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Dietro le quinte dell'intervista a Giorgio Armani
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Quando Versace e Gucci pensarono di fondersi contro Armani, e altre storie della moda

Milano: The Inside Story of Italian Fashion è il documentario che racconta gli anni dell’ascesa degli stilisti del Made in Italy; tra i protagonisti Giorgio Armani, Sharon Stone e Tom Ford

Gli anni in cui il prêt-à-porter made in Italy è diventato il sogno più ambito: Milano il palcoscenico, gli stilisti le celebrità

La locandina di Milano The Inside Story of Italian fashion ripropone quella famosa foto del 1985, scattata dalla giornalista Adriana Mulassano. Laura Biagiotti, Mario Valentino, l’indimenticabile Gianni Versace, Krizia, Paola Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferrè, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Franco Moschino e Luciano Soprani. Sorridenti con alle spalle il Duomo di Milano e la sua Madonnina. Quella foto era la cristallizzazione del momento in cui il prêt-à-porter made in Italy diventava sinonimo di lusso, status cui aspirare. Gli anni Ottanta, il decennio in cui le case di moda italiane sono uscite dai confini dell’azienda familiare per diventare brand internazionali, cambiando gli equilibri di potere nell’industria della moda e stabilendone i canoni. «C’è stata questa grande alchimia dalla fine degli anni Settanta agli anni Novanta a Milano» dichiara John Maggio, regista del documentario che sarà presentato il 26 febbraio a chiusura della Milano Fashion Week FW23. «La moda italiana è diventata in quegli anni un fenomeno di esportazione culturale, e Milano è stata il palcoscenico di tutto: l’amore, l’odio, la passione, le pugnalate alle spalle». Se Milano è il palcoscenico, gli attori principali sono gli stilisti.

Il termine ‘stilista’ nella moda: da Walter Albini, il passaggio da Firenze a Milano e la prima sfilata dello ‘stilismo’

Il termine stilisti oggi è comune, ma il suo utilizzo in quest’accezione è piuttosto recente. Come spiega la Treccani, per gli studiosi di storia della moda l’utilizzo del termine nell’accezione contemporanea si ha con Walter Albini (1941-1983) definito nel 1970 «lo stilista più conteso d’Italia». Fu Albini, nel 1971 a creare  la sfilata da cui nasce il concetto di stilismo nella moda. Albini aveva deciso di non sfilare più a Firenze, fino ad allora città di riferimento per le aziende tessili, ma a Milano. Qui aveva presentato in un’unica sfilata abiti disegnati per cinque marchi diversi ma tutti legati al suo progetto stilistico unico. È in quel momento che si afferma il principio per cui lo stilista, il suo nome, diventa garanzia del prodotto. 

Gli anni Ottanta, quando gli stilisti diventano celebrità; Milano, la politica, Bettino Craxi e la moda

Questa rivoluzione iniziata negli anni Settanta, raggiunge l’acme proprio negli anni Ottanta, quando l’industria della moda poté contare su un sistema di stampa e comunicazione adeguato alle nuove esigenze. Milano era questo sistema. È in quegli anni che la città diventa meta di un turismo legato alla moda, e proprio in quegli anni si manifesta l’interesse della politica verso le sfilate. Milano era governata dal Partito socialista italiano, il cui segretario era dal 1976 Bettino Craxi (1934-2000). Il suo rapporto con il mondo della moda fu  molto stretto, tanto che alcuni stilisti assunsero anche cariche nel partito. Il partito di Craxi comprese prima di altri le potenzialità comunicative che poteva garantire alla politica porre il proprio cappello sul fenomeno del Made in Italy, che aveva fatto della moda il secondo comparto dell’economia italiana dopo il turismo. 

Il Made in Italy: affermazione delle visioni degli stilisti più che del ‘gusto italiano’

Nel 2010 l’allora direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani scrisse: «Penso che non esista una moda che definisce un paese piuttosto che un altro. Tutto dipende dagli stilisti […] Pur parlando di nazionalità, non si può parlare di stile italiano, perché non c’è un’unica moda […] non ci sono mode secondo i paesi, ma secondo gli stilisti». Questo aiuta a capire come il successo del Made in Italy, prima che su un generico ‘gusto italiano’,  si fondasse sugli stilisti e le loro visioni. Sono loro le celebrità degli anni Ottanta. Sono loro, e i loro mondi, a scontrarsi: indossare un vestito era diventata una dichiarazione non solo di ciò che si era ma di ciò che si voleva essere. È in quest’ottica che va visto lo scontro principe, quello tra Armani e Versace, uno dei temi principali del documentario, che porta per la prima volta Giorgio Armani davanti le telecamere a raccontare la storia della sua vita. 

Giorgio Armani, il rapporto con Sergio Galeotti, il Maggiolino venduto per aprire il brand, il successo di American Gigolò 

Corteggiato per due anni prima che accettasse di partecipare, in Milano The Inside Story of Italian fashion Armani parla del suo rapporto con Sergio Galeotti, compagno di vita e di affari, morto nel 1985 di AIDS – circostanza taciuta all’epoca ma che, come ammette Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana «lo sapevano tutti». Lo stilista passa in rassegna gli anni della creazione del marchio, la vendita del suo Maggiolino Volkswagen per finanziare l’attività, fino all’ascesa che gli ha permesso di affermarsi anche negli Stati Uniti disegnando il guardaroba di Richard Gere per American Gigolo nel 1980.  Il 28 marzo di due anni prima Gianni Versace faceva sfilare la sua prima collezione lanciata al palazzo della Permanente a Milano. Da quel momento in poi, Armani e Versace hanno rappresentato i due fuochi attorno cui cresceva il fenomeno globale del Made in Italy. 

La rivalità tra Giorgio Armani e Gianni Versace; le possibili fusioni tra Versace e Gucci del 1997 e del 2004 

Milano The Inside Story of Italian fashion si addentra in questa rivalità: intervistati, Domenico De Sole e Santo Versace ammettono la potenziale fusione Versace-Gucci del 1997, approvata da Gianni solo pochi giorni prima della morte, e poi naufragata proprio in seguito alla morte dello stilista, alla crisi economica di Gucci e all’omicidio di Maurizio Gucci. La rivelazione di De Sole e Versace è però un’altra: l’idea di una fusione è stata ripresa nel 2004, dopo che Tom Ford e De Sole decisero di lasciare il Gruppo Gucci sulla scia di disaccordi con la proprietà di Kering. Secondo De Sole, il proprietario di Luxottica Leonardo Del Vecchio, che possedeva la licenza per gli occhiali da sole Versace, propose di coinvolgere proprio Ford e De Sole per dirigere il brand della medusa. Donatella Versace, saputo che il Ford si sarebbe occupato del lato creativo, ha minacciato di uccidersi. Il marchio rimase suo. Oggi fa parte della Capri Holding, che possiede Michael Kors.

L’intervista del 2000 di Giorgio Armani a Vanity Fair e la lite con Donatella

Lo scontro, ideologico oltre che di stile, tra Versace e Armani è diventato letteratura, proseguendo anche dopo la morte di Gianni Versace. A tal proposito non si può non citare l’intervista rilasciata da Giorgio Armani a Vanity Fair nel 2000. Raccontando a Judy Bachrach del suo rapporto con Gianni Versace, Armani ricorda un incontro con Gianni a Piazza di Spagna, nel quale Versace gli avrebbe detto: «Sai una cosa, Giorgio? Vesti le donne eleganti. Vesti donne sofisticate. Io vesto delle zoccole». Donatella Versace definì «false e meschine» le affermazioni di Armani. Successe la stessa cosa cinque anni dopo, quando Armani riprese l’aneddoto in un’altra intervista, questa volta al Sunday Times Magazine. La frase venne poi parafrasata da Anna Wintour: «Armani veste le mogli, Versace le amanti» trovando d’accordo, questa volta, Donatella: «Adoro questa ripartizione dei ruoli. Le amanti si divertono molto di più delle mogli».

Oltre American Gigolò: il legame tra Hillywood e la moda italiana, Diane Keaton in Armani la notte degli Oscar e il Neiman Marcus Award

Milano The Inside Story of Italian fashion è anche un resoconto del legame tra la moda italiana di quegli anni e Hollywood. Tra i protagonisti compaiono infatti anche Lauren Hutton che ci parla della sua esperienza al fianco di Richard Gere in American Gigolo, scandagliando i rapporti che legano le celebrità agli stilisti. Sharon Stone, Frances McDormand, Helen Mirren e Samuel L. Jackson. Il Made in Italy non sarebbe potuto esistere senza il mercato americano. La biografia di Armani è esemplare. Il suo successo, infatti, fu scandito da tappe americane culminate con Julian Kay, il Richard Gere di American Gigolò, vestito solo con abiti Armani. La prima tappa è la serata degli Oscar del 1978: Diane Keaton sceglie un vestito di Armani per la serata in cui viene premiata come miglior attrice Annie hall di Woody Allen. L’anno dopo, nel 1979 Armani vince il Neiman Marcus award. Come in altri settori, anche per la moda italiana gli Stati Uniti furono l’interlocutore di riferimento, diventando ingrediente necessario per la creazione del mito del Made in Italy e dei suoi protagonisti. 

Milano The Inside Story of Italian fashion

Il film è diretto dal regista americano John Maggio, vincitore di un Emmy per il documentario della HBO Panic: The Untold Story of the 2008 Financial Crisis. Il produttore esecutivo, e coautore, è Giuseppe Pedersoli. L’uscita del film, rappresentato da Josh Braun di Submarine Entertainment, è prevista in seguito, nel corso dell’anno. Il film è scritto e prodotto da Alan Friedman, autore, giornalista e documentarista che ha prodotto anche My Way: The Rise and Fall of Silvio Berlusconi per Netflix. Tra gli editor ci sono Joe LaMattina e Marco Spoletini, collaboratore del regista Matteo Garrone. Il direttore della fotografia è Federico Teoldi. Il film è co-prodotto da Beaver Lake Pictures, Eagle Pictures e 3Marys Entertainment, in associazione con Ark Media. È una produzione indipendente che si è avvalsa del sostegno di Campari, main sponsor per il Red Carpet event, e di Banca Intesa San Paolo, principale partner del progetto.

Editorial team

Gianni Versace fotografato da Wolfgang Wesener
Gianni Versace fotografato da Wolfgang Wesener
Sharon Stone è una delle protagoniste di Milano the Inside Story of Italian Fashion
Sharon Stone è una delle protagoniste di Milano the Inside Story of Italian Fashion

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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