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Moda e diversificazione del genere: ci si dimentica l’umanità del maschio?

Tra nuove definizioni, comprendiamo la diversificazione umane tra le persone che indossano abiti femminili – ma se si tratta di uomini, rimane uno stereotipo

Moda Uomo 2023: si sono concluse le sfilate maschili per il prossimo autunno inverno

Prima di parlare di uomini, guardiamo le donne – un metodo d’indagine che potrebbe essere genericamente esistenziale. Nelle ultime stagioni e nelle prossime, per le collezioni femminili hanno sfilato persone di diversa altezza e taglia. Persone – non più solo donne – che possono rappresentare la femminilità meglio di uno stereotipo che per anni abbiamo visto, ovvero: alte, magre, longilinee, belle. Oggi la moda vuole – deve? – cercare la diversità propria alla realtà: altezza, taglia, fisionomia, espressività. Rispetto umano. La femminilità non è definizione, ma un concetto in evoluzione. 

Moda uomo: lo stereotipo maschile rimane solido

Questo abbattimento dello stereotipo non si rileva per il mondo maschile. Le persone che lavorano come modelli per le sfilate maschili sembra portino solo la taglia 48 e siano alte almeno un metro e ottanta. La ricerca della varietà umana per la moda maschile non procede – o meglio, la ricerca ha luogo solo nella fluidità del genere, dando allora risalto alla contraddizione ovvia: perché presentare collezioni da uomo e collezioni da donna separatamente se le persone che le indossano non si vogliono più identificare in questa differenza? La fluidità è un campo di indagine che oggi compone la definizione di moda – se la moda è intesa come ricerca estetica e non solo come mercato di abbigliamento. La fluidità lavora per scardinare una virilità formale che sembra annientata da anni, ma che non lo è affatto: se la società di largo consumo accetta una donna vestita da uomo, non si può dire che accetti un uomo vestito da donna. Quanto vorrei fare notare qui, non è la libertà che la moda sta riuscendo a dare alla fluidità del genere che in altre linee possiamo apprezzare per pagine e pagine – ma l’assenza di una ampia varietà umana sul corpo maschile. 

Neanche il corpo maschile non è uno stereotipo di altezza e magrezza

In parole più semplici: non abbiamo la taglia 48 da sempre e per sempre, molti di noi non sono alti oltre il metro ottanta, non abbiamo cosce esili come quelle di un cervo, né gambe lunghe dello stesso cervo. Provando pantaloni larghi e morbidi, l’effetto allo specchio è quello di Cenerentola dopo l’assalto delle sorellastre. La moda maschile è storicamente l’anticipazione della creatività. Le persone che sfilano per la collezioni maschili rientrano puntualmente in un immaginario efebico, esile e fragile – forse alieno: tra gli stilisti che io considero parte del sistema moda (non dell’abbigliamento), l’unica varietà la vediamo sull’età anagrafica – da Prada, Van Noten e altri designer di questa stregua sofisticata – e tra i muscoli che Giorgio Armani sceglie ancora.

La moda dovrebbe anticipare i tempi, mentre rimane ancorata alle logiche commerciali

Le persone transgender sfilano per le collezioni donna, mentre difficilmente sfilano per le collezioni uomo. Il mio punto è già espresso sopra: la divisione tra le due collezioni sussiste solo per logiche commerciali. La cronaca non solo recente insegna che se la moda invece che condurre, segue tali logiche, la moda si trasforma in abbigliamento e non è più moda. La moda ha un significato nel contemporaneo, nell’etica e nel racconto di come i nostri costumi si evolvono. Così come il piagnisteo della cancel culture – ovvero l’esagerazione del politicamente, civilmente, umanamente corretto – non può costringerci a dimenticare le parole maschio e femmina, alla stessa maniera bisogna ammettere che per un ragionamento di moda contemporanea, soprattutto in questo momento storico, non ha più senso tale divisione. 

La crisi del consumismo del settore abbigliamento

Nonostante l’organizzazione del Pitti abbia dichiarato un successo per l’edizione di gennaio 2023, andando a Firenze e parlando con i taxisti e con gli albergatori – in genere, con gli addetti ai lavori e non con le proprietà – si è evinto come il Pitti di quest’anno non abbia avuto l’affluenza di pubblico che si attendeva. Pitti è una fiera per l’abbigliamento, non per la moda – ma se la moda è debole, l’abbigliamento ne risente. Da una parte c’è l’errore – ancora dovuto a esigenze commerciali – di mescolare e forse confondere moda e abbigliamento nella speranza di dare alla moda lo stesso pubblico allargato dell’abbigliamento; dall’altra, c’è l’accusa di consumismo, quale peggiore capo d’imputazione, all’intero sistema. 

La moda può essere solo craftcore

L’industria della moda deve darsi i limiti di una manifattura italiana trasparente, evitando le plastiche e le colorazioni chimiche, evitando i fili sintetici. Sempre stato così: quando si pongono limiti alla creatività, la creatività reagisce e diventa solida. Le sneaker possono solo essere tecniche – un esempio per meglio dire: si compra da chi sa fare bene quello che fa. L’orologio lo scegli da chi fa orologi, gli occhiali da chi fa occhiali. Zegna sta incorporando la filiera produttiva in tessitura e nobilitazione, per poter produrre lavorazioni tessili che nessuno altro al mondo sarà in grado di immaginare: sta costruendo una capacità tecnica, prima che creativa. In Italia, l’industria tessile è un motore dell’economia nazionale, la produzione vestiaria vede l’Italia come distretto primario del sistema mondo. Nonostante questo valore oggettivo e preciso, quante persone liquidano la moda come un argomento per pochi privilegiati, per lo più viziati, autocompiaciuti e chiusi in un mondo per pochi? L’industria della moda deve ritrovare la propria identità, l’unico modo per recuperare la serietà che i suoi detrattori le criticano. 

Immagine e fluidità di genere: alle basi rimangono la manifattura e la varietà umana

Se raccontiamo la moda studiando la manifattura italiana, anche il grande pubblico potrebbe capire quanto la moda si un argomento per tutti. In un tale contesto di concreta chiarezza, di ritorno alle basi, si potrà comprendere il passaggio successivo: come la moda sia un messaggio, sia la costruzione di un’immagine che aiuterà tutti noi a capire come essere orgogliosi di come ci sentiamo. La moda non può esimersi dall’evolversi sia per la trasparenza del proprio impatto sulla sostenibilità del pianeta, sia sulla diversificazione del genere: ma bisogna farlo come lo sappiamo fare noi in Italia, ricordandosi le basi della manifattura e il buon senso, ricordandosi che un ragazzo non sempre cammina su gambe da cervo. 

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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L’ossessione per Prada: quanto durerà ancora?

L’industria della moda rimane ossessionata da Prada: l’identità della borghesia, l’ironia ruvida di una signora che cammina a passi svelti, l’orgoglio di una donna che identifica Milano e i milanesi