Oedipus Rex, 1922
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Il Surrealismo è ancora la più contemporanea forma di linguaggio del nostro tempo

lI Latte dei Sogni a Max Ernst, un anno dedicato al Surrealismo – il movimento nato a Parigi negli anni Venti sta per compiere un secolo e l’Italia dell’arte ha già iniziato a celebrarlo

Il Surrealismo compie cent’anni e il mondo intero sembra essersi accordato per celebrarlo

Dalla Biennale di Venezia alla mostra di Max Ernst aperta a Palazzo Reale di Milano. Ma un secolo dopo, cosa attrae dell’avanguardia surrealista? Nato tra le due guerre mondiali, il Surrealismo risponde all’urgenza di cambiare il mondo, è un ideale, prima che stile estetico e approccio all’arte. Gli studiosi sostengono che non si sia mai esaurito né interrotto, sicuramente non è mai stato dimenticato. 

Le radici del surrealismo si rintracciano già nel 1917, quando il poeta Guillaume Apollinaire scrive che nel balletto Parade, costruito su testo di Jean Cocteau con le coreografie di Léonide Massine e le scene di Pablo Picasso, emerge una sorta di “surrealismo” in cui si vede il punto di partenza per le manifestazioni dell’esprit nouveau. Uno spirito nuovo che modella un nuovo uomo, espressione di nuove relazioni con la natura, la fantasia e le arti. 

Il surrealismo oggi

Il Surrealismo si precisa negli anni seguenti come approccio alla produzione artistica e letteraria, ma non solo. È filosofia di vita e atteggiamento del pensiero, e si diffonde come una rivoluzione internazionale basata sul profondo bisogno umano di libertà, amore e aderenza tra arte e vita. La globalità, e la longevità del movimento sono state messe in luce dalla recente mostra Surrealism Beyond Borders, alla Tate Modern di Londra. 

La presenza ancora oggi di eredi dell’avanguardia surrealista è apprezzata anche dalla storica Paola Dècina Lombardi, la quale ritiene significativo il fermento di gruppi californiani che hanno accolto la curiosità per il surrealismo coltivata dai movimenti beat degli anni Cinquanta e Sessanta. (P. D. Lombardi, Surrealismo 1919-1969, 2022). Un altro sconfinamento, questa volta nel mondo della moda, è illustrato dalla mostra: Shocking! Le monde surréaliste d’Elsa Schiaparelli al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, che racconta con cura il rapporto della couturière con diversi esponenti del movimento, tra cui Salvador Dalì e Leonor Fini, da cui nascono rivoluzionarie collaborazioni.

Il contributo italiano

In Italia, la 59° Biennale Arte appena conclusa è stata curata da Cecilia Alemani, di formazione filosofa, che ha scelto come titolo Il latte dei sogni, prendendolo in prestito dell’omonimo libretto di racconti per bambini composto negli anni cinquanta dalla pittrice surrealista Leonora Carrington. Creato come dono ai suoi figli, era destinato a un utilizzo esclusivamente privato ed è stato pubblicato solo postumo. Raccoglie storie in cui l’umano si ibrida con il meccanico e l’animale, celebrando la libertà della metamorfosi e della trasformazione, fino alla consapevolezza di essere entrati nell’era del postumano, con la perdita della centralità dell’uomo a favore di relazioni alla pari con il mondo animale e vegetale.

Il Surrealismo è stato quindi il cuore e il fil rouge dell’allestimento del Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale e dell’Arsenale, dove Alemani ha suddiviso i duecentotredici artisti e artiste selezionati in cinque sezioni dette Capsule del Tempo. La prima, per esempio, è La culla della strega, dove spiccano fotografie di Claude Cahun e Florence Henri, poi dipinti di Leonora Carrington e Remedios Varo, negli anni messicani che vedono il fiorire della loro amicizia. Non mancano opere di Meret Oppenheim, Dorothea Tanning e Leonor Fini, accanto a Carol Rama e Amy Nimr, espressione di una chiara volontà di esporre tante autrici donne. 

Max Ernst a Milano

Milano invece, ha scelto di rendere omaggio a Max Ernst, con una mostra antologica. Il progetto espositivo, così come il dettagliato catalogo che lo documenta, sono curati da Martina Mazzotta e Jürgen Pech, e frutto di numerosi anni di studi. 

Ernst è forse il meno puramente surrealista dei pittori associati al movimento, che a sua volta attraversa fasi differenti lungo tutto il secolo scorso e in diversi paesi. Tedesco, figlio di un pittore autodidatta, Ernst frequenta i corsi di filosofia dell’Università di Bonn, entra in contatto con il gruppo di artisti Der Blaue Reiter, formatosi a Monaco di Baviera nel 1911 e attivo fino allo scoppio della prima guerra mondiale e il pittore espressionista August Macke, che lo introduce ad Guillaume Apollinaire. Orbita intorno al gruppo Dada di Colonia e nel 1921 espone a Parigi per la prima volta: si tratta di una personale alla libreria Au sans pareil, organizzata grazie all’interessamento di André Breton, entusiasta della sua pittura su stampe fotografiche e dei collage che mescolano illustrazioni botaniche e pubblicità 

L’attuale mostra milanese presenta diversi caratteri di originalità, tra cui spicca una cura particolare rivolta alla produzione grafica ed editoriale di Ernst, esposta per la prima volta, nella sua completezza. Ci si trova davanti a un’accorata dichiarazione d’amore per la carta stampata, che finisce per avere un ruolo di co-protagonista accanto ai dipinti. 

«Ernst è stato un grande bibliofilo – conferma Mazzottaappassionato studioso di antropologia così come di psichiatria, fisica, astronomia…  l’elenco dei suoi interessi potrebbe essere lungo!» 

I rapporti con le altre avanguardie, dal Dadaismo all’Espressionismo

In mostra vengono inoltre sottolineati i rapporti di Ernst con diversi movimenti, oltre al Surrealismo e al Dadaismo infatti egli guarda a Giorgio De Chirico e tanti altri pittori della storia dell’arte italiana, fino a stringere legami con la corrente Informale e l’Espressionismo Astratto americano. I suoi Favorite poets painters of the past trovano conferma in una coppia di pagine di una rivista del 1942, esposta a Palazzo Reale, che si presenta quasi come uno studio di type-design

Se Ernst è noto al grande pubblico per la vita nomade e avventurosa, gli aneddoti ilari e gli amori appassionati, lo è molto meno per la sua multiforme produzione artistica e editoriale, che ne fanno un protagonista centrale nel dibattito artistico del secolo scorso. In occasione della mostra milanese sono riuniti alcuni capolavori così come opere normalmente inaccessibili, conservate in collezioni private.

Sono il gioco e lo stupore, la curiosità e la leggerezza, a conquistare anche lo spettatore più distratto. Ernst dipinge e realizza collage fin dai primi anni di attività, ispirato dagli assemblage delle Wunderkammern seicentesche, letteralmente “camere delle meraviglie” ma note in Italia anche con il nome di “gabinetto di curiosità”: si tratta di ambienti intimi e raccolti dove i collezionisti conservano, curano e studiano i propri oggetti favoriti. A partire dagli anni Trenta, Ernst modella anche sculture e dal 1958 si dedica alla creazione di gioielli.

Non pago, si rivolge al frottage, antica tecnica basata sullo sfregamento di un pastello su un foglio di carta posato su una superficie scabra: l’aderenza con la natura è completa e l’effetto che ne deriva è fortemente materico. Il frottage caratterizza, per esempio, le tavole della Storia Naturale (1926), esposte a Palazzo Reale. Infine sorprende la scoperta dell’opera L’anno (1939), costruita dallo sgocciolamento di china sulla carta. «Ma dietro a queste oscillazioni del pennello che creano il disegno, c’è l’osservazione del moto del pendolo» rivela Martina Mazzotta. Si tratta di una sorta di dripping ante litteram, tecnica poi portata al successo da Jackson Pollock che però la slega dalla scientificità del pendolo per valorizzare il gesto fisico, il pennello e lo schizzo di materia come prolungamento del corpo stesso dell’artista.

Il messaggio di Max Ernst al mondo contemporaneo

Trova posto in mostra anche un riallestimento accurato della cameretta di Cécile Eluard, figlia di due grandi protagonisti del primo movimento Surrealista, Paul e Gala Eluard. Max Ernst è ospitato dalla coppia nella casa di Eaubonne tra il 1923 e il 1924. In quell’occasione decora di numerosi disegni le pareti della stanza della bambina, rendendola una piccola opera d’arte. Oggi alcuni frammenti dei muri, staccati, sono nuovamente esposti grazie ad una puntuale ricostruzione della camera originale. È una mostra complessa che richiede attenzione e tempo, invitando il visitatore a guardare l’opera di Ernst attraverso approfondimenti e confronti, sia tra le stesse opere sia con numerose altre discipline. Ma qual è il messaggio di Ernst al mondo contemporaneo?

Risponde Mazzotta: «Max Ernst comunica grande libertà, esistenziale e creativa, insegna ad amare profondamente la conoscenza, la cultura, la natura, il cosmo e così gli uomini, le culture lontane, gli amici e l’amore (sessuale e spirituale). Insegna a non arrendersi mai, puntando sulle proprie facoltà interiori, sulla capacità di divenire visionari. Insegna a guardare e a dare rilievo a ciò che è piccolo come a ciò che è grande; a guardare ma anche a pensare, invitando gli osservatori ad assumere un tempo diverso nella percezione, lontano dalla frenesia contemporanea. Preserva il patrimonio del passato per guardare al futuro con occhi diversi. Stimola la coscienza critica con la meraviglia e la bellezza, rende accettabili incubi e orrori con la fantasia.» 

Una voce dal mercato dell’arte, Tommaso Calabro

Questi grandi eventi non esauriscono però le possibilità di scoperta, come dimostra l’attività della Galleria Tommaso Calabro di Milano. Aperta nel settembre 2018, la galleria ha prontamente conquistato la scena milanese con una proposta accurata di autori internazionali e qualche incursione nell’intersezione tra arte contemporanea e design. 

Calabro racconta: «Il mio interesse per il surrealismo si è sviluppato in modo naturale, attraverso una rete di innamoramenti. Il primo per il pittore italiano Giorgio De Chirico (padre della Metafisica e molto amato da Max Ernst ndr) al quale ho dedicato una mostra già nel 2017, quando lavoravo a Nahmad Projects a Londra. Lì abbiamo esposto dei dipinti appartenuti ad Alexandre Jolas, importante gallerista che è divenuto negli anni un vero e proprio modello per me. Così ho continuato a lavorare con tanti artisti della scuderia di Jolas, come Leonor Fini e Stanislao Lepri.»

Da Leonor Fini a Stanislao Lepri fino a William N. Copley e Roberto Sebastián Matta

Leonor Fini, di origine argentina, cresce in realtà a Trieste, prima di spostarsi a Milano e poi a Parigi, dove collabora con Elsa Schiapparelli e frequenta Max Ernst, che la introduce al gruppo surrealista, rispetto al quale conserverà sempre una certa autonomia. È un’artista eclettica, che sfugge a ogni definizione e ancora affascina il pubblico con i suoi dipinti sensuali e perturbanti. Nel 1940 conosce il diplomatico italiano Stanislao Lepri, e i due si innamorano. In pochi anni anche Lepri si dedicherà a tempo pieno alla pittura, costruendo mondi fantastici, leggermente velati di macabro.

«A Lepri è stato dedicato un focus durante la fiera Independent 20th Century a New York, ma è in cantiere una mostra personale in galleria» racconta Calabro, che precisa i programmi per il 2023 aggiungendo i nomi di William N. Copley e Roberto Sebastián Matta, “il grande dimenticato del Surrealismo”. 

Copley è stato un prolifico artista, ma anche gallerista, mecenate e collezionista affezionato a Ernst, Man Ray e Marcel Duchamp. La sua opera pittorica può essere considerata come ponte di collegamento tra il Surrealismo e la Pop art. Il cileno Matta, invece, architetto di formazione, aderisce alla seconda fase del movimento Surrealista, e frequenta Max Ernst e André Breton a New York negli anni Quaranta. La sua pittura influenzerà molto i giovani pittori che confluiranno nella corrente dell’Espressionismo astratto americano.

Il vero filo conduttore degli ultimi vent’anni

Ma il collezionismo come risponde? «Ho notato in questi mesi una grande vitalità e interesse per gli autori proposti – conferma Calabro – Il Surrealismo, dalla sua nascita, ha riscontrato pochi momenti di crisi e questo credo testimoni una “vittoria” dell’arte figurativa rispetto alla pittura astratta.» 

E conclude: «Sia da un punto di vista artistico sia stilistico, il surrealismo è il vero filo conduttore degli ultimi vent’anni. Con il suo ferreo rifiuto di una logica prestabilita e la sua vocazione per l’inconscio e talvolta il grottesco, si configura come la più contemporanea forma di linguaggio del nostro tempo. »

Martina Mazzotta

Milanese classe 1977, è ricercatrice e curatrice. Filosofia, si interroga sul rapporto del pensiero con le arti visive, la musica e la scienza. I suoi progetti espositivi hanno rinnovato e ampliato le conoscenze su artisti come Wassily Kandinsky, John Cage, Jean Dubuffet e Max Ernst. Ha indagato le intersezioni tra arte e scienza, come le Wunderkammern e la storia della medicina attraverso la pelle. Attualmente è Associate Fellow presso il Warburg Institute, University of London.

Tommaso Calabro

Originario di Feltre (Belluno), dove nasce nel 1990. Ha studiato all’Università Bocconi di Milano, al Courtauld Institute of Art e infine al King’s College di Londra. La sua carriera inizia nella sede della casa d’aste Sotheby’s di Milano, prosegue con la direzione della galleria d’arte Nahmad Projects di Londra tra 2016 e 2018, anno in cui apre lo spazio espositivo milanese che porta il suo nome. Attualmente tiene il corso “The Transformation of Cultural Sector and Art Market: Critical Issues and Cases”, per l’Università Bocconi. 

Irene Caravita

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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