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ARTivismo: Taylor swift e altre catastrofi (climatiche)

La musica può fare qualcosa per aumentare la sensibilità e la partecipazione alla lotta contro il riscaldamento globale – o cantare dei gas serra e della plastica in mare è da sfigat*? Casi di artivismo più o meno riusciti

Katja Herbers: la crisi climatica e Taylor Swift

Il 5 ottobre scorso, l’attrice olandese Katja Herbers twittava: I wish Taylor Swift was in love with a climate scientist. La sua frase faceva riferimento all’amore appena sbocciato tra la cantante e il giocatore Travis Michael Kelce e a come nel giro di pochi secondi, grazie all’influenza di Taylor, la passione e l’attenzione dell’umanità per il football americano fosse esplosa. Se al posto di Kelce ci fosse stato un esperto di cambiamento climatico, rifletteva Herbers, ecco che in un battibaleno avremmo risolto la crisi. 

Taylor would join her scientist at an end fossil fuels rally and the world would be saved, twittava Herbers cinque minuti dopo e concludeva la sua storia immaginaria con non poco sarcasmo: All swifties hurriedly googling climate emergency. Le cose sono andate diversamente: l’attrice Olivia Wilde si è appropriata del tweet diventando coprotagonista del racconto e spostando l’attenzione e le critiche dei fan di Taylor sui suoi voli in jet privato con il fidanzato pop star Harry Styles e tanti saluti alla crisi climatica e alla povera Herbers che invece, a quanto pare dal suo profilo instagram, alle sorti del pianeta ci tiene davvero. Un pastrocchio finito in meno di ventiquattro ore in un trituratore di celebrità, scemate e argomenti che perdono qualunque spessore. 

Aborto, diritti dei lavoratori, partecipazione politica: a ciascuna le sue battaglie

Tutte tengono a qualcosa, non solo Herbers: Wilde ha manifestato affianco degli sceneggiatori di Hollywood e diffonde messaggi sull’accesso all’aborto e Swift è stata prima paladina del MeToo e poi capace di mandare migliaia di giovani a votare alle scorse presidenziali suscitando il malcontento di Donald Trump (speriamo lo faccia ancora). 

Ogni battaglia, per quanto sincera, è sempre pronta a essere sbugiardata dalle azioni concrete di chi se ne fa paladino – che spesso di coerente con quel che predica hanno poco o nulla. Può ancora esistere la coerenza oggigiorno, soprattutto quando si parla di azioni volte a preservare l’ambiente in un sistema di produzione e consumo che ci fa cadere in trappola costantemente, per mancanza di conoscenza, pigrizia o perché decidiamo di guardare solo dove ci fa comodo? 

Non mangiamo carne ma usiamo la macchina per fare cinquecento metri, andiamo a visitare la savana protetta dei Masai dove una notte costa come l’affitto mensile di un bilocale in una cittadina italiana di provincia ma poco ci importa dei bambini che estraggono cobalto nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo. Via così, in un infinito e estenuante elenco di banalità e verità che vanno a braccetto.

Taylor Swift e la beneficenza

Se la coerenza non esiste più per nessuno, perché proprio da Taylor Swift, colei che nel 2022 è stata nominata the biggest celebrity CO2 polluter e che, secondo Unilad, ha prodotto 138 tonnellate di emissioni di CO2 in tre mesi per incontrare l’anima gemella Travis Kelce, dobbiamo ora pretendere che diventi main sponsor della lotta al riscaldamento globale? 

Il 21 dicembre 2023, pochi giorno dopo che Swift fosse decretata persona dell’anno dal Time con un articolo genesi della creazione di un’artista che ci hanno ripetuto talmente tante volte essere unica e immensa che nessuno osa più metterlo in dubbio, e posasse in copertina con il suo gatto Benjamin Button, le giornaliste Hannah Dailey e Rania Aniftos hanno pubblicato su Billboard una ‘timeline della generosità di Taylor Swift’. Non c’è che dire: altro che pandori e bamboline. Si parte dai 70mila dollari di libri donati alla Reading Public Library in Pennsylvania nel 2011 e si arriva al milione di dollari per sostenere le vittime del tornado in Tennessee l’anno scorso. 

Passando dal gesto del bonus da 100mila dollari dato ai 50 camionisti che hanno lavorato per lei all’Eras Tour, 5 milioni di dollari che hanno cambiato delle vite. La cosa interessante della beneficenza di Taylor Swift è la sua spontaneità (apparente): animali abbandonati, giovani studentesse, bambini colpiti da malattie rare, fan depressi per la pandemia. Tremila dollari di qua, ventimila di là, arrivati con un messaggio su Instagram o attraverso una raccolta online. Non c’è (sembrerebbe) la ricerca dell’applauso a tutti i costi. Anche perché di applausi nella testa ne sente già rimbombare parecchi. Il riscaldamento globale manca, e anche quando sembra toccarla da vicino la narrazione diventa subito un’altra.

Ana Benavides, le alluvioni a Rio de Janeiro, Eliane Brum e l’Amazzonia

Ana Clara Benavides aveva 23 anni, viveva a Rondonópolis, nello stato brasiliano di Mato Grosso, dove studiava psicologia. Assistere al concerto di Swift il 17 novembre 2023 a Rio de Janeiro era il suo sogno. Era arrivata ai cancelli dello stadio olimpico Nilton Santos con un’amica intraprendendo il suo primo viaggio in aereo da sola. Quel giorno la città era investita da un’ondata di calore estrema e anomala e Ana Clara, così come migliaia di altri fan, hanno iniziato a sentirsi male e a svenire quando erano ancora in fila, mentre i servizi di sicurezza vietavano loro di portare all’interno dello stadio le proprie bottiglie.

Ana Clara è morta poco dopo l’inizio del concerto per un attacco di cuore. Swift ha diffuso un messaggio sui social il giorno dopo esprimendo tutta la sua tristezza. Durante il concerto la sua squadra e la cantante stessa hanno distribuito acqua ma nessuno ha pensato di fermare lo show sebbene, secondo le stime dei vigili del fuoco, oltre mille persone si siano sentite male. Se si cerca oggi cosa è accaduto quella sera, i primi risultati danno Taylor abbracciata alla famiglia di Benavides, con il volto della ragazza stampato sulle magliette, ospiti all’ultima data brasiliana dell’Eras Tour a San Paolo. 

Eliane Brum, giornalista e scrittrice brasiliana che ha lasciato la capitale per trasferirsi e lavorare in Amazzonia, ha scritto su El País: «Se la morte di una giovane donna per caldo durante un concerto notturno è terrificante, lo è anche il successivo dibattito sulla stampa e sui social. La grande controversia ruotava attorno alle bottiglie d’acqua. (…) Il tono della discussione, così come la frustrazione dei fan per il rinvio del secondo concerto, rivela la totale disconnessione mentale della specie umana di fronte al collasso climatico. Anche se è importante garantire in ogni caso l’accesso all’acqua, questa ovvietà è lungi dall’essere la questione centrale. Se il caldo estremo può aver ucciso Ana, è del riscaldamento globale che dobbiamo parlare». 

Conclude: «Taylor Swift ha scritto sui social media che non poteva parlare di quello che è successo perché si sentiva “sopraffatta dalla tristezza”. La cantante ha l’obbligo etico di sfruttare la sua enorme visibilità per parlare del riscaldamento globale, che ucciderà sempre più persone. E ora ha ucciso al suo concerto. Per la giovane Ana non c’è più tempo, ma forse ci sarà tempo per la maggior parte di noi se smetteremo di tirarci indietro di fronte alla sfida più grande che abbiamo mai affrontato».

Cantanti che parlano di temi impegnati – Rosalía, Björk e Moby

Perché Swift non ha usato questo tragico evento come pretesto per parlare di qualcosa di più grande, per riflettere sulle condizioni nelle quali si svolgono spesso concerti e spettacoli e come davanti a un clima che cambia e che può causare disastri e morti forse anche lo show business deve fare un passo indietro e cominciare a considerare altre variabili alle quali dare ascolto e precedenza? Ovunque si legge dell’impatto di Swift sull’economia: nelle città che visita, nel mercato discografico, ogni cosa che tocca diventa oro. Forse il cortocircuito sta proprio qui: l’economia capitalista e la crisi climatica non vanno d’accordo. Senza questa visione del mondo, centrata sul consumo, lo svago, l’acquisto, Taylor Swift non esisterebbe. La gente non parteciperebbe alle aste per prendere i suoi biglietti, non comprerebbe i voli per raggiungere gli stadi, e nemmeno il vestitino verde di velluto prodotto da una piccola casa di moda che lei ha indossato a una cena con le amiche e che tutte, a cercar bene nell’armadio, abbiamo già. 

Quando gli artisti decidono di dire la loro su qualcosa che ha a che fare con lo sfruttamento delle risorse o sull’impatto delle nostre scelte, ad esempio alimentari, ecco che le luci si spengono e le masse diventano nicchie. Penso a Moby, volto magro e impegnato del punk rock vegano, che si riprende accompagnato da cani e pecorelle mentre visita fattorie seguito da 570 mila persone o al singolo Oral che ha visto protagoniste a novembre 2023 due artiste come Björk e Rosalía e i cui proventi erano destinati a combattere la piscicoltura a cielo aperto in Islanda. A oggi ha 4 milioni di visualizzazioni su YouTube. Despechá di Rosalía, uscito quattro anni fa, ne ha 486 (di milioni!). Nel videoclip di Oral, diretto dall’artista Carlota Guerrero, gli avatar delle cantanti si affrontano in una lotta con spade giapponesi: «

Ho pensato a un pezzo di video arte che esplorasse il disagio della causa per la quale combattono: la crudele situazione che si verifica nel paese natale di Björk, l’Islanda – ha spiegato Guerrero a Vanity Fair Messico –  Volevo approfondire la rabbia femminile universale come motore di cambiamento. Rosalía e Björk non stanno litigando tra loro; si allenano insieme per combattere il nemico vero e più grande».

Carlotta Sarina (alias Lotta), il suo contrabbasso e la sua Detonazione

«Io vedo che la musica è vissuta come qualcosa per distrarsi, perché stiamo male e in cima alle classifiche trovi chi ti aiuta a staccare la testa dai pensieri.» A dirlo è Carlotta Sarina, in arte Lotta. Carlotta ha 21 anni, è una contrabbassista e un’attivista climatica. «Ho passato sette anni nella musica classica, completamente rapita dal contrabbasso. Mi sono avvicinata alle sinfonie, alle opere, alle orchestre e ho lasciato Parma maggiorenne per iscrivermi al Conservatorio di Milano. Mi mancava la natura e l’ho cercata ovunque, anche in un orto condiviso. Volevo dare il mio contributo ma mi sembrava difficile portare la musica nella lotta per salvare il nostro pianeta. Mi chiedevo: c’è il mondo che va a fuoco, io cosa sto a fare qui con il mio contrabbasso?»

La risposta Carlotta la trova nell’incontro con i ragazzi di Fridays for Future e durante una manifestazione a Strasburgo: «Facevo parte del gruppo di alto rischio, incaricato di rallentare la polizia per proteggere le persone che facevano il flash mob sul Reno simulando di affogare. Stavamo pagaiando e siccome non parlavo francese a un certo punto mi sono messa a cantare “Bella ciao” e anche anche il poliziotto che avevo di fronte ha iniziato a cantare. È stato un momento di unione e forse proprio per quello quando siamo arrivati a riva invece che portarci in questura, ci hanno lasciati andare. La musica ha salvato la causa.» Carlotta definisce quell’episodio la sua Detonazione ed è il nome dello spettacolo che ne ha tratto musicando la sua storia, quella di una giovanissima contrabbassista che riesce a portare la sua passione al servizio di una causa per lei fondamentale. 

Nel suo spettacolo Carlotta unisce al pop e le musiche techno anche brani lirici: «Non voglio perdere le mie origini, ogni tre atti faccio una citazione classica. Ci sono Bojack, Vivaldi, Verdi». Recentemente i giornali hanno parlato di Lotta e di altri attivisti che hanno deciso di colorare di verde la laguna di Venezia lanciando nell’acqua la fluoresceina, una sostanza non tossica. Lei ha iniziato la performance suonando My heart will go on. «La mia performance si riferiva al Titanic: continuiamo a suonare mentre la barca affonda». Le Forze dell’Ordine l’hanno trattenuta in questura per otto ore e ora, assieme agli altri attivisti, è indagata per manifestazione non preavvisata e sversamento di materiale non consono. Carlotta ha ormai lasciato Milano e ora sta studiando alla Scuola Holden di Torino: «Voglio imparare a raccontare delle storie nei miei brani e voglio lavorare sulle parole. Vorrei scrivere anche un altro spettacolo. Ci sono moltissimi linguaggi di lotta che stiamo esplorando, io con la musica, altre amiche con l’artivismo. Non credo che la rabbia sia la soluzione».

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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