevano isolati, mentre si stavano per costruire strade nella foresta. Uno scenario dicotomico. Ricordo che vidi allo stesso tempo gli Yanomami nel loro habitat naturale e dei giganteschi caterpillar». 

Organizzazione sociale degli Yanomami con Bruce Albert

«In Brasile ci sono circa ventinovemila Yanomami, suddivisi in centinaia di villaggi sotto forma di ampie e circolari case collettive. Hanno tra loro relazioni attraverso matrimoni, scambi commerciali e grandi rituali funebri, detti Rehau. Cacciano per nutrirsi, coltivano la terra, si dedicano ad attività artigianali». 

Bruce Albert e le ritualità sciamaniche degli Yanomami

Che rapporto hanno gli Yanomami con il concetto di religione?

«Gli Yanomami hanno approccio animista al sacro che si traduce in sciamanismo. Gli Yanomami hanno una visione mitologica delle origini in cui animali, piante ed esseri umani erano lo stesso elemento. Inizialmente gli umani portavano il nome di piante e altri esseri viventi, non c’era una separazione tra l’uomo e la natura. Sin dall’iniziazione, in cui si crede che le parti del corpo vengano scomposte e ricomposte alla rovescia, gli sciamani nei loro riti utilizzano sostanze psicotrope con effetti allucinogeni per tornare indietro a quel tempo e visualizzare l’immagine dei loro avi. Credono che il momento delle origini sia parallelo a quello attuale e di poter far fronte a calamità naturali o climatiche appellandosi ai loro antenati». 

Bruce Albert: La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami  

Insieme a Davi Kopenawa – sciamano e portavoce dell’Amazzonia brasiliana – Bruce Albert ha scritto il libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (Nottetempo, 2018). «Ci siamo conosciuti molti anni fa. Lui era un giovane yanomami che voleva confrontarsi con l’esterno e io ero un giovane europeo che voleva conoscere gli Yanomami. Davi una volta mi disse che per quanto la mia ricerca stesse andando bene, sarebbe stata recepita in gran parte dalla comunità accademica, mentre il suo popolo avrebbe voluto comunicare ai più, considerando che nella nostra cultura la tradizione scritta è predominante. Abbiamo così deciso di scrivere insieme questo libro. È un testo che tratta sia della cultura Yanomami, sia della dimensione politica a causa della quale soffrono per la colonizzazione e lo sfruttamento a fini economici del territorio in cui vivono». 

Gli Yanomami e la conoscenza della natura a fini curativi 

«La loro conoscenza botanica è ampia. Ormai necessitano di farmaci sintetici trovandosi in contatto con individui esterni al loro ambiente e ciò comporta l’impossibilità di curarsi secondo il loro approccio alla medicina naturale. Gli sciamani, attraverso i loro riti, cercano di individuare la causa del malessere che può essere di natura spirituale. La cura dei sintomi viene affidata alle donne anziane del villaggio che forniscono estratti da piante medicinali. Gli Yanomami hanno una estrema conoscenza sin da piccoli della flora e della fauna che vivono attorno a loro. Conoscono circa quattrocento varietà di frutti e di cosa si nutrono gli animali durante ciascun periodo dell’anno. La loro capacità di sopravvivere e orientarsi nella foresta è impressionante». 

Yanomami: un popolo in difficoltà  

Una popolazione la cui identità e il cui spazio vitale sono in pericolo tra deforestazione e cercatori d’oro illegali.

«Conosco gli Yanomami da cinquant’anni e le difficoltà che si trovano a fronteggiare sono sempre le stesse. Ciò che sta accadendo adesso è un ultimo capitolo della ‘conquista’ iniziata più di cinque secoli fa. Gli Yanomami sono una delle ultime popolazioni isolate del Sud America. Abbiamo cercato di aiutarli nel creare scuole bilingue, nel conoscere i propri diritti legati al luogo in cui abitano. Nel 2004, è stata fondata la ONG Hutukara Associação Yanomami, a cui è seguita la Pro Yanomami Commission. Resta speranza perché sono oggi più pronti di prima a far fronte a queste problematiche». 

Bruce Albert e la collaborazione con Fondation Cartier 

La natura è un tema che Bruce Albert indaga da tempo con la Fondation Cartier, precisamente dal 2003 con la mostra Yanomami, l’esprit de la forêt. Due decenni di collaborazione caratterizzati dalla volontà di promuovere una cultura contemporanea in difesa della natura attraverso un pensiero interdisciplinare e opere di artisti legati anche alle comunità indigene.

«La fotografa Claudia Andujar è una mia amica, ha anche collaborato alla creazione della già menzionata ONG. Nel 1998, Hervé Chandès vide le sue opere alla Bienal de São Paulo e la contattò. Pochi anni dopo, quando Claudia tenne una mostra a Parigi, mi invitò ad andare con lei a conoscere Hervé e la realtà di Fondation Cartier. Lui era molto interessato riguardo gli Yanomami e lo invitai a venire in Brasile con me. Accettò. Passammo una settimana con gli Yanomami in occasione di un grande incontro tra i loro leader presso il villaggio di Davi Kopenawa. Da qui nacque la prima idea di organizzare una mostra dedicata a questa popolazione che si configurava come una sfida perché gli Yanomami non producono ciò che noi tradizionalmente chiamiamo arte. La loro cultura è ricca di immagini mentali che non vengono solitamente traslate su un supporto materico; tranne il body painting che però non considerano un’arte visiva ma una traccia corporea»  

«Abbiamo fornito loro gli strumenti per creare disegni e dipinti e invitato artisti non indigeni, come Adriana Varejão, presso i villaggi Yanomami affinché potessero confrontarsi sul concetto di  immagini e suoni con gli sciamani, mentre io facevo da traduttore. Così nacque Yanomami, l’esprit de la forêt. Grazie alla visionarietà di Hervé Chandès, la scena dell’arte contemporanea ha incluso e conosciuto  la produzione  indigna.  Abbiamo continuato negli anni ad approfondire tematiche legate a questi popoli e al loro rapporto con la natura come ad esempio con The Great Animal Orchestra, mostra ispirata al lavoro del musicista e bioacusticista americano Bernie Krause, e Nous les Arbres». 

Siamo Foresta: la mostra di Fondation Cartier e Triennale Milano 

Assieme a Hervé Chandès, Bruce Albert è il direttore artistico della mostra Siamo Foresta, realizzata in partenariato con Triennale Milano. L’ideazione di questa collettiva, come è strutturata e su quale pensiero condiviso si fonda. 

«Siamo Foresta è un sintesi della ricerca portata avanti negli anni con Fondation Cartier. È una mostra che presenta opere di ventuno artisti provenienti da vari luoghi nel mondo. È probabilmente la mostra con più artisti indigeni mai presentata in Europa. Abbiamo eletto il concetto di foresta a cifra di questo progetto culturale. Non si tratta di un’idea di foresta legata a una definizione dizionaristica per cui è un’aggregazione di alberi. Siamo Foresta si ispira al pensiero indigeno secondo il quale uomini, animali e piante condividono le stesse origini e perciò sono accomunati da una medesima sensibilità. È il contrario del pensiero occidentale che propone, sin dagli antichi greci, una gerarchizzazione tra le varie specie, ponendo l’uomo al vertice. Questo approccio antropocentrico è collegato alla distruzione della biodiversità in corso e si riflette anche socialmente nella distinzione culturalmente distruttiva tra popolazioni civilizzate o meno. In Europa, si tende a confinare la natura a decoro della vita delle persone e il paesaggio appare spesso come una risorsa che può essere sfruttata. La mostra vuol proporre un approccio diverso, egualitario. Un viaggio onirico in un mondo in cui queste gerarchizzazioni non esistono. In Brasile dicono ‘devi riforestare le menti per curare il pianeta’ e per Siamo Foresta artisti indigeni e non hanno collaborato assieme sposando questo pensiero». 

Milano: portare la foresta in città

La mostra Siamo Foresta si tiene alla Triennale di Milano, una delle città più inquinate al mondo, nonché centro finanziario e commerciale internazionale che può simbolicamente rappresentare alcuni poteri avversi alla preservazione delle culture autoctone. In che equilibrio stanno città e foresta? 

«È rischioso separare la natura dal luogo dove vivono gli esseri umani. Gli alberi non possono essere elementi sporadici in un contesto urbano. Credo che la città debba aprirsi alla foresta e alimentare una relazione equilibrata con essa. Così anche le esistenze di coloro che vi vivono potranno essere riforestate. In Italia, questa visione è promossa dal lavoro di Stefano Boeri. Dobbiamo modificare l’idea di città che siamo abituati ad avere; in pochi decenni non sarà più possibile continuare così. Fare esperienza della filosofia di queste popolazioni indigene, giunta a noi tramite la loro arte, può essere una via per ripensare il nostro rapporto con la natura e tra esseri viventi». 

Bruce Albert

Antropologo francese, è direttore onorario di ricerca presso l’Institut de recherche pour le développement (IRD, Marsiglia) e fervente difensore della causa degli Yanomami del Brasile, con i quali lavora e vive dal 1975. È autore di numerosi articoli scientifici e di diversi libri, tra cui uno con Davi Kopenawa, vincitore del ‘premio Nobel alternativo’ del 2019 e uno degli sciamani più rispettati del popolo Yanomami, La Caduta dal cielo. Le parole di uno sciamano yanomami (versione italiana edita nel 2018); e Yanomami, l’esprit de la forêt (Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi / Actes Sud, Arles, 2022).

Per la Fondation Cartier, Bruce Albert ha curato, Yanomami, l’esprit de la forêt (2003) e ha collaborato alle mostre Terre Natale, Ailleurs commence ici (2008), Mathématiques, un dépaysement soudain (2011), Histoires de voir, Show and Tell (2012) e Le Grand Orchestre des Animaux (2016). È uno dei curatori della mostra Nous les Arbres presentata alla Fondation Cartier pour l’art contemporain nel 2019 e della mostra Les Vivants presentata a Lille nell’ambito di Lille3000 nel 2022. 

È co-direttore artistico della mostra Siamo Foresta, realizzata da Fondation Cartier in partnership con Triennale Milano (22 giugno – 29 ottobre 2023). 

Siamo Foresta

Dal 22 giugno al 29 ottobre 2023, Siamo Foresta sarà ospitata alla Triennale di Milano. Riunendo ventuno artisti di paesi, culture e contesti diversi, per lo più latinoamericani e provenienti da comunità indigene, la mostra ci invita a scoprire nuovi punti di vista sulla contemporaneità alla luce del nostro rapporto con gli altri esseri viventi – animali e vegetali.

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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