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Mariella Bettineschi, Natura, 2010
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La Giuditta di Caravaggio ha quattro occhi e sfida il patriarcato

Opere e linguaggi di Mariella Bettineschi, l’artista femminista che immagina un’era successiva e ci fa sfilare Dior – lontano dalla cultura patriarcale, gerarchica e autoritaria, cancellando quato imparato fino a quel momento

Mariella Bettineschi – arte per un alfabeto femminile

«Sono un’artista femminista perché sono una donna e un’artista». Mariella Bettineschi, nata a Brescia nel 1948. Fin dagli esordi si è dedicata alla ricerca di linguaggi femminili capaci di raccontare attraverso pittura, scultura, disegno, collage, fotografia e digital painting, la centralità della donna, le sue infinite capacità di mettere al mondo il mondo. L’anno scorso, le sue opere sono state scelte da Maria Grazia Chiuri, Direttore Artistico di Dior, per accompagnare la sfilata The Next Era (Women FW 2022) e quest’inverno la Triennale di Milano le ha dedicato una mostra – All in one – ripercorrendo il suo lavoro e mescolando opere degli anni Ottanta con altre, nuove, che guardano al futuro e a quella che Bettineschi ha chiamato L’Era successiva. «Tutto il mio lavoro», racconta l’artista, «tende alla costruzione di un alfabeto femminile»

Dagli esordi alla decostruzione del patriarcato

Quelli degli esordi sono stati anni difficili, anni di tentativi e sperimentazioni fatte per lo più in solitudine, senza modelli di riferimento. Le artiste sono ancora un numero esiguo, le Accademie sono roccaforti in mano agli uomini e alle donne che vogliono fare carriera nell’arte si chiede spesso di rinunciare alla famiglia.

«È stato un lungo percorso di messa in prova, che occupa quasi dieci anni nella mia carriera, dalla fine dell’Accademia (1970) fino al 1979 quando impacchetto alcune opere, le copro di catrame e le chiamo Chiudo! È la mia definitiva presa di distanza da più di dieci anni di apprendimento, fra liceo artistico e Accademia, trascorsi tutti sotto lo sguardo maschile». 

Mariella Bettineschi sente di dover costruire una sua via e di realizzare opere che si distanzino dalla cultura patriarcale, gerarchica e autoritaria. Per farlo sceglie di cancellare quello che ha imparato fino a quel momento. «Da questa tabula rasa, collegandomi a un sapere minimale, fatto di cose appartenenti al mondo femminile, nascono nel 1980 i Morbidi, piccoli cuscini d’organza, imbottiti di fiocco, sui quali, attraverso l’oro, scrivo frasi come Tenere in ordine la propria vita selvaggia, Dio conta le lacrime delle donne, Fare l’anima a mano, Essere così sole da dividersi in due per farsi compagnia. Oppure inserisco disegni di visi, di animali». Oggetti delicati che sembrano appartenere all’uso quotidiano, all’universo femminile e alla dimensione domestica. 

Il ricamo, il tessuto leggero e la lucentezza dell’oro si fondono con le scritte dissacranti che riflettono sulla condizione della donna. Proprio come avviene nella serie dei Piumari, piccole scatole di compensato, coperte di organza, all’interno delle quali l’artista nasconde delle piume che formano un paesaggio mutevole, che vibra a ogni soffio di vento o piccolo spostamento. Fuori, una superficie decorata con fili o punteggiature d’oro. «Siamo noi donne, con una interiorità seminascosta, mobile, inafferrabile e fuori un’apparenza finemente educata».

La prima generazione di donne artiste, e sole

«In un mondo fortemente patriarcale non è mai stato permesso alle donne di raccontarsi, sopravvivere era già un grave impegno quotidiano», dice ancora Mariella Bettineschi. «È stato così per millenni, fino all’inizio del Novecento quando, con molta fatica e coraggio, le donne (almeno in Occidente) hanno cominciato a prendere coscienza dei propri diritti e a combattere per conquistarli. Questa lotta continua ancora: le donne, chi più avanti, chi più indietro, stanno andando tutte nella stessa direzione. Essere non solo donna ma anche artista non può che raddoppiare le difficoltà. La mia generazione è stata la prima a entrare nel mondo dell’arte da sola: non come moglie di, sorella di, amante di…e nemmeno come l’unica donna (possibilmente bella) dentro un gruppo di uomini che ti accolgono come mascotte. Questo ha raddoppiato le difficoltà, non avendo nemmeno un contesto che ti protegga».

L’era successiva a rischio sparizione

La crisi mondiale che ha colpito le economie nel 2008 è il contesto nel quale nasce il ciclo di opere L’era successiva. Ricorrendo a un nuovo medium, il digital painting e la stampa su un supporto trasparente, come il vetro o il plexiglas, Bettineschi dà vita a una serie di opere che raccontano il nostro presente, gettando uno sguardo realistico sul futuro. 

«L’ambiente, la cultura, sono ancora una volta a rischio di sparizione. Io segnalo questo rischio mettendo in primo piano Nature, Biblioteche (i luoghi stessi del vivere e del sapere, dal Trinity College alla Biblioteca benedettina di San Gallo o alla Marciana di Venezia) invase da presenze misteriose, vapori, gas, che cancellano il centro dell’immagine, lasciandone solo slabbrati contorni». 

Accanto agli spazi disabitati c’è la serie dei Ritratti. Dalla Giuditta di Caravaggio alla Olympia di Manet, dalla Primavera di Botticelli alla Venere di Tiziano. O, ancora, le donne dipinte da Raffaello, Leonardo, Ingres, El Greco o Bronzino. Una schiera di grandi classici al femminile che Bettineschi rivisita in maniera inusuale. 

Mariella Bettineschi, Tesoro, 1985, catramina, oro, pailettes su carta da lucido
Mariella Bettineschi, Tesoro, 1985, catramina, oro, pailettes su carta da lucido

Le donne di Caravaggio e Botticelli hanno occhi medusei

«Confido nelle donne, capaci, oltre che a mettere al mondo il mondo, di salvarlo. Parto dalla scelta di un dettaglio dove la postura, lo sguardo siano il focus, elimino il fondo, lo dipingo, lo porto in bianco e nero, lo innalzo su una base bianca e con un gesto radicale, femminista, taglio gli occhi del ritratto scelto e li raddoppio. Questi occhi medusei disturbano e morbosamente attraggono, come la rasoiata di Un chien andalou di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Lo spettatore, in un primo momento, è attratto dal loro essere icone dell’arte rinascimentale, improbabili nel contesto espositivo contemporaneo. Si avvicina sorpreso, ma appena è di fronte all’opera rimane ipnotizzato dalla presenza di quattro occhi che lo guardano. Sono occhi reali che lo interrogano, sono gli occhi di donne che, attraverso il mio intervento artistico, da oggetto sono diventate soggetto. Loro ci dicono che ambiente, animali, vegetali, minerali, donne e uomini sono tutti collegati in un equilibrio molto fragile. Comprendere e rispettare questo equilibrio è entrare ne L’era successiva».

L’arte delle donne nella moda di Dior

Sono proprio queste opere a essere diventate la scenografia perfetta della sfilata Prȇt-á-Porter Autunno Inverno 2022-2023 di Dior, grazie a Maria Grazia Chiuri. Dal white cube di una galleria agli spazi affollati e caotici di una sfilata di moda, la loro carica espressiva si è rivelata essenziale per raccontare lo sguardo delle donne, che si posa attento sul nostro presente, capace di interpretare e presagire. Per Maria Grazia Chiuri, ogni collezione è connessa infatti a un’artista donna, in una fusione tra arte e moda, mondi e progetti che si legano in maniera simbiotica nel suo percorso.

«È stata una grande esperienza, molto emozionante», ci racconta Mariella Bettineschi. «Un giorno di febbraio mi

ha telefonato Paola Ugolini, critica romana, dicendomi che era con Maria Grazia Chiuri e stavano pensando, per la prossima sfilata, di installare una grande “quadreria militante” con i miei Ritratti. La parola militante ha capovolto l’idea tradizionale di quadreria e ha dato un senso potente al concetto. La sfilata era il primo marzo nel grande padiglione DIOR nei Jardin des Tuileries a Parigi. Nel giro di venti giorni, dimostrando una capacità professionale, organizzativa mai vista, sono riusciti a produrre e installare 210 Ritratti, alti anche tre metri: 840 occhi di donne puntati su un pubblico ipnotizzato». 

Occhi sul futuro. Raccontare il presente

Sono gli occhi delle donne ad avere capacità visionarie, a vedere lontano, all’Era successiva. E in questo grande cambiamento, l’arte e la moda possono collaborare e operare da catalizzatori di un discorso femminista, secondo Mariella Bettineschi. «La moda perché continua a immaginare concetti, creare opere, mandare messaggi, ma soprattutto per la potenza comunicativa che possiede. L’arte invece occupa un altro spazio, più profondo, silenzioso. Guarda e vede il presente e lo racconta, quel presente che pochi sanno leggere e che decodificheranno solo quando sarà passato. Se imparassimo a guardare cosa fanno gli artisti, potremmo capire cosa tutti noi stiamo vivendo».

Mariella Bettineschi

Mariella Bettineschi, artista, nasce a Brescia nel 1948. Ha partecipato a mostre collettive e personali in istituzioni pubbliche e private internazionali, tra cui la XLIII Biennale di Venezia (1988), su invito di Achille Bonito Oliva.

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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