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Musica artigianale e filosofia: con Maya, Mace rifiuta la fast music 

In un mondo iper-razionale, Mace è la risposta psichedelica: Maya è il nuovo album del produttore milanese, lontano dalla standardizzazione della fast-music da classifica

Il nuovo album del produttore milanese Mace (Simone Benussi) è Maya 

Che il nuovo album di Mace sia bello, è un’opinione. La condivido con i milioni di persone che stanno comprando o streammando il disco e stanno andando ai suoi concerti. Rimane pur sempre un’opinione. Ascoltandolo, la mia mente ha filtrato la realtà attraverso i miei sensi e le mie esperienze, plasmandola allo stesso tempo (e il più possibile) secondo il mio desiderio. Un disco come quello che ha fatto il produttore milanese non si vedeva da molto tempo nella musica pop di questo Paese.

Da questo velo illusorio che copre la realtà, Simone (Benussi, il nome all’anagrafe) ha tratto il titolo dell’album, MAYA, proprio come il concetto induista ripreso poi dalla filosofia di Schopenhauer. Secondo Mace, non c’è modo in questa vita di sfuggire all’illusione – però ci sono modi per ampliare la propria percezione: la psichedelia quindi è più che mai un elemento cardine onnipresente lungo 16 tracce dell’album.

Con MAYA, Mace ci ricorda che c’è un altro metodo per fare musica al di là dell’iper standardizzazione della discografia

Di oggettivo c’è il metodo con cui Mace si è approcciato alla scrittura di MAYA. Prendendosi tutta la calma del mondo, si è chiuso per settimane intere in un casale toscano con i cantanti e rapper che compongono i feat, e ha lasciato che il resto venisse da sé. Con una risposta quasi artigiana che spezza la catena fordiana delle uscite discografiche, con MAYA Mace ci ha ricordato che c’è anche un altro metodo per fare musica al di là dell’iper standardizzazione del processo “vieni in studio, senti un po’ di basi che ho fatto, ne scegli una, ci rappi/canti sopra e caghiamo in due settimane il singolo su Spotify”.

Intervista a Mace, a un mese dall’uscita del suo ultimo disco

La scelta ha pagato e, a un mese dall’uscita del disco, ormai può dirsi pienamente soddisfatto della risposta del pubblico. Racconta l’uomo dai capelli tinti di verde: «Ho notato che un sacco di gente ne sta parlando in ambiti più disparati, gente di diverse età, dai più giovani ai più grandi, da quelli che amano il rap a quelli che lo odiano. Tante persone mi hanno detto che è diventato proprio un topic di conversazione».

Normalmente, affrontare una release di questo tipo rappresenta una sfida soprattutto psicologica per gli artisti. Simone non fa eccezione. «Ogni volta è più difficile della prima. Quando ho fatto OBE, per me scrivere un disco tutto mio era una roba nuova. Quando butti fuori una roba nuova in cui hai messo tutto te stesso, c’è una parte di te che ha paura di come sarà recepita l’opera. All’epoca non avevo aspettative. Diversa storia è quando hai già iniziato a costruire un nome e una carriera come ora. Ogni cosa che butti fuori può avere più o meno impatto».

La scrittura e gli arrangiamenti in Maya, album di Mace

Eppure, l’aspettativa è proprio ciò che Mace voleva annullare più di ogni altra cosa in questo nuovo album. Zero fan service. Non voleva che fosse qualcosa che la gente si sarebbe aspettata da lui. «Anzi, volevo fare non dico l’opposto ma sicuramente non pensarci: l’ho scritto come se fosse il mio nuovo primo disco».

A guadagnarci è stata soprattutto la qualità della scrittura, la ricchezza degli elementi e degli arrangiamenti, anche per via di un contesto che ormai, purtroppo, si è andato a perdere nella musica moderna. «Se magari nei dischi vecchi le canzoni nascevano da basi che facevo io da solo in studio e poi chiamavo i musicisti ad abbellirle un po’, qui ho detto: “No, questo non voglio che sia un disco concepito da me, voglio che sia figlio di un collettivo di persone”. Persone che si vivono insieme 24 ore su 24 per un periodo lungo di tempo e che la musica che ne consegue sia generata dall’interazione completa, totale di tutte queste persone».

Mace, la cover di Maya
Mace, la cover di Maya

Mace ha portato musicisti e cantanti in un casale nelle campagne di San Gimignano

Simone ha chiamato tutti i musicisti più bravi che conosceva, tutti i cantanti con cui era legato a livello personale e se li è portati in Toscana. Si sono chiusi in un casale nelle campagne di San Gimignano, e lì hanno dormito, mangiato, fatto festa e scritto musica. «Ci siamo vissuti 24 ore al giorno. Ognuno aveva la sua stanza e la sua privacy. Se volevi stare un po’ per i cazzi tuoi ti potevi fare delle gran passeggiate nella splendida campagna lì attorno»

Degli oltre 25 feat. del disco, tra cantanti e rapper, ad aver varcato la soglia del casale sono stati quelli con cui Mace ha già un rapporto più quotidiano. «Volevo concentrarmi molto sulla scrittura musicale. Se invece hai un momento in cui ci sono tanti cantanti attorno a te, finisci inevitabilmente per concentrarti sulle voci. Volevo invece che quelle venissero affrontate in un secondo momento. Volevo essere certo che le persone che invitavo in Toscana viaggiassero sulla mia stessa vibrazione».

A sentir descrivere l’atmosfera del casale, tutto doveva essere perfetto, senza eccessi di ego. «Tutti gli artisti che ho chiamato nel disco sono persone che già conosco di persona e che stimo. Un conto è beccarci per qualche ora di session in studio, un altro invece è una convivenza a stretto contatto per vari giorni. Per avere un vibe check totale, ho invitato gente con cui mi ero già vissuto in altre situazioni al di fuori dello studio» e poi aggiunge, prima di scoppiare in una risata: «Non sono tutti freakkettoni!».

In ogni caso, l’esperimento ha funzionato. Le idee musicali si sono generate, agglomerate e poi condensate partendo da zero, dall’interazione di diverse persone. «Ognuno apportava degli input nel processo. Tanto che alla fine non c’era più una singola paternità delle idee. Era tutto al servizio di un unico magma musicale».

Citazioni degli anni Settanta – arpa o sitar, effetti della musica analogica

«Abbiamo messo attenzione sui dettagli senza darci però troppe regole. Prima di tutto volevo fare un disco contemporaneo, senza fare la solita operazione nostalgia, però con una presenza degli anni Settanta. Se ascolto musica di quel periodo, ci sarà un motivo: c’era uno spirito unico nel fare i dischi. Anziché usare synth e strumenti e un approccio iper-moderno volevo riprendere l’idea degli arrangiamenti e dell’estetica di quel periodo lì. Quindi, anche effetti di musica analogica. In OBE avrei messo il suono strano, invece qua ci metto l’arpa o il sitar».

Solo Un Uomo – Mace ft. Altea: sapore psichedelico degli anni Settanta, ma senza manierismo

In Solo Un Uomo ft. Altea, pezzo che conveniamo essere il capolavoro esemplificativo del disco, prog e psichedelia si rincorrono in un ambiente apparentemente sconfinato, tra crescendo elettronici e pause rarefatte, per poi riunirsi in un gigantesco trip lisergico. Il tutto, citando i Settanta, rimanendo attuale, con un suono originale e rivolto al pubblico più difficile da convincere: quello del pop. «Non c’è alcun tipo di manierismo. Mi piace riportare in auge quel sapore psichedelico di quel periodo storico. Prima di tutto la canzone doveva essere a fuoco. Una volta messa a fuoco, ci potevamo aggiungere le strambate. Ma doveva stare in piedi già di suo».

Mace – Immagine di Dubitante
Mace – Immagine di Dubitante

Maya di Mace è infuso di filosofia e religione orientale

Degli anni Sessanta e Settanta non c’è solo il suono. Maya è infuso di filosofia e religione orientale, lo stesso induismo che all’epoca raccolse, per seguire la tendenza o per reale convinzione, una sfilza di musicisti occidentali. Dai Beatles in poi. Quella di Simone però non è una moda, semmai un ritorno alle origini. «Mio padre quando ero piccolo mi leggeva le fiabe indiane. Sono sempre stato affascinato dalla loro cosmogonia, dall’iconografia. Crescendo, mi sono reso conto che la loro visione del mondo mi piaceva di più di quella cristiana, occidentale. Negli anni poi mi sono avvicinato sempre di più alle loro idee, anche per una fisiologica ricerca spirituale. Solo l’anno scorso sono stato due volte in India a passare molto tempo in un ashram. Non posso definirmi induista, però ci sono tante cose della loro visione del mondo che risuonano molto con la mia».

Dal mito alla filosofia (non viceversa, ocio), il passo è sempre brevissimo. Quel Maya sicuramente porta in sé anche qualche nome illustre della filosofia occidentale, che da quelle orientali ha sempre attinto molto. «Sì, se Maya è un termine induista, quello del Velo di Maya è un mito che Schopenhauer ha preso in prestito dall’induismo per indicare l’illusione della realtà che percepiamo. Non che la realtà stessa sia un’illusione, ma lo è la maniera in cui la percepiamo. Perché è filtrata dai nostri sensi, dalla nostra mente, dalla nostra autocoscienza. Quindi, questa visione materica che abbiamo della realtà è falsata, è incompleta».

Maya è la forza che manifesta l’illusione. O, come la direbbe il vecchio Arthur, è “volontà e rappresentazione”. Il che vuol dire che vediamo il mondo come desideriamo vederlo. Allora, come ci si può liberare dal velo dell’inganno? Schopenhauer fornisce non una ma tre soluzioni, alcune delle quali oggi forse potrebbero far sorridere: l’arte, la pietà e l’ascesi. Secondo Mace, in questa vita non è possibile liberarsi dell’illusione.

Scienza e spiritualità sono due linee convergenti – Mace si interroga su come squarciare il velo di Maya

In compenso, si possono capire alcuni meccanismi oltre il velo con un discorso di amplificazione della percezione. «Tutti gli esseri viventi sono interconnessi, e questa è una visione che ho sempre avuto sin da ragazzino, quando ero anche troppo giovane per pensare a certe cose. Quando poi fai delle esperienze psichedeliche molto forti, allora inizi a renderti conto che quella roba ha senso. Se poi pensi anche a concetti di fisica quantistica come l’entanglement, per cui due particelle agli antipodi dell’universo sono collegate in qualche modo tra di loro, allora inizi a pensare che la scienza e la spiritualità sono due linee convergenti. Non necessariamente in contrapposizione l’una all’altra».

«Arte, ascesi e pietà sicuramente possono aiutare, ma secondo me non bastano a vedere oltre il velo. Puoi semplicemente prendere atto che c’è di più oltre a quello che percepiamo e concepiamo. E puoi ammettere questo nostro limite e agire di conseguenza». In ogni caso, quello induista è un sistema di pensiero talmente diverso da quello occidentale che è quasi difficile da accettare per moltissime persone. Simone ha avuto la fortuna di essersi approcciato da molto giovane a questo mondo. 

«I miei mi hanno portato per la prima volta in India quando avevo 5 anni. Per me è sempre stato più facile capire e immergermi in quel mondo. Siamo anche in un periodo storico in cui i valori spirituali sono stati annichiliti, distrutti. Ma l’essere umano ha l’esigenza di trascendere. Che poi quell’esigenza venga sedata da una società iper-materialista e iper-razionalista, dove la fede nel metodo scientifico è cieca, alla stregua di una religione, quello è altro discorso. È un mondo che seda molto il desiderio spirituale. Chi lo cerca, deve farlo altrove».

Claudio Biazzetti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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