Interno stadio Al Janoub, Qatar Lampoon
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Gli stadi dei Mondiali in Qatar: icone insanguinate dello sfruttamento

Riccardo Noury, Amnesty International Italia, autore di Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento ci racconta lo sfruttamento e le morti sul lavoro dietro le opere delle archistar

L’errore iniziale: l’assegnazione al Qatar

Sin dal momento dell’assegnazione dei campionati mondiali di calcio al Qatar (20 novembre-18 dicembre), la manifestazione è stata accompagnata da numerose critiche riguardanti i diritti dei lavoratori e quelli delle persone LGBT, corruzione e impatto ambientale. Insomma, quello che sta per partire sarà ricordato come uno dei mondiali più contestati di sempre, tanto che anche Joseph Blatter, ex presidente della FIFA, ha recentemente dichiarato che «la scelta del Qatar è stata un errore», ammettendo di sentirsi responsabile in quanto presidente in carica.

Le architetture che ospiteranno le partite – avveniristiche, scintillanti, iconiche – sono tra gli oggetti principali della critica. Per la loro costruzione sono stati rilevati diversi casi di sfruttamento, paghe inadeguate, morti improvvise e violazioni dei diritti umani dei lavoratori, che nel paese mediorientale sono per la maggior parte migranti.

Le morti e lo sfruttamento dietro le opere delle archistar 

Una delle inchieste più complete e accurate riguardante i meccanismi di sfruttamento perpetrati – e ancora in atto – in Qatar l’ha pubblicata The Guardian lo scorso anno. «Più di 6.500 lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka sono morti in Qatar da quando, 10 anni fa, la nazione ha ottenuto il diritto di ospitare la Coppa del Mondo di calcio,» si legge in un articolo pubblicato nel marzo 2021.

«Dati ufficiali da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka rivelano che nel periodo 2011-2020 i lavoratori migranti morti sono 5.927. Separatamente, i dati dell’ambasciata del Pakistan in Qatar riportano altri 824 decessi di lavoratori pakistani tra il 2010 e il 2020.» Il giornale inglese afferma inoltre che una percentuale significativa dei lavoratori migranti morti dal 2011 si trovava nel Paese solo per attività legate alla realizzazione della Coppa del Mondo, e in particolare alla costruzione degli stadi. I lavoratori migranti costituiscono oltre il 90% della forza-lavoro del Qatar. Insomma, senza di loro i prossimi Mondiali sarebbero rimasti un sogno.

Gli abusi documentati grazie a Amnesty International

Amnesty International – come spesso succede – ha giocato un ruolo fondamentale nel documentare puntualmente tutti gli abusi emersi dal 2010 in poi. Ogni anno l’organizzazione ha prodotto un’analisi sullo stato di salute dei diritti nel paese organizzatore dei Mondiali con riferimento particolare alla condizione del lavoro migrante. Abbiamo intervistato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia e autore del libro Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento. Oltre a verificare l’altissimo numero di morti la pubblicazione evidenzia l’opacità della questione:

«la cifra del Guardian è spaventosa soprattutto se raffrontata ai numeri che danno le autorità del Qatar, che hanno ammesso solo alcune decine di morti, tutte quante per infarto. Come se improvvisamente i lavoratori fossero stati colpiti da complicanze cardio-circolatorie. La realtà è che questo numero enorme di morti è dovuto alle condizioni di lavoro e, in particolar modo, ai colpi di calore subiti da persone di sana e robusta costituzione. I lavoratori migranti erano costretti a lavorare con un caldo asfissiante e senza turni di riposo.

Molti sono deceduti nel sonno e pochi sono effettivamente caduti dalle impalcature, ma i decessi hanno a che fare senza ombra di dubbio col tipo di lavoro che facevano queste persone, e soprattutto sulle modalità con cui lo svolgevano. Il problema è che le autorità non solo hanno dimesso questi certificati generici per infarto ma, oltre a non eseguire nessuna autopsia indipendente, non hanno neanche risarcito famiglie, . Rimane quindi un enorme mistero sul tributo di sangue che è stato pagato dai lavoratori per farci assistere a questi mondiali.»

Le violazioni dei diritti umani erette a sistema

Noury fa il punto sulle indagini che riguardano il diffuso sistema di sfruttamento e violazioni dei diritti umani che, anno dopo anno, è emerso sempre di più, con dati, testimonianze e documenti vari.

«Nel 2017, dopo sette anni di mancata tutela da parte delle autorità e disinteresse per la condizione del lavoro migrante, vengono adottate alcune riforme. Una delle più importanti è l’abolizione per legge del sistema della Kafala, che vincolava – come un rapporto di moderna schiavitù – il lavoratore al suo datore di lavoro, al punto che occorreva un nullaosta del “padrone” per cambiare impiego o lasciare il paese. Il lavoratore era soggetto a varie rappresaglie: non gli venivano versati i salari se protestava, annullato il permesso di soggiorno o stracciato il passaporto, diventando così un irregolare da un momento all’altro.

Quello che abbiamo notato negli ultimi rapporti è che, anche se abolito per legge, questo sistema perdura fino a oggi. Altre cose sono state fatte per migliorare la situazione: è stata disposta l’interruzione del lavoro manuale durante le ore più calde dei giorni estivi, sono stati istituiti un tribunale per le controversie e un fondo locale per i risarcimenti – di cui però hanno beneficiato ben pochi lavoratori. Tutt’ora non è possibile né aderire a sindacati né formarli. Inoltre, il rischio è che questo processo di riforme venga azzerato completamente una volta terminata la manifestazione sportiva,» ci racconta l’autore.

Ripulirsi l’immagine sfruttando sport e architettura 

Il libro pubblicato da Infinite Edizioni parla inoltre di sportwashing, una strategia di comunicazione che utilizza gli eventi sportivi per ripulire la propria immagine negativa, soprattutto in tema di diritti umani. Paesi come il Qatar utilizzano queste occasioni per presentarsi al mondo come paesi moderni, sani e competitivi, associando i valori positivi divulgati dalle organizzazioni sportive alla propria. «Lo sportwashing è efficace perché sfrutta due elementi: la passione del pubblico sportivo (“lasciateci divertire!”) e la scarsa dimestichezza del giornalismo di settore per quanto riguarda la situazione dei diritti umani (“è roba da redazione esteri!”),» si legge nella pubblicazione.

Lo stesso meccanismo descritto da Noury lo si può applicare in anche al mondo dell’architettura: gli studi di spessore internazionale e i loro altrettanto potenti uffici stampa fanno circolare nei mesi precedenti all’inizio delle manifestazioni sportive le immagini delle avveniristiche strutture che le ospiteranno. Si mostra solo il lato spettacolare degli interventi, evitando accuratamente di mostrare l’intorno degli edifici, che è solitamente desertico e desolante.

Se le page impressions contano più di qualsiasi critica

Le redazioni spesso propongono un banale copia-incolla dei comunicati stampa senza aggiungere alcun contenuto critico. Ad esempio, Zaha Hadid (deceduta nel 2016 all’età di 65 anni), con il suo studio Zaha Hadid Architects ha progettato l’Al Janoub Stadium, struttura che ospiterà alcune partite dei gironi e dei quarti di finale. L’architetta irachena è di gran lunga l’archistar più googlata del pianeta e ogni nuova produzione dello studio è sempre appetibile per le riviste di architettura, design e lifestyle.

Questione di page impressions e visite e utenti: i numeri che guidano il lavoro di ogni redazione online. Non molte riviste di settore hanno riportato che, nel febbraio del 2014, Hadid ha attirato su di sé diverse critiche dopo questa risposta a una domanda del  The Guardian su abusi e morti durante la costruzione degli impianti sportivi: «Cosa dovrei fare a riguardo? Non la prendo alla leggera, ma penso che sia compito del governo cercare di rimediare. Non è mio dovere di architetto occuparmene.»

Il disinteresse della FIFA

Un passaggio importante di Qatar 2022, i Mondiali dello sfruttamento riguarda le responsabilità della FIFA sulla questione. «La FIFA ha espresso un generico interesse per la questione durante un’audizione al consiglio d’Europa, ma nulla di più. Nel frattempo, cresce l’adesione alla richiesta di Amnesty International per la creazione di un fondo di 440 milioni di dollari che risarcisca le famiglie. La FIFA è venuta meno al suo obbligo di vigilare su una situazione che doveva essere già nota nel 2010 nel momento dell’assegnazione. Non avendolo fatto, essendosi fidata del comitato organizzatore e affidata a questa organizzazione per ricevere informazioni, c’è stato un omesso dovere di vigilanza che viene meno anche alla responsabilità aziendale nonché alle linee guida etiche che si è data la stessa FIFA,» commenta Noury.

In un comunicato rilasciato il 18 ottobre 2022 – a un mese dall’inizio della manifestazione sportiva – Human Rights Watch, Amnesty International e FairSquare hanno comunicato che «la FIFA non si è ancora impegnata ufficialmente a creare un fondo per risarcire i lavoratori migranti per i danni e i decessi subiti in Qatar, nonostante il parere espresso da almeno sette federazioni calcistiche nazionali, da quattro sponsor della Coppa del Mondo, da ex giocatori, da leader politici e, secondo un sondaggio d’opinione, da un’ampia maggioranza dell’opinione pubblica in 15 Paesi.»

Le campagne di boicottaggio

Il 17 maggio – ormai sei mesi fa – queste organizzazioni, supportate da una vasta rete di gruppi per i diritti umani, sindacati e tifosi, avevano lanciato la campagna #PayUpFIFA, chiedendo che la FIFA provi a rimediare, attraverso dei risarcimenti finanziari, ai gravi abusi perpetuati.Come possiamo affrontare questa situazione scandalosa? Fare pressione sulla FIFA e sulle altre organizzazioni responsabili. Non seguire la manifestazione è l’opzione suggerita dall’ex calciatore Eric Cantona, promotore della campagna social Boycott Qatar 2022, che invita tutti i tifosi a fare la sua stessa scelta perché «che la Francia vinca o perda non deve importare, ci sono cose più importanti del calcio».

Possiamo sperare che qualche campione sfrutti l’estrema visibilità data dalla piattaforma e compia un gesto di protesta come quelli dell’atleta Jesse Owens alle Olimpiadi 1936 o di Tommie Smith nel 1968. Senza dubbio è necessario che ciascuno di noi sia consapevole delle fondamenta su cui è stato costruito questo mondiale e, come recita la campagna di Amnesty International, conosca The ugly side of a beautiful game.

Salvatore Peluso

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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